Scherma napoletana e dell'impossibile possibile PDF Stampa E-mail
Giovedì 14 Gennaio 2010 14:28 | Scritto da Giancarlo Toran
napoli

 

La nascita, nel 1861, della Grande Accademia, ovvero l'Accademia di Scherma di Napoli, è il punto d'arrivo di una tradizione napoletana di scherma che inizia circa due secoli prima, e continua, radicalmente trasformata, fino ai giorni nostri.

Genealogia della Scuola napoletana di scherma,

i fondatori della Grande Accademia e Masaniello Parise 

Non c'è dubbio che l'insegnamento della scherma fosse in auge, in passato, dovunque esistesse una società organizzata, in cui il potere era simboleggiato efficacemente dalla spada: quindi, anche a Napoli, e ben prima che avesse inizio "ufficialmente" la tradizione napoletana.

Nelle nostre ricerche sulle origini, però, non possiamo che appoggiarci a quanto ci è rimasto. Nel campo della scherma, fortunatamente, è rimasto molto: i trattati tecnici, fin dall'invenzione della stampa, sono stati numerosi, e sono arrivati quasi tutti fino ai giorni nostri, in cui, fortunatamente, si è ravvivato il piacere di scoprire le origini di uno sport che è stato arte marziale, innanzitutto.

La Scuola di scherma napoletana nasce ufficialmente con Titta Marcelli, che operò a Napoli intorno alla metà del secolo XVII, e lasciò numerosi e valenti allievi, entusiasti del suo metodo.

Ma chi era costui?

Il figlio di Giovambattista (Titta) si chiamava Francesco Antonio, e scrisse un importante trattato di scherma, dato alle stampe nel 1686. Erano già stati pubblicati, da qualche anno, i trattati di alcuni importanti autori, che di suo padre si proclamavano allievi, come il Mattei e il Villardita, di cui dirò tra poco. Forse fu proprio questa la molla che spinse Francesco Antonio ad elaborare il suo lavoro, in cui espone più compiutamente la teoria della scienza di famiglia.

Francesco Antonio Marcelli dichiara, nel suo trattato dedicato "alla Sacra Real Maestà di Christina Alessandra, Regina di Svetia", di discendere da una lunga dinastia di Maestri d'arme, e di aver riversato nel trattato la scienza insegnata dallo zio Lellio e dal padre Titta: entrambi stimati "da tutto il Mondo" per le loro "Regole della Scherma".

In effetti, il trattato del Marcelli segna una svolta importante nella tecnica schermistica del tempo, per alcune innovazioni che la differenziavano dalle altre Scuole tradizionali italiane del nord, in particolare quelle di Bologna e Milano, con il Marozzo e l'Agrippa, fra i più noti. Potremmo, anzi dovremmo, citare i nomi di molti altri famosi autori di trattati che resero famosa nel mondo la scherma italiana, che allora primeggiava: ma andremmo fuori tema.

1-gbmarcelliLa Scuola di Titta Marcelli, in Napoli, impresse una svolta importante alla scherma napoletana, e da lì a quella italiana. Ne scrive, ammirato, e ce ne mostra il ritratto, "Giuseppe D'Alessandro, Duca di Peschiolanciano", nel suo "Pietra di Paragone de' Cavalieri", pubblicato nel 1711, nei suoi ritratti dei napoletani illustri nella scherma del suo tempo: "Non fuor di ragione merita il titolo di Invitto il signor Gio. Battista Marcelli; poiché essendo il primo, che in questa Città affinò il giuoco di spada, e pugnale, e di spada sola; non vi fu Maestro che giungesse a colpirlo, né mai fu visto la sua stoccata che non colpisse; Certo, che la sua maestrevole abilità fu quasi sopranaturale, possedea così bene la botta dritta figlia della sua prima invenzione, che dalla sua disciplina ne sono usciti Cavalieri e altri Maestri più che eccellenti, in particolare con detta bella e quasi miracolosa azione della botta dritta; Nel tempo, che lui venne in Napoli vi trovò l'eccellente Maestro Sig. Palmerino, di cui era scolaro il Maestro Ciccotto, e di detta Scuola antica mi ricordo il Sig. Domenico de Lieto, che dava lezione a molti Cavalieri, però a detto gioco antico andava unendo le regole del Sig. Marcelli, il quale venne da Roma, dove mi dicono, che la Casa Marcelli sia annoverata fra le Nobili; Ebbe detto Gio. Battista per fratello l'eccellente Maestro di spada sola Sig. Lelio Marcelli, che fin'agli ultimi anni della sua lunga vecchiaja tenne Scuola in Roma, ove accorrevano i primi Cavalieri d'Europa per ammirarlo, e per apprendere la sua grand'arte.....

Era il Sig. Gio. Battista Marcelli di naturalezza sempre allegro, di giusta statura, asciutto, snello, e forte, visse poco più degli anni novanta, e poco prima, che morisse, io ebbi la sorte di prenderne pochi mesi di lezzione; Par meraviglia, ed è pur vero, che in quell'età resisteva a dar lezzione al pari d'ogni giovine, ed additando l'azzioni, e precisé i moti disordinativi, il tutto faceva con tanta maestrevole agilità, che parea allora fusse nel fiore della verde età; maneggiava assai bene la picca di Torneo, e anche io ne presi un poco di lezzione; e nello stesso tempo ammaestrò nel Torneo il Signor D. Nicola Navarretta odierno Marchese della Terza, che ebbe il pregio de' Cavalieri più eccellenti del Torneo, che si fé in questa fedelissima Città, in occasione del casamento della felice memoria della Maestà di Carlo Secondo."

E' il caso di fare appena un accenno alle innovazioni portate dal Marcelli, di cui la principale, mi pare, è l'attacco marciando "con passo trito e veloce": molto simile all'attuale passo avanti e affondo, ma con il passo più piccolo (trito), e partendo da una guardia più larga e col peso del corpo che gravava sulla gamba posteriore. Un attacco che permetteva di partire con efficacia da lontano, mentre gli allievi di altre Scuole dovevano, prima di attaccare, portarsi ad una distanza inferiore. E' da notare come questa parola, attaccare, significasse, allora, mettere il proprio ferro a contatto dell'altro, per poi metterlo sotto controllo, guadagnando i gradi: punto di partenza per ogni successiva azione offensiva, in cui si doveva, necessariamente, anche proteggersi, mentre si tentava di colpire.

Fra gli allievi di Titta Marcelli, il più famoso fu Giovanni Mattei, Maestro di Giuseppe Villardita, che ebbe fama a sua volta in Sicilia, e stampò un trattato nel 1670, in cui tra l'altro scriveva: "... è d'uopo far passaggio, per potersi bene operare, al formar della pianta la quale fu saviamente inventata e posta in esecuzione dal Primo Maestro Marcelli da cui ben istrutto ne venne Giovanni Mattei mio Maestro, e di Francesco Antonio Mattei mio cordialissimo condiscepolo..."

Francesco Antonio Mattei stampò nel 1669 la seconda edizione del suo trattato intitolato "Della Scherma Napoletana, discorso primo, dove sotto il titolo dell'Impossibile Possibile si prova che la scherma sia Scienza, e non Arte." Dopo l'omaggio al Maestro capostipite, il Marcelli, scrive: "Che dirò poi del Sig. Giovanni Mattei, che nel mar della scherma par ch'abbia toccate l'ultime mete! Ben egli si merita tutte le lodi, ma non le aspetti dalla mia penna, che portate ad un fratello di soverchio sarebbono interessate."

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L'Impossibile reso Possibile, nella dedica del Mattei a Don Giovanni D'Avalos, Principe di Troia, era semplicemente far comprendere la scherma con la penna, scrivendone, anziché solo con la pratica in sala d'armi. In seguito, poiché lo slogan era ben trovato, al titolo si vollero attribuire altri significati, come l'esecuzione di azioni schermistiche particolari.

Nel 1725 Nicola Terracusa e Ventura stampò un trattato, "La vera Scherma Napolitana Rinnovata", ove scrisse: "E questo è avertimento del mio Maestro Francesco Antonio Mattei, il quale vuole per il suo Libretto, che i Cavalieri, prima di porsi la Spada in mano per imparare si avessero da informare chi è il Maestro, se ha fatto buoni Scolari, e se ha avuto prattica negli assalti, e se i suoi scolari sono riusciti buoni Maestri, che da questo si cava se il Maestro ha buona comunicativa."

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E, più avanti, scrive che Francesco Antonio Mattei "definisce che la scherma sia un inganno regolato velocemente fatto acquistato per dimostrazione dei maestri periti, perché tutte le lezioni che si insegnano agli scolari devono essere operate come comanda la scherma con velocità, tempo e misura, ma con inganno che questo è quanto può arrivare la scherma napoletana per avere questo vantaggio dall'altre nazioni per operare le azioni all'Impossibile con velocità fatte al suo tempo, e così mai resterà deluso chi l'opera...". Dal Terracusa apprendiamo anche che le sue continue dimostrazioni d'efficacia, in Palermo e in Messina, provocarono l'estinzione della "vecchia" Scuola del Morsicato Pallavicini, autore a sua volta di un bel trattato, stampato nel 1691.

14dimarcoQualche decennio più tardi, Alessandro Di Marco pubblica addirittura tre volte, dal 1758 al 1761. Abbiamo smarrito il filo diretto, da Maestro ad allievo, ma è sempre Mattei l'autore di riferimento, il più citato. Non si discute, quindi, la continuità della Scuola, ma già si intravede qualche segnale di rinnovamento. L'Italia è divisa, anche schermisticamente, fra il nord e il sud: e i settentrionali si differenziano certamente per la maggiore influenza della Scuola francese, che sta conoscendo un periodo di grande fioritura. Nel secolo XVIII i trattati italiani sono pochi e non molto importanti, e questa povertà risalta particolarmente se raffrontata, da un lato, alla ricchezza del secolo precedente, e dall'altro, all'aumento quantitativo e qualitativo di quelli francesi.

15picardbremontDopo la Rivoluzione del 1789, le conquiste di Napoleone hanno potentemente contribuito alla diffusione della scherma transalpina, che ha assunto connotati suoi propri, mentre prima risentiva chiaramente dell'influenza italiana.

Ma gli stili restano comunque ben distinti, e molti autori si preoccupano, allora e in seguito, di identificare le caratteristiche degli schermitori di Scuole diverse. Di particolare rilevanza, dato il periodo e la nazionalità dell'autore, è la testimonianza di Alessandro Picard Bremond[1], autore di un trattato che fu tradotto in italiano. Viaggiò molto, ebbe esperienza diretta dei vari stili, e apprezzò in modo particolare l'efficacia della Scuola napoletana: "Confesso, che io non andavo esente da prevenzioni prima di aver trascorsa l'Italia medesima, ma di presente essendomene DISINGANNATO le rendo quella giustizia, ch'ella ben merita. In generale, i Francesi superano chiunque nella graziosità e leggiadria delle posizioni ma quello che riguarda la forza e la sodezza, potrà in favore degli Italiani deciderne chi di me più ne sappia senza che io mi spieghi di vantaggio.

Io suppongo che passi dalla Francia in Italia uno dei buoni Schermitori Francesi per giocare con un forte, e segnatamente con un Napolitano.

Egli, cioè il Francese, deve aspettarsi di trovare una guardia del tutto opposta alla sua. Forsa sarà quella della spada volante ovvero una guardia sostenuta colla punta diretta al petto; non è da immaginarsi, ch'egli sia per allontanare questa punta invitato da battimenti, da sfregamenti del suo ferro, non che da ogni altro atteggiamento che praticar si potesse per rimuoverla. Ei non uscirà dalla linea, e sarà sempre fuori di misura. Si consideri solamente la forza nella spalla, il corpo all'innanzi[2] e principalmente la giuntura del polso assai pieghevole per rendere il bottone leggiero, e mi si confesserà che ciò deve imbarazzare anche gli Schermitori più DESTRI, allorché particolarmente si vogliono evitare i colpi d'incontro. Inoltre, se faciasi un movimento sopra di lui egli uscirá fuori di linea, vi divertirà alla lunga per isconcertare le vostre intenzioni e mercè la sua grande cognizione della MISURA, andrà volteggiando finché vi determiniate a partire. Così dopo avervi lungamente faticato fuori di misura, se marciate, o gli facciate un attacco qualunque, egli tirerà colpi DRITTI tanto sù di un sfregamento, ed incrocicchiamento, quanto sù d'un cangiamento di spada.[3] Se desso poi attacchi decisivamente vi tirerà un colpo a mezzo sostenuto in faccia al petto di guisa a non poter scomporre il debbole del suo ferro col vostro forte e nemmeno con cangiamenti di spada. Dopo avervi tirato altresì un colpo a mezzo, se voi abbandonate il ferro egli lancerà il colpo.

La maniera di impugnare il ferro, e di giuocare al piastrone è quel tanto, che gli dà la superiorità di tirare con tanta fermezza. In fatti se voi tirate una cavazione vi tirerà dritto[4]. Se mostriate un' una e due egli anderà alla parata di sotto-prima tirando al fianco. Dico replicatamente, che vi fa d'uopo convenire che tal sorta di giuochi imbarazzano anche i più valenti e sperimentati schermitori".

Più avanti l'autore ci informa indirettamente della popolarità dei Maestri napoletani, che spesso erano chiamati "all'estero" per insegnare: "Gli incrocicchiamenti, sfregamenti, battimenti, e legamenti di spada, si possono eseguire più facilmente stando piuttosto nelle guardie tese che sopra le altre. L'incrocicchiamento si effettua sopra un avversario che abbia sempre il bottone al corpo, e rigidezza nelle braccia. Fa mestieri dunque cogliere il debole del suo ferro col forte del vostro, rivoltare le unghie abbasso, distendendo bene l'antibraccio, ed in maniera che il bottone gli rimanga al fianco. E se in siffatto movimento egli volesse cogliervi con un colpo sulle armi, gli farete uno sfregamento, ed entrerete dritto. Questa è una botta che dai NAPOLETANI si possiede in un modo superiore. Difatti io la vidi eseguita in varie occasioni, e principalmente da Antonio Gaggini, valentissimo uomo e Maestro in Milano[5] . E' questo uno dei più bei colpi che io abbia avuto l'incontro di mirare nel corso dei miei viaggi."

Siamo quindi arrivati alla fine del secolo XVIII, quando sta per sorgere la stella schermistica del più importante trattato dei primi tre quarti, almeno, del secolo successivo: il Rosaroll e Grisetti. Stampato per la prima volta a Milano nel 1803, ebbe grande fortuna, e conobbe numerose ristampe, sino a quella del 1871, a Nocera Inferiore. Il trattato si intitola "La Scienza della Scherma, esposta dai due amici Rosaroll Scorza e Grisetti Pietro", ed è dedicato al pittore Giuseppe Errante. E qui ci troviamo di fronte ad alcuni piccoli misteri, solo in parte svelati.

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Il primo mistero riguarda il notevole cambiamento avvenuto nella posizione di guardia, dopo secoli di stabilità. Appare evidente, infatti, soprattutto nella guardia, divenuta centrata, con la mano armata ben alta e in avanti, che l'influenza francese, o almeno quella dell'Italia settentrionale, non era più trascurabile. E come questo fosse avvenuto, non è difficile comprendere, informandosi sulla vita degli autori, e sulle loro peripezie. Il secondo mistero riguarda il Maestro, o i Maestri, degli autori.

Sappiamo da Jacopo Gelli, nella sua Bibliografia della Scherma, che "Ambedue erano allievi di Tommaso Bosco, professor in Napoli". E ce lo confermano anche loro, scrivendo dei colpi di pomo che si praticavano "Nella scuola del nostro Maestro il Sig. Tommaso Bosco, che fu uno de' primi Professori di Napoli...". Ma avevano imparato anche da altri, come scrivono descrivendo il colpo chiamato ancora: "Si dee l'invenzione di quest'azione al fu celebre maestro di Scherma Alessio di Trano, da noi altrove nominato, né vi è stata altra scuola, in cui questa si sia conosciuta. Il Sig. Francesco Scorza, tuttora vivente in Napoli, fu il solo di tutti gli allievi di questo maestro, che l'avesse uguagliato nell'eseguirla, e noi l'abbiamo da lui appresa". E ancora: "Alessio di Trano, che fra i maestri del prossimo passato secolo ha ottenuto in Napoli il primato".

Ma non al Maestro dedicano il loro trattato, bensì ad un pittore trapanese, Giuseppe Errante[6], abilissimo nella scherma, che a Milano aveva aperto un'Accademia ove gli schermitori, frequentemente, tiravano quasi nudi, affinché gli allievi pittori potessero prendere spunto da modelli realistici. Sospetto, infatti, che le figure del trattato possano essere dello stesso Errante, o di qualche suo allievo.

E c'è dell'altro. Giuseppe Maria Rosaroll-Scorza[7] è un napoletano verace, destinato sin da giovane alla carriera militare, in cui molto si distinse. Nato nel 1775, fu un patriota, e morì combattendo per i suoi ideali, in Grecia, a cinquant'anni. Non mi dilungherò sulla sua vita, ma solo su un particolare significativo: aderì alla Repubblica Napoletana, ma fu catturato dai sanfedisti a Castel Nuovo, e condannato a morte. Si salvò fuggendo in Francia, da dove tornò in Italia, al seguito di Napoleone Bonaparte. Soggiornò a Milano, dove pubblicò il trattato, nel 1803, e tornò in Napoli solo qualche anno dopo.

Pietro Grisetti, invece, molto meno noto, non era napoletano, ma di Salò, ed era di quattro anni più giovane del pur giovane Rosaroll. A Napoli, prima di conoscere l'amico, non risulta che sia mai stato. Si conobbero certamente a Milano, nell'Accademia dell'Errante, e lì fecero amicizia, e concepirono il trattato. Confrontando le età (Errante è del '60, Rosaroll del '75, Grisetti del '79), appare chiaro che l'influenza maggiore, nel trio, sulle teorie schermistiche, era quella del pittore trapanese, di cui i due più giovani scrivono, nella dedica: "Il vostro nome pur troppo noto all'Europa pel grado sublime, a cui si elevò il vostro genio nelle difficilissime arti, Pittura, e Scherma, merita questo contrassegno di stima, ben dovuto ad un sommo schermidore".

Può darsi, quindi, che le teorie schermistiche del trattato siano il felice compendio delle esperienze dei tre: impronta napoletana, o siciliana, data da Errante; esperienza napoletana, poi influenzata dal soggiorno francese e milanese, da parte del Rosaroll; e infine un contributo non meglio definito del più giovane dei tre, Grisetti, che con tutta probabilità si era formato, come schermidore, alla scuola dell'Errante stesso. Del resto, come ben si comprende leggendo la "Prefazione alla Gioventù Italiana", il libro aveva anche un proposito politico e patriottico: "...nel periodo di tempo in cui viviamo in cui i nomi di libertà e di amor di patria non sono più per l'Italia freddi nomi di storia, ma nomi efficaci e nomi di nazione ... crediamo di poter francamente asserire che l'onore della nostra nazione e la di lei prosperità sarà in ragione degli sforzi che noi faremo per acquistare il vero valore".[8]

Dopo quello del Rosaroll e Grisetti, un solo trattato ancora segue il solco, pur modificato, della Scuola Napoletana tradizionale, ed è quello del catanese Blasco Florio, che pubblicò la sua opera, "La Scienza della Scherma", a Catania, nel 1844. E' un bel trattato, sotto certi aspetti assai moderno, che perfeziona e ridefinisce i cardini della sua Scuola. Commentando lo scritto del Picard Bremond, quando descrive la guardia centrata dei napoletani (già modificata, quindi), egli scrive: "Ecco avvenuto il cambiamento della guardia del corpo della Scherma Scientifico-Nominale, in quella della Scherma Scientifico-Reale; ecco il centro di gravità della stremità sinistra della base di sostegno portato nel mezzo di essa base, e di necessaria conseguenza il ginochio destro dalla giacitura tesa seu annervata cambiata in quella ad angolo quasi retto". E poi: "Questo sistema di giuoco ha per necessità di mezzo l'uso Scientifico-Reale della Coccia, quello cioè, di fare da scudo, non alla sola mano, ma a tutto il corpo".

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Quando scrisse la prima edizione del suo trattato, Florio, che si definiva "Apostolo della scherma", ancora non aveva conosciuto il Maestro Giacomo Massei. In seguito, conosciutolo, e appresa la sua storia, si convinse di aver incontrato il vero continuatore della Scuola napoletana, e gli dedicò la seconda edizione del trattato: "All'egregio Signore Giacomo Massei, primo sostenitore della scherma delle due Sicilie.

Signore, quando pubblicava, nel 1844, la prima edizione della mia Opera – La Scienza della Scherma – sul riguardo che non rinvenni persona, per osservar che avessi fatto, la quale tutti i numeri avesse per poterla degnamente rappresentare, ne feci la Dedica al Genio della Scherma delle due Sicilie. Oggi però che trovo in Lei, per tutti i titoli, incarnato questo mio voto, vengo a fregiare del nobilissimo Suo nome questa seconda edizione, cui mi ha indotto il generale compatimento e suffragio alla prima. Ella intanto l'accolga qual segno del mio inalterabile attaccamento ed ammirazione."

La lettera era del 1857, 11 novembre, e la risposta di Massei, anch'essa pubblicata all'inizio del trattato, è di due settimane dopo, il 25: "Accetto con vivo compiacimento l'onore che mi fa della sua Dedica, e gliene rendo grazie". " L'opera viene onorata dallo Schermitore Sovrano che sopra gli altri com'Aquila vola, Cav. Giacomo Massei da Napoli", scrisse Florio. Ed è questo il primo documento che ci resta del fondatore della Grande Accademia, che non ebbe vita facile.

Massei e Florio ebbero fra loro una nutrita corrispondenza, da cui si possono trarre numerose e interessanti informazioni. Il Rosaroll tenne scuola a Napoli nel periodo murattiano: "La scuola Rosaroll, in Napoli fu in fiore nel corso della così detta occupazione militare. In seguito il signor Duca Morbili 'col valore in pugno' – dice il Massei - 'e con la squisita educazione, accogliendo Maestri e Dilettanti mantenne vivissimo il sacro fuoco della Scherma delle due Sicilie'. Fu suo prodotto il Professore Emmanuele Dumarteau, scolare eminentemente grato, come lo addimostrava il ritratto che teneva nella sua scuola sito in mezzo ad un trofeo di Armi".[9]

Di lui "il valentissimo dei tempi presenti" scrissero, alla sua morte: "A detto di coloro che videro giocare il Dumarteau di spada nei tempi della sua vigoria, i meriti di tutti questi valenti erano in lui. Egli dell'arte sua non solo intendeva le difficoltà, ma eziandio l'alta importanza. Nella sua sala teneva scritto che una buona lezione di scherma è una buona lezione di filosofia." E infine: "Il dolore che ci ha cagionato la morte di codesto Maestro è alleviato dalla ricordanza del contento che egli provava negli ultimi anni di sua vita, vedendo che la sua ottima maniera di armeggiare era trasfusa agli altri per mezzo del Principe dei dilettanti presenti, il Massei suo scolare, che di già à formato valentissimi Schermitori".

Del valore schermistico del Massei abbiamo numerose testimonianze, che ci riportano anche ai suoi rapporti con la famiglia di Masaniello Parise, di cui diremo in seguito: ""Accademia di Scherma — Nel giorno di Domenica 17 andante [1856] nella gran Sala di Monteoliveto; davasi dai Maestri di Scherma Napolitani Annibale, Raffaele ed Eduardo Parise, e Giuseppe Griffo, solennissima accademia deputata al soccorso di professori che per gli anni deposero il peso delle armi!!! Aprivano l'accademia l'invitto dilettante Giacomo Massei, l'Antesignano della scherma napolitana ed il suo discepolo Eduardo Parise, giovine Maestro di belle speranze, che destramente e valorosamente sviluppò tali azioni da dimostrare aver ben corrisposto alle premure del suo maestro..." E ancora: "Lode dunque ad entrambi. Tali progressi del Giovane Parise c'inducono a sperare che proseguendo colla medesima alacrità sotto gli ammaestramenti del Sig. Massei siccome àn fatto gli Zii Annibale e Raffaele, possa un dì conseguire a se stesso la rinomanza di suo Padre Luigi".

Sarebbe interessante continuare, ma ci basti, qui, constatare la discendenza artistica dei Parise dal Massei, che a sua volta discende dal Dumarteau, e questi dal Morbili, che imparò dal Rosaroll.

Occupiamoci, ora, della frattura tecnica che si generò in quegli anni.

Secondo il Florio, e secondo il Massei, che gli scrive, nella scherma napoletana si verificò, ai suoi tempi, un vero e proprio scisma, contro cui entrambi, inutilmente, vollero combattere. Scrive il Massei, nel 1860: "Dalla morte del Nestore degli Schermitori Napolitani, intendo parlare del troppo noto Duca Morbilli, cioè da dieci anni in qua, io rinvenni questa bell'arte languente... La classe alta portando rispetto alla memoria dell'estinto e presa da giusta indignazione per la causale dal Parise provocata, più nol ricevette, e con esso si mise mano allo scisma il quale provocò all'arte tante e poi tante oscillazioni."

Cosa era successo? Ce lo chiarisce il commento ad un fatto avvenuto qualche anno più tardi. Nella sala del Marchese del Tufo, che come Annibale Parise era allievo del Massei (e poi da questi affidato allo stesso Dumarteau), avvenne un brutto incidente: "Verso le ore due della giornata di ieri [28 gennaio 1864], al palazzo in Riviera di Chiaja n°185, nella sala di scherma del Marchese del Tufo mentre i signori Alberto Garnier e Conte Lotti vi stavano prendendo lezione, in un assalto fatto fra essi due si spezzava il fioretto del sig. Lotti, e la parte maggiore di esso trapassava il petto del suo compagno, che cadeva all'istante in terra". Florio vide in questo incidente la conseguenza diretta dell'abbandono delle buone norme tradizionali: in primo luogo, con l'abitudine invalsa di tirare in doppia misura, cioè a distanza ravvicinata; e in secondo luogo con l'abbandono di alcune misure protettive, che avrebbero forse impedito la disgrazia: "il guanto di dante imbottito di crine in garanzia della mano e braccio destro, della fascia attorcigliata al collo per garantirlo dallo strisciar della lama, e dalla pelle di dante assicurante il davanti del tronco dalle contusioni, dalle ferite e morte sinanco, causate dai colpi dentro misura, giusto appunto come nella specie Lotti e Garnier, ché senza un tale svestimento non sarebbe accaduta".

Ma torniamo al 1860, anno che precede la nascita della Grande Accademia. L'accenno alle responsabilità di Annibale Parise, negli scritti successivi di Florio, viene opportunamente censurato, per non accentuare il dissidio col Massei, che ha motivo di lamentarsene: nelle sue lettere, infatti, afferma che Annibale Parise, ben protetto dal Senatore del Regno, Marchese Topputi, aveva tentato di ottenere, nella costituenda Accademia, un ruolo pari a quello del Massei: "Or, poiché il movente di siffatto discorso non era pel Parise il vantaggio della cosa, ma il proprio, per la pretesa di un forte appannaggio mensile che sostiene doverglisi... e così dando di cozzo a quel tale scoglio che io ben comprendeva doversi scansare, cioè materia interessi, è rimasta tuttavia in pendenza un nobile progetto chiamato a risuscitare l'Arte, e 'l benessere di tutti i Maestri".

Le cose andarono diversamente, perché Massei fu nominato Sopraintendente Generale Capo Scuola; ma al Parise non andò male, e fu nominato Direttore Generale. Le tensioni, però, rimasero, e produssero i loro effetti negativi soprattutto sul Massei, che fu gradualmente emarginato.

Val la pena di accennare ad un suo tentativo, insieme col Florio, e con un altro ben noto autore di trattati, Alberto Blengini (che in Florio riconobbe il suo "padre adottivo" in materia di scherma), di costituire un altro ente ispirato alle stesse finalità sopra espresse, ma di respiro più ampio, nazionale, anche al fine di dare validità riconosciuta ai diplomi degli insegnanti. La Società di Scherma del Regno d'Italia nacque nel 1866, sotto i migliori auspici, con i più bei nomi della scherma del tempo, ed ebbe ufficiale e legale riconoscimento, ma non ebbe vita lunga.

I Maestri napoletani non collaborarono, salvo il Massei, e il tentativo, malgrado l'alto patrocinio e la Presidenza Onoraria Perpetua di S.A.R. il Principe Eugenio di Savoia Carignano, non risulta aver avuto lungo seguito.

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I napoletani avevano fondato, frattanto, una società di mutuo soccorso, aperta solo ai maestri napoletani (ne scrisse in modo estremamente negativo lo stesso Massei), di cui fu segretario l'Avv. Carlo Cinque, già tra i fondatori dell'ANS, che però non esercitava la professione schermistica. Avevano firmato, tra gli altri, quattro dei Parise: Annibale, Raffaele, Augusto, Eduardo. Tre fratelli, i primi, tutti figli di un altro Raffaele, che fu allievo di Tommaso Bosco (il Maestro dichiarato di Rosaroll) e di Fucile (Gennaro Belluzzi-Fucile, presumo, che fu anche Maestro del Florio). Gli altri due figli di Raffaele furono Luigi, padre di Edoardo, morto in carcere, per le sue idee politiche ("Non nell'insegnamento, ma negli assalti, superò anche il padre"), e Achille, padre di Masaniello, l'autore del famoso trattato, considerato in seguito la Bibbia della scherma italiana e forse mondiale. Achille insegnò a lungo a Torino, come afferma il figlio nel suo trattato, e poi a Livorno "con forte appannaggio", come scrive Massei.

Abbiamo qui il quadro di una famiglia di Maestri di scherma molto unita, ben sostenuta politicamente (il Senatore del Regno, Marchese Topputi, fu il primo Presidente della Grande Accademia), che seppe ben utilizzare questo connubio di forze. Quando, nel 1880, lo Statuto dell'Accademia viene rinnovato, tre Parise figurano ancora tra i soci insegnanti: Augusto, Edoardo e Masaniello; Achille, e Raffaele (il più giovane dei cinque fratelli, cui Masaniello dedica il trattato), figurano tra i soci fondatori; Massei e Cinque, formalmente ancora ai primi due posti della lista, sopravvivono ad Annibale, ormai scomparso, dopo essere stato Direttore dell'Accademia "per più di quindici anni", come scrisse Masaniello.

Nel 1882, è ben noto, ebbe luogo il concorso bandito dal Ministero della Guerra per individuare un trattato, e un Direttore, della costituenda Scuola Magistrale, che iniziò a funzionare nel 1884.

Non è il caso di ricordare, qui, le furiose polemiche successive, e il dubbio, fortemente sostenuto dal Gelli, che la decisione fosse già stata presa: la Scuola Napoletana si dichiarava apertamente continuatrice unica della Scuola Italiana di scherma, che al nord era stata 'contaminata' da quella francese, tanto da chiamarsi Scuola Mista. L'orgoglio patriottico si sovrapponeva alle ragioni tecniche. Ma prima di affrontare la questione, citiamo l'ultimo documento lasciatoci dal Massei, che fu Maestro anche di Masaniello, per un paio d'anni, ma protestò vivacemente quando, in occasione del IX Congresso Ginnastico in Napoli, nel 1881, la giuria di scherma volle attribuire a Masaniello Parise il primo premio nella spada: benché fosse stato nettamente superato, nella gara, dal Miceli che, nell'incontro diretto "ottenne un rilevante vantaggio di almeno un terzo dei colpi". Massei non la digerì, e pubblicò anzi un fascicolo in cui denunciò i misfatti della giuria.

Ma torniamo al trattato di Masaniello. Se col Rosaroll si era notato un allontanamento dalla Scuola Napoletana classica, col Parise, malgrado la dichiarata fedeltà alla tradizione, ci fu un autentico stravolgimento. In meglio, diremmo oggi, poiché siamo tutti figli e nipoti del suo metodo. Ma le differenze tecniche e metodologiche erano veramente notevoli.

Iniziamo dalla posizione di guardia, che è ampia, due piedi, e centrata (nelle immagini, ancora un po' spostata verso il piede posteriore): elemento questo, che distingue tutti e tre i testi citati dalla tradizione antica, in cui il peso del corpo era nettamente spostato verso la gamba posteriore, mentre quella anteriore era quasi distesa. Anche il braccio armato, pur non perfettamente in linea, è molto in avanti.

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Il braccio posteriore, invece, è ad arco, ben in alto sopra la testa: posizione, questa, già consolidata nei francesi, da almeno un secolo (vedi De La Touche, 1670, Le Perche, 1676, Liancour, 1686, più o meno contemporanei del Marcelli, che non ne parla e non ne fa uso), mentre non è presente negli autori italiani, se non casualmente: come residuo, immagino, della scherma di spada e pugnale, o altro accessorio. Residuo che non impedisce ai francesi di considerare il braccio non armato come un utile contrappeso, atto a riequilibrare, come a parare, e alle prese. In seguito, anche la Scuola Mista italiana adottò questa posizione del braccio, con leggere varianti.

La Scuola Napoletana aveva sempre conservato e riaffermato l'utilizzo realistico della spada da duello, ben distinto da quello fiorettistico, certo più aereo, grazioso, leggero e pieno di finezze stilistiche, ma poco utile in duello, e perciò molto criticato, soprattutto da noi, ma anche dagli stessi francesi. La relazione Fambri, che spianò la strada al Parise nel famoso concorso, cita "il fioretto francese, che arieggia il frustino e talvolta viene anche ad arte incurvato per guisa da toccare anche quando il petto resterebbe regolarmente coperto". La Scuola Napoletana, infatti, sino al Florio e, dobbiamo ritenere, al Massei, aveva come fondamento la linea, e la difesa effettuata con la coccia.

21cartoccio

E tuttavia il Parise mostra tracce evidenti della sua "conversione". Infatti, abbandona azioni fondamentali della sua Scuola, come le contrazioni, pur presenti nelle Scuole italiane del nord. Il cartoccio, azione al fianco sempre eseguita con accentuata copertura della testa, che si appoggiava all'interno del braccio, nel colpire, diviene una semplice botta al fianco, priva di copertura. E dichiara, nel descrivere il pugno di prima, che "di questa posizione si servivano gli antichi tirando al fianco per garantire la faccia; ma ora è smessa, per l'uso della maschera": il che equivale, con tutta evidenza, ad aver abbandonato il realismo spadistico, vanto e ragione prima della sua tradizione!

Ma non è tutto, anzi. Il cambiamento più evidente, che lo avvicina alla metodologia dei francesi, è anche quello che più è passato inosservato, perché accolto, molto prima di lui, dalle Scuole del nord Italia, molto più esposte all'influenza francese. Parliamo della classificazione delle parate. In tutti gli autori precedenti della Scuola Napoletana, fino al Rosaroll-Grisetti e al Florio, mancava una catalogazione delle parate come oggi la intendiamo e la conosciamo. Nel Rosaroll, infatti, si afferma che "moltissime sono le parate, e si descrivono le parate semplici, come quelle da cui nascono tutte le altre. Esse distinguonsi in tre, le quali appellansi: di picco, media e stabile". Non mancano di certo, le parate, ma il concetto è molto più esteso: "Qualunque azione che serve a togliere al nemico il mezzo di colpire è una parata". Le contrazioni, principalmente, tra queste. E il Florio, ultimo trattatista fedele all'antica tradizione, si mantiene nel solco.

Parise, invece, introduce nella sua Scuola le parate, come oggi le conosciamo, ben distinguendole tra loro, e dalle azioni di offesa e controffesa. Ancora una volta, il suo riferimento, dobbiamo ipotizzare, se non direttamente la scherma francese, sarà stato il metodo della Scuola Mista, a sua volta derivato dall'impostazione francese.

Da dove proviene l'influenza francese su Masaniello Parise? Suo primo maestro fu il padre Achille, che ha lungamente insegnato a Torino, dove si era rifugiato per sfuggire alla condanna a morte per i moti del 1848[10]. Non è azzardato pensare che la vicinanza dei francesi abbia prodotto, in Achille, consistenti ripensamenti sulla sua tecnica, poi trasmessa al figlio.

Comunque sia andata, il tempo diede ragione a Masaniello Parise, forse più per un caso che per la sua preveggenza: si andava verso la scherma sportiva, benché il nostro si dimostrasse a lungo avversario della "deriva" spadistica, e una scherma più leggera e dinamica non poteva che essere premiata. Senza contare il fatto, determinante, che l'intervento dello Stato nella creazione e sostegno della Scuola Magistrale Militare diede peso e sostanza all'intero movimento.

Pochi anni ancora, e i tratti distintivi delle varie Scuole, in numero crescente, si sarebbero profondamente rimescolati, grazie ai frequenti confronti. Lo stesso Parise, che doveva dimostrare l'efficacia della sua direzione - e la dimostrò – ben presto si circondò dei migliori esponenti della Scuola Mista.

La politica aveva vinto, ancora una volta, ma il tempo fu galantuomo con gli sconfitti.

 

Un video con le immagini che completano questa relazione del Maestro Toran.

Le note sono de "L'Olimpiade" di Domenico Cimarosa, uno dei più validi rappresentanti dell'opera del tardo Settecento.

Due storiche Scuole napoletane, dunque: quella musicale e quella schermistica

Buona visione e buon ascolto. (E.L.) 

 

[1] "Trattato sulla Scherma di Alessandro Picard Bremond, preceduto da un suo ragionamento, ove il celebre Cavaliere di S. Giorgio viene coronato qual nume dell' arte, aggiuntavi la notizia de' Professori non che dei Dilettanti che si distinguono in quest' arte medesima, nelle principali Città di Europa, e specialmente in Italia, traduzione della Francesse nella lingua Toscana, dedicata agli Amatori. Milano 1783"

[2] Ecco avvenuto il cambiamento della guardia del corpo della Scherma Scientifico-Nominale, in quella della Scherma Scientifico-Reale; ecco il centro di gravità della stremità sinistra della base di sostegno portato nel mezzo di essa base, e di necessaria conseguenza il ginochio destro dalla giacitura tesa seu annervata cambiata in quella ad angolo quasi retto.

[3] Questo sistema di giuoco ha per necessità di mezzo l'uso Scientifico-Reale della Coccia, quello cioè, di fare da scudo, non alla sola mano, ma a tutto il corpo. [questa nota, e la precedente, sono del Florio]

[4] Quest'azione ha per dato l'uso scientifico della Coccia.

[5] Gaggini ritornato in Patria fu uno dei primi professori di Scherma, tanto in quell'epoca fiorente. Fu suo Scolare Natale Cavalli, genero di Lui, non degenere dal Maestro. Licurgo Cavalli figlio di Costui ereditò la Scherma del Padre e dell'Avo. Esiliato da Napoli dopo lunga prigionia per libere opinioni politiche, si ridusse in Malta e da Malta a Torino, ove esercita la professione avita, facendo molto onore alla scuola Napolitana. Questo è quanto ne ho raccolto sul conto del Giovine Licurgo. [questa nota, e la precedente, sono del Florio]

[6] f. Cancellieri, Memorie raccolte intorno alla vita ed alle opere del pittore cavaliere Giuseppe Errante di Trapani, Roma, Bourlié, 1824.

[7] Prof. Antonino De Francesco. Tirar di scherma nell'Italia napoleonica: Giuseppe Errante, Pietro Grisetti, Giuseppe Rosaroll e la storia della loro amicizia, in Studi in memoria di Cesare Mozzarelli, Milano, Vita e Pensiero, 2008, 1045-70. Qui e in seguito, nella biografia del Rosaroll e dell'Errante, è citato ampiamente il suo lavoro.

[8] Rosaroll Scorza - Grisetti, pp. XI-XII.

[9] Da "Il Primato della Scherma Italiana" di Blasco Florio, 1861

[10] "ACHILLE, che è il padre mio amatissimo, dannato a morte dal Borbone in seguito ai moti liberali del Quarantotto, trovò salvezza nell'esilio; e in Torino, ove ebbe stanza ospitale, tenne per lunghi anni una scuola di scherma, che ha reso grandi servigi all'incremento dell'arte. Egli stesso a Parigi e a Londra, nel 1854, in pubbliche accademie, dié splendide prove della sua valentia, riaffermando con grande onore il primato della scuola italiana." Dalla dedica di Masaniello Parise, all'inizio del suo trattato di scherma.

 

Commenti 

 
0 # Davide Lazzaroni 2010-01-18 11:52
Complimenti per la versione "youtube"....
 
 
+1 # Magis 2010-01-18 14:05
Ottima idea davvero, quella di mettere in un filmato le varie immagini. Complimenti ad Ella! Questi dell’Accademia della scherma sono davvero in gamba

Ne approfitto per fare un po’ di pubblicità agli altri articoli pubblicati di recente, su argomenti storici.

Il testo dell’articolo di questa pagina riguarda una conferenza tenuta a Pozzuoli, per l’Accademia Nazionale di Scherma di Napoli (Ans), nel corso di un convegno di cui trovate notizia qui:

http://www.federscherma.it/news.asp?i=77964&s=7

e di cui saranno presto pubblicati gli atti, a cura dell’Ans.
In un precedente convegno, nel 2005, sempre organizzato dall’Ans, dedicato al tema “Sport e democrazia”, avevo parlato del duello. Proporrò il testo, che non ha perso di attualità, a Schermaonline, per la pubblicazione.
Avete letto, inoltre, su queste pagine, l’articolo sul metodo di scherma di Beppe Nadi; e, su Schermaonline, l’articolo su Italo Santelli, che è stato prontamente tradotto in inglese da g-men, che ringrazio, e postato su Fencing.net, qui:

http://www.fencing.net/forums/thread48302.html

Se siete interessati agli argomenti storici, e fate una visita al sito del CRL (Comitato Regionale Lombardo), potete trovare un altro mio articolo, il primo di una serie, dedicato alla scherma lombarda. Il primo parla della Società del Giardino, alla fine degli anni ’20, e lo trovate qui:

http://www.crl-fis.it/content/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=295&mode=thread&order=0&thold=0

Quest’ultimo sito non è interattivo, per cui vi sarò grato se vorrete indirizzare su questo sito ogni eventuale commento. Grazie, e ciao a tutti
 
 
0 # gram 2010-01-18 16:19
Bellissimo ed interessante articolo, stupenda presentazione grafica e mediatica.

Complimenti a Giancarlo ed Ella!

 
 
0 # Ella 2010-01-18 20:59
Grazie, siete molto gentili; ho solo messo qualche fiorellino.
 

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