| Assemblea A.I.M.S. di Rimini, 22 febbraio 2003 |
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| Martedì 15 Dicembre 2009 21:48 | |
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A terra, dallo squarcio della sacca aperta, emergono i ferri del mestiere, anche questi anti-convenzionali: un fioretto con due impugnature (francese e anatomica?) poste in serie ad allungare abnormemente la distanza che separa il discente dal maestro nella simulazione di un avversario con leve lunghissime; un'altra arma in cui la coccia è sostituita da una protezione circolare, trasparente, in plexiglas a mostrare il lavoro delle dita del maestro e, alla bisogna, dell'allievo. L'armamentario di un alchimista da cui scaturiscono magie, a giudicare dai risultati eclatanti dei suoi allievi, tracce di una fervida fantasia e dell'applicazione di uno studio temerario. Dopo la vestizione Antonio dà avvio alle sue figurazioni, ambidestre, eleganti, ritmate; un dialogo muto, talvolta sottolineato da fonemi assimilabili a improperi. Ipnotizzato, come forse gran parte della platea, contemplo quello scambio di informazioni da cui emergono elementi riconoscibili in sequenze apparentemente illogiche ma, come un bambino timido, non azzardo quesiti che possano urtare la suscettibilità del Maestro o che possano ritorcersi contro di me per la banalità della risoluzione che non sono riuscito immediatamente a recepire. Il riserbo viene interrotto da alcune domande degli astanti e altrettante risposte provocatorie, a interpretazione multipla, criptica; io vorrei chiedere, per meglio comprendere, di mettermi a posto del discente per fruire direttamente delle sensazioni tattili, visive. Piano piano abbandono la riunione, scendo nel mio intimo per sviluppare un dialogo parallelo alla esibizione, per assemblare tutte le tessere del mosaico che ho acquisito nel tempo, rubacchiando non visto, o che, con parsimonia, Antonio Di Ciolo mi ha concesso; di fatto, l'esibizione di per sé non è che una piccola scheggia di una singola tessera che al tempo stesso comprende tutto lo spettro della sua arte. Parto dalla provenienza geografica, Pisa, che forgia geneticamente la scorza del personaggio, all'apparenza ruvido, polemico, dissacrante, arguto; aggiungo, poi, gli elementi che fanno parte della sua acculturazione: il sapere di derivazione ISEF ampliato a dismisura dalla naturale curiosità per gli aspetti anatomici, biomeccanici e, specialmente, psicologici e pedagogici; infine metto in conto, tra gli aspetti umani, soprattutto il desiderio di sapere ma anche la timidezza e l'umiltà spesso dissimulate. Sintetizzo il tutto in un personaggio che fa scherno di se mostrandosi rozzo ma che nasconde una sensibilità e una sofisticazione non comuni. La filosofia che sottende le scelte di Antonio Di Ciolo è il rifiuto della standardizzazione, della ripetitività che ingessa in automatismi difficilmente reversibili. Un corollario è il rigetto della tirannia didattica, del comando che viene dall'alto, da accettare come dato di fatto (e che tanto ha subito nel suo apprendistato all'ISEF). Nel suo sistema non esistono un docente e un discente nel senso classico del termine, separati da una barriera di autoritarismo più o meno codificata. Si lavora e si impara insieme, modificando reciprocamente il proprio sapere. Il maestro propone e l'allievo risolve il compito seguendo il filo delle sue sensazioni e della sua fantasia, secondo ciò che gli "garba". Così la creatività prende il posto della ripetitività in uno sport che di ciclico ha poco o niente e l'iniziativa prende il largo nella gestione dell'azione. La flessibilità della metodologia di Antonio Di Ciolo va estesa anche al rapporto psico - pedagogico con l'atleta il quale, secondo le teorie rogersiane a lui tanto care, apprende non tanto una tecnica quanto il modo di essere dell'insegnante. La bontà dell'approccio è sotto gli occhi di tutti; arrivano al successo timidi e introversi, spacconi ed equilibrati. Ma in pratica, come si lavora nel laboratorio Di Ciolo? Da bambino l'atleta viene "ginnasticato" attraverso giochi i cui obiettivi sono quelli di costruire gli schemi motori più adatti alla scherma scegliendo liberamente l'esecuzione secondo le proprie sensazioni e qualità, seguendo la motivazione del piacere; con i lanci le braccia si sciolgono e traducono la richiesta di precisione, con esercizi di manipolazione le dita acquisiscono sensibilità, manualità, con il trasporto di piccoli attrezzi si simula il movimento di affondo, si stimola l'equilibrio e così via. L'arma di plastica viene introdotta per giocare alla scherma seguendo il filo della fantasia e per continuare la presa di confidenza con il proprio corpo. Infine la lezione che è uno snodarsi di temi multipli (manualità, misura, ritmo, direzione degli spostamenti, ecc...), appena abbozzati, sfiorati, ripresi successivamente in tempi diversi, in altre sedute. L'allievo risponde visivamente cercando la propria soluzione dei problemi, sperimentando le proprie attitudini e la propria fantasia. La gestualità viene affinata con pazienza a partire da movimenti grezzi nel corso di tempi lunghissimi (per costruire un campione, a suo dire, Di Ciolo impiega quindici, venti anni). Ad esempio, la parata "a braccio bischero" (con il gomito sollevato e spostato in fuori) non viene scartata aprioristicamente e immediatamente corretta ma è lo spunto per una ricerca sulle risposte. Mi sveglio dalle mie divagazioni che scompaiono improvvisamente, ritorno a concentrarmi sulla lezione, improvvisata, che si svolge con modalità apparentemente illogiche, a misura troppo stretta, senza dare tregua al ferro dell'allievo. Cerco, seguendo la mia propensione alla metodicità, di ridurre tutto a schemi ma non capisco ancora. Mi sento preso in giro per l'ennesima volta dall'istrionico, beffardo Antonio Di Ciolo che ogni tanto mi lancia uno sguardo ironico. Finisce la rappresentazione e rimando, ancora una volta al futuro, l'impegno a decriptare il messaggio apparentemente incoerente, paradossale, che ci ha donato questo eterno bambino con i capelli bianchi. Alberto Coltorti |



Ancora una volta sono di fronte ad una esibizione di
Commenti
Spero di colmare al più presto questa lacuna.
Intanto ringrazio il Maestro Coltorti per il bel racconto!
federico
Ecco cosa mi ha fatto tornare alla memoria, e cito per comodità Wikipedia
(in due parti)
Eraclito, in greco: Ἡράκλειτος ὁ Ἐφέσιος, Hērákleitos ho Ephésios, (Efeso, 535 a.C. – 475 a.C.), è stato un filosofo greco antico, uno dei maggiori filosofi presocratici.
Il suo pensiero risulta particolarmente difficile da comprendere, ed è stato interpretato nei modi più diversi a causa del suo stile oracolare e del suo frequente uso di aforismi. Eraclito, inoltre, aveva fama di cripticità già nella sua epoca. Ad esempio, Aristotele, che si suppone abbia letto integralmente l'opera di Eraclito, lo definisce "l'oscuro". E persino Socrate ebbe problemi a comprendere gli aforismi dell'"oscuro", sostenendo che erano profondi quanto le profondità raggiunte dai tuffatori di Delo.
« Uno è per me diecimila, se è il migliore »
« Sapere tante cose non insegna ad avere intelligenza »
Il suo pensiero filosofico è volto a tenere una posizione alternativa rispetto al naturalismo della scuola di Talete, Anassimandro e Anassimene sul tema della natura ultima della realtà. In lui probabilmente sono presenti anche alcuni legami con la tradizione orfica e dionisiaca.
Eraclito è comunemente definito come il filosofo che sostiene che solo il cambiamento e il movimento siano reali e che l'identità delle cose uguali a sé stesse sia illusoria. Nella vulgata filosofica Eraclito è il pensatore del tutto scorre (panta rei) e del fuoco che sarebbe l'elemento da cui deriva ciò che ci circonda.
Mi ha portato in dono veramente tante cose su cui riflettere e altrettante da sperimentare... Oltre al piacere di vederlo giocare con i bambini: trasformarsi in un potente mago o in un pifferaio magico, capace di incantare e conquistare la loro meraviglia.
Li prende per mano e come per incanto un gioco con i cerchi colorati è già scherma...
Non potrò mai ringraziarlo abbastanza per quanto lui ha saputo trasmettermi in tutti questi anni; per quanto brevi e spordici siano stati i nostri incontri.
Ciascuno ha il proprio linguaggio.
Qualcuno disegna, altri scrivono, altri sanno trasmettere con le parole.
Il linguaggio di Antonio è scritto sul filo del suo fioretto...
Non c'è nulla di nascosto. Basta voler leggere.
E' questione di volontà.
Iniziativa.