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Quando devi commemorare qualcuno che se n'è andato, non è mai facile trovare le parole.
Quando devi commemorare un "grande" della scherma, come Dario Mangiarotti, ti rifugi nel conto delle medaglie: non sono poche, le sue. E farò anche questo, gli è dovuto.
Ma insieme al freddo metallo, vi dirò qualcosa dell'anima dell'uomo, che ho conosciuto abbastanza da vicino. Quando frequentavo gli allenamenti della spada, da atleta e da Maestro, l'ho visto a lungo insegnare, ne ho studiato il metodo, ho preso io stesso più volte lezione da lui. Gli sono debitore, insomma.
Non era uno che si risparmiava. Dalla pedana traeva energia, dove gli altri la consumano. Sentiva la scherma come una missione: quella di tramandare il metodo del padre, il grande Giuseppe, genitore duro e forgiatore di campioni. I figli, primi fra i tanti. E il secondo dei tre, Edoardo, un grandissimo campione, che con le sue vittorie gli ha fatto talvolta ombra: è la legge dello sport.
C'è chi sostiene che Dario fosse anche più forte del fratello: piccolo di statura, tanto che oggi forse non sarebbe neanche preso in considerazione, ma con una volontà di ferro. Lo ricordano elastico come una palla di gomma, guizzante, rapidissimo.
Avrebbe dovuto partecipare alla sua prima Olimpiade, a Berlino, nel 1936. Ma Nedo Nadi, presidente della Fis, preferì lasciarlo a casa, sebbene fosse lui il campione italiano di quell'anno, e il migliore in classifica dopo le quattro preolimpiche: gli preferì Pezzana, mentre aveva già deciso per gli altri cinque, fra cui il giovanissimo Edoardo.
Scelta tecnica? Scelta politica? Chissà. Ma la spada vinse tutto, a squadre, e riempì il podio dell'individuale, con Riccardi, Ragno e Cornaggia, ai primi tre posti. Un trionfo, e Dario avrebbe potuto essere lì, a goderselo con gli altri.
Un colpo terribile, per chiunque. Lui non si lasciò abbattere, e l'anno dopo vinse i mondiali con la squadra, a Parigi. E due anni dopo, nel '38, vinceva il suo secondo titolo assoluto: ne ha vinti sei, in totale. La squadra, con lui, prese il bronzo ai mondiali di Piestiany: Edo fu secondo, e lui settimo. Tenacemente, voleva l'Olimpiade che gli spettava. Ma la seconda guerra mondiale lo privò della possibilità di partecipare, altre due volte.
Si riprende, nel '47. La squadra è terza, e Dario scala un'altra posizione, nei valori mondiali. E' sesto, secondo degli italiani, mentre a Edo, quarto, sfugge la medaglia. Le Olimpiadi di Londra gli spettano, ora: ma la gara individuale non gli è concessa. Un'altra delusione. Con la squadra, sarà d'argento.
Ma la tenacia di quest'uomo è superiore ad ogni ostacolo. Rieccolo, l'anno dopo, ai mondiali de Il Cairo. Siamo nel 1949. La vittoria, con la squadra, non sorprende nessuno. Ma non è quella sola che cerca. Vuole l'oro individuale, e lo acciuffa, in un modo che spingerà i redattori della rivista Scherma a intitolare il pezzo: "Eroismo sportivo". Eccone una parte: "Due francesi, Pecheux e Bougnol, lo svedese Carleson ed il nostro Dario Mangiarotti sono pervenuti ai quarti di finale. Dario ha disposto agevolmente di Pecheux nella prima frazione, poi è apparso in difficoltà — si profilavano i crampi che più tardi lo hanno fatto stramazzare al suolo — s'è ripreso e sorretto dalla volontà ha terminato vittoriosamente il difficile incontro. Nella seconda semifinale Bougnol aveva ragione di Carleson in forza della intelligenza con cui s'è prodigato. Ed eccoci all'emotiva finale: Mangiarotti già all'inizio accusa disturbi agli arti inferiori. A 2-1 per il francese cade per i crampi che lo attanagliano. Viene trasportato fuori dalla pedana ed il direttore di combattimento gli concede 15 minuti per rimettersi. Ritorna ed al primo allungo che esegue per toccare cade nuovamente. Altra sospensione a 2 pari. Si profila l'opportunità di farlo abbandonare per non esporlo ad una sconfitta che mai avrebbe subita se in condizioni normali di fisico. Gli vengono concessi ancora 15 minuti e malgrado non abbia potuto rimettersi e s'insista sulla opportunità di abbandonare, ritorna sulla pedana deciso a prodigarsi sino in fondo. Lottando da fermo riesce a contenere l'azione dell'avversario ed a strappargli la prima frazione sul colpo decisivo. Perde la seconda perché non osa allungarsi nella tema che si riacutizzino i crampi. Tuttavia appare più sciolto, il molto sale ingoiato (per chi non lo sapesse il sale è un prodigioso rimedio contro i crampi) e la stretta legatura operata alle cosce, gli consentono via via di riprendere. Vince per 5-3 la terza frazione e si aggiudica il titolo mondiale di cui s'era reso ben degno per le due superbe vittorie conquistate contro Guerin e Pecheux e per la magnifica prova di coraggio e di volontà offerta contro Bougnol."
Il mondiale è suo, ma non gli basta. Consolida la sua posizione in squadra vincendo, nei due mondiali successivi, Montecarlo e Stoccolma, un oro e un argento a squadre, e un argento individuale: è pronto, ora, per la sua Olimpiade individuale, quella che attende invano dal lontano 1936. Siamo ad Helsinki, nel 1952. Dario è in forma smagliante, e dopo la vittoria a squadre vede finalmente l'obiettivo di una vita. E lo sfiora. E tocca ad Edo togliergli, dopo spareggio, il sogno di una vita. I due si abbracciano, con Dario in lacrime, prima di salire sul podio insieme allo svizzero Zappelli, terzo. Ha 37 anni. Brillerà ancora, come agonista, per altri due mondiali, a Bruxelles, dove fu ottavo, e in Lussemburgo, dove fu quarto, e Edo, il solito Edo, di nuovo primo. Capisce che non è più quella la sua strada: è il momento di guardare oltre. E sceglie l'insegnamento.
Nel 1955 Dario si diploma Maestro presso l'Accademia Nazionale di Scherma di Napoli. Non abbandona la pedana: è giunto il momento di trasmettere la sua passione, e lo farà sino alla fine.
Prima, però, decide di partecipare ai campionati del mondo dei Maestri. E la storia, quasi, si ripete. Nel '58, a Bruxelles, è solo quinto: Pecheux si vendicò così, sportivamente, della sconfitta subita nel '49. Nel '64, a Stoccarda, lo ferma un altro francese, Drouillard, ed è secondo. E siamo a Roma, nel '66, quando Dario, ormai cinquantunenne, si lascia alle spalle due francesi, Lefin e Genin, e porta a casa l'oro. La tenacia di sempre.
Da allora, è stata la colonna portante della gloriosa Sala d'armi Mangiarotti. Dei suoi innumerevoli e riconoscenti allievi mi aspetto di leggere, qui o altrove, i ringraziamenti e le memorie.
Ma dicevamo, la tenacia: all'età in cui tutti avrebbero smesso da un pezzo, lui ha deciso di continuare. Andare in pensione? Neanche a parlarne. E per far che, poi? E così andava ancora in Sala, indossava il piastrone, e dava il ferro. Lo ha fatto per l'ultima volta martedì, prima della Domenica delle Palme. Poi è andato in vacanza a Lavagna, e il cuore ha ceduto. L'hanno ricoverato, operato, si è ripreso, ha scambiato parole e incoraggiamenti con Edo, al telefono. Si è seduto in poltrona, e ha reso l'anima. Grande anima. Addio, Dario. Ci mancherai.
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