| Valery Nikolaichuk: un maestro in anticipo sui tempi |
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| Domenica 21 Marzo 2010 18:21 | |
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Un po' più di quindici anni fa, accadde qualcosa che anche allora suscitò un notevole interesse, ma soltanto adesso si inizia ad apprezzarne in pieno la vera importanza. Ai Campionati Mondiali di Budapest del 1991 si concluse il più lungo periodo di secca in termini di vittorie nei mondiali o alle olimpiadi, un lasso di tempo che era durato vent'anni! Per così tanto tempo gli spadisti sovietici non furono capaci di vincere in gare individuali.
Maestro di campioni
A questa serie di sconfitte mise una fine Andrei Shuvalov quando a Budapest salì sul gradino più alto del podio, 20 anni dopo la vittoria di Grigory Kriss alla gara di coppa del mondo a Vienna nel 1971. La vittoria di Shuvalov rappresentò la vera svolta perché fu poi seguita dalle brillanti vittorie olimpiche di Alexander Beketov (1996) e Pavel Kolobkov (2000), e quattro medaglie d'oro vinte dallo stesso Pavel Kolobkov ai mondiali nel 1993, 1994, 2002 e 2005 ...
Foto: Valery Nikolaichuk, 13.7.1947-28.7.1990: foto dagli archivi di Vladimir Ivanov. Questa è forse l'unica foto in esistenza del maestro La persona che può esser considerata la fonte di questi risultati notevoli fu un maestro fuori dall'ordinario, Valery Nikolaichuk, il maestro di Andrei Shuvalov e Pavel Kolobkov. Un tecnico che anticipò i tempi sotto tanti aspetti riuscendo pure a vedere nel futuro. Un maestro che sembrava capace di inventare e metter in pratica una metodologia nuova e competamente originale per la preparazione e formazione di uno spadista. Ecco quello che dicono di lui alcuni dei suoi allievi, quelli che riuscirono a salire sui gradini più alti dei podi. Andrey Shuvalov: "Eravamo incastrati in un vicolo cieco dove sembrava non si potesse far nulla per progredire e raggiungere la cima. Questa era la situazione nel 1987, quando durante la stagione agonistica non riuscivo a tirare con successo. Ma il mio maestro Valery Nikolaichuk mi prese per mano e mi guidò fuori dal vicolo cieco..." ("Sport-Express", 29.10.1991) Pavel Kolobkov: "Valery non era una persona comune. Durante la sua breve vita come maestro riuscì a formare campioni così diversi come Shuvalov, Oleg Skorobogatov e il sottoscritto. Non fu solamente un maestro di scherma, ma un educatore nel più ampio senso del termine. A quei tempi non capivo molte delle sue azioni, spesso litigavo con lui e in certe cose non andavo d'accordo. Era un uomo duro, difficile e nelle sedute d'allenamento dovevamo lottare non solo contro la fatica fisica ma anche con il suo continuo spingerci a fare sempre di più. Analizzando gli anni che ho passato con Nikolaichuk, ora finalmente capisco che tutto aveva uno scopo, una ragione. Ci preparò per la nostra carriera futura, vide in noi il potenziale della nostra crescita futura e capì che per sopravvivere in una lotta dura devi avere coraggio e forza... spesso... e io non ho abbastanza della confidenza e conoscenza di Nikolaichuck's e mi manca moltissimo." ("Soviet sport", 14.07.1994). E questo il commento del CT della scherma russa, Oleg Glazov, che fu in carica della squadra nazionale junior nella seconda metà degli anni '80: "In quegli anni, quando chiunque poteva essere interrogato e definito un "attaccabrighe" o "squilibrato mentale" anche per una minima infrazione, io ero ... l'unico che guardava ai valori dei vari maestri, alle loro qualità che avrebbero giovato all' intera squadra. Valery Nikolaichuk è un esempio tipico di questa mia filosofia. Un giorno si presentò al mio training camp con il suo primo studente, Andrey Shuvalov, che poi divenne uno degli spadisti più brillanti in tutto il mondo. Anche se c'erano dicerie che Valery fosse crudele, maleducato, rozzo e in generale un impostore, io invece credetti in lui. Quest'uomo inventò il suo sistema personale di allenamento basato non sulle teorie classiche dell'educazione fisica in voga allora, ma su insegnamenti oriental, sulla conoscenza che deriva da altre discipline più o meno correlate, dall'antica pratica delle arti marziali. Lui credeva in questo sistema e così pure i suoi allievi ci credevano... E per un periodo di dieci anni (la sua vita fu tagliata prematuramente) Nikolaichuk, oltre che a Shuvalov, crebbe altri due campioni mondiali, Pavel Kolobkov e Oleg Skorobogatov." ("Physical Education and Sport", № 5, 1996).
Noi procederemo per la nostra strada
Foto: Pavel Kolobkov oggi – campione olimpico, quattro volte campione mondiale, membro del ComEx della Federazione Russa di Scherma (Dicembre 2005) I maestri riconosciuti di quei tempi non lo presero nei loro ranghi. In primo luogo perché come atleta non aveva mostrato nulla di speciale e non era un diplomato di nessuna delle università di educazione fisica allora riconosciute. In secondo luogo perché, con i suoi esercizi/metodi di insegnamento, aveva in un certo modo portato "vergogna" alla scuola sovietica che deteneva una lunga e riconosciuta tradizione nel mondo intero. Dopo aver analizzato con cura quello che i suoi predecessor avevano fatto, Nikolaichuk decise di andare per la sua strada. Fece così sia con il suo lavoro di maestro sia con i suoi rapporti con gli studenti ed il suo modo di affrontare l'intero processo educativo. Mentre i maestri famosi si comportavano ed agivano in modo molto formale con i loro allievi durante gli allenamenti collettivi e nelle lezioni individuali, Nikolajchuk invece faceva faccie ridicole, salterellava su e giù, si muoveva da un lato all'altro, non lasciava che i suoi allievi gli prendessero il ferro forzandoli a rimanere concentrati per un lungo periodo di tempo mentre allo stesso tempo cercavano di trovare soluzioni non convenzionali. Spendeva molto tempo a studiare/ricercare la storia e la filosofia delle arti marziali cercando di capirne l'essenza su come sviluppare un combattente col più alto livello morale e spirituale. Non perdeva mai l'occasione di apportare alla scherma qualcosa di nuovo. Mi ricordo che durante i campionati dell'Unione Sovietica a Tallinn si divertiva ad andare a rappresentazioni teatrali di pantomime. Là imparò il linguaggio mimico. Valery cercava sempre interlocutori interessanti provenienti da vari campi delle scienze e dell'arte per imparare dall'esperienza della scoperta e interpretazione dell'attore sul palcoscenico. Nel mondo della scherma molti lo consideravano un matto. E parlavamo di questo nostro sentimento anche davanti a lui. Altri lo consideravano strano, incomprensibile. Circolavano delle storie sulla sua aura misteriosa come maestro, sulla sua abilità di manipolare i suoi studenti usando metodi ipnotici... Infine c'erano quelli che semplicemente scartavano qualsiasi interpretazione o spiegazione di tipo mistico/trasendentale e asserivano categoricamente che Nikolajchuk aveva avuto un colpo di fortuna con Shuvalov. Ma poi aveva anche "fortuna" con Kolobkov; e poi di nuovo con Skorobogatov che vinse il campionato nazionale dell' Unione Sovietica. Alla fine fu chiaro per tutti: la fortuna non c'entrava proprio per niente. Ciononostante anche quando gli allievi di Nikolaichuk iniziarono a produrre risultati ad alto livello e rappresentarono la colonna vertebrale della squadra nazionale Russa, non ritennero necessario mandarlo assieme ai suoi studenti ai campionati mondiali, alle olimpiadi e ad altre gare internazionali. Ma alla fine tutti sapevano quale statura aveva tra i suoi allievi, quale impatto aveva su di loro e come usando anche una sola parola poteva cambiare il corso degli eventi quando qualcosa non andava per il verso giusto. Dopo la prima vittoria di Pavel Kolobkov ai campionati dell'Unione Sovietica andai ad intervistare l'atleta e del tutto inaspettatamente conversammo assieme per parecchie ore fino a tardi nella notte. Nel frattempo Nikolaichuk mi aspettava nella lobby dell'hotel. "Cosa ti ha detto il mio studente? Ha capito quello a cui deve mirare e come può raggiungere il successo? Gli è chiaro quale è il mio ruolo in questo processo? " Valery mi assaliva con queste domande. Per lui era estremamente importante che i suoi allievi capissero bene i suoi metodi di insegnamento e che avessero fiducia totale in essi. Quella volta ci accordammo che una volta che Nikolaichuk fosse diventato un po' più maturo gli avrei fatto la stessa intervista per assicurare che non solamente i suoi studenti, ma anche gli altri maestri, dirigenti e gli sportivi potessero capire e accettare Valery come maestro ed essere umano. Un giorno mi chiamò e mi disse: "Sono pronto a parlare di me stesso." Questo è il resoconto della nostra intervista. Onestamente, dopo aver letto questa intervista pubblicata nel maggio 1988 nel giornale "Soviet Sport" e poi inclusa in una raccolta di articoli sotto il titolo "Faccia a faccia con la scherma", per qualche ragione mi viene da piangere.
Per i miei amici... sono un avversario
- Si dice che tu nonsia una persona molto comunicativa... - Al contrario, mi piace comunicare con la gente. Il problema è che semplicemente non tutti mi capiscono ma ci ho fatto l'abitudine. Comunque con tutte le difficoltà che incontro sono sempre pronto a lottare. Altrimenti perderei il rispetto che ho per me stesso. Ma in fondo sono abituato a battermi e questo non solamente perché non sono capito... - Sei stato un maestro per dieci anni. Pur non avendo una grande esperienza da atleta, hai studiato biologia all'università di Odessa ed hai anche lavorato come fuochista e poi, all'età di 29 anni, hai deciso di diventare un maestro professionista. Come puoi spiegare questo tuo percorso professionale? Foto: Andrei Shuvalov ritornò in pedana 15 anni dopo (Settembre 2005) - Una sola spiegazione - l'amore per la scherma. E tutto il resto è trovare te stesso nella vita, il tuo posto nella vita. Una persona deve darsi da fare in un'attività nella quale può portare il suo più grande contributo. - Ma forse l'amore solamente non basta per assumersi la responsabilità di insegnare agli altri. - Anche quando ero un atleta avevo in mente l'immagine dello spadista ideale. Deve essere un atleta che si batte in maniera dinamica, che può prendere la giusta decisione durante l'assalto a seconda della situazione. Ho imparato accanto ai miei studenti. Ho osservato moltissimo (tra l'altro, questa, cioè la capacità di osservare, è la qualità più importante nel lavoro del maestro). Non ho alcun desiderio di copiare il lavoro di nessuno. E per me è sempre stato chiaro che per vincere dobbiamo procedere per la nostra strada, la strada che abbiamo scelto noi dall'inizio. - Va bene, ma la cosa più importante è con chi intraprendi il lungo cammino. Quali criteri usi per scegliere i tuoi allievi? - Guardandoli negli occhi! Seriamente, la scherma non è così popolare da concederti il lusso della scelta. Ho preso chiunque. Una cosa ben diversa è con chi ho deciso di rimanere. Sono convinto che un maestro può lavorare soltanto con persone con cui va d'accordo e si intende bene. - Perché hai scelto per esempio uno come Shuvalov? - Andrey venne da me quando io ero un maestro da appena un anno. Per alcuni studenti nutrivo già delle aspettative. All'inizio Shuvalov non emergeva in alcun modo. Non aveva fatto nessuno sport prima; aveva gambe "pesanti" e un torace esile. Quell'estate portai tutto il mio gruppo ad un campo estivo. Avevo uno dei cosiddetti "ragazzi d'oro." Gli piaceva essere spavaldo, fumare sigarette, allenarsi senza molto impegno. La maggior parte dei ragazzi lo seguivano. Andrey invece, forse per la sua educazione o forse perché era più giovane di tutti gli altri, non si associava a questo gruppo. Seguendo princìpi basilari di pedagogia iniziai a lavorare con lui su una base individuale. Più tardi, osservandolo negli assalti, capii che la mia scelta di lavorare con lui non era fortuita. Pur con una conoscenza limitata della scherma, Shuvalov cercava sempre di toccare ad ogni costo, correva verso il suo avcersario e attaccava sempre, cosa che faceva sorridere la gente. Un anno dopo vinse il campionato giovanile di Mosca, poi i Giochi della gioventù della capitale e conquistò medaglie in gare nazionali. A 20 anni prese una medaglia ai campionati mondiali junior e mentre la federazione dibatteva se prenderlo nella squadra nazionale senior o meno, vinse il campionato assoluti dell' URSS. La questione sulla sua partecipazione alla squadra nazionale senior si risolse da sola. - Un altro esempio di uno sportivo esemplare... - Per evitare un qualsiasi fraintendiento su Shuvalov ti racconterò poi un episodio della sua carriera agonistica. Gli altri? Ognuno ha i propri limiti. Quando li si raggiunge, allora bisogna inventare qualcosa di nuovo per superarli. Non appena vedevo che i miei allievi rischiavano di scivolare nel fango, davo loro una mano per evitare che si infangassero e se rischiavano di cadere in un baratro, costruivo un ponte per passare al di là del baratro. Ma talvolta sorgono ostacoli imprevisti e allora né la mia mano né i miei ponti possono aiutare. Qualcosa di simile successe con Volodya Ivanov. Venne da me quando era in terza media, dopo anni di nuoto. Non aveva un'altezza tipica per uno spadista. Ma al campo estivo ebbe uno sviluppo straordinario. Ero andato ad un altro camp con Shuvalov e quando ritornai mi dissero che i miei ragazzi non potevano lavorare con armi senza un maestro, ma Ivanov si nascondeva dietro il canneto e faceva pratica là, da solo. Un'altra volta chiesi ai ragazzi: "Chi mi sveglia alle sette del mattino?" Ivanov si offrì subito volontario. Così è come stabilimmo una connessione tra di noi. Appena un anno dopo divenne Master of Sport in URSS vincendo una medaglia in una gara dell'Unione Sovietica. E il fatto che proprio ora non sia al suo meglio, non è nemmeno un male. Uno deve passare attraverso tempi duri per divenire più forte e più saggio.
- Vennero da me quando erano in quarta elementare. Tutti e due frequentavano una scuola dove si insegnava l'inglese. Questi erano i ragazzi della prossima generazione e ancora adesso non riesco a capire tutto di loro, ma con loro è sempre interessante. Già durante le prime partitelle di calcio o pallacanestro per riscaldarsi, lottavano con coraggio per entrare in possesso della palla, senza paura di cadere o di farsi male. E anche se era evidente che Kolobkov non sarebbe mai diventato un gigante di 2 metri, e nemmeno Skorobogatov a dire il vero, sentivo che valeva la pena di lavorare con loro. Come maestro devi semplicemente inventare modi e mezzi con cui potranno battere in futuro qualsiasi avversario. Foto: 16 anni dopo, Oleg Skorobogatov celebra di nuovo con una vittoria ai campionati nazionali (Agosto 2006) - Avevi promesso di dirmi qualcosa della vita di Shuvalov. -Durante tutta la scorsa stagione Andrey era giù. Nonostante si fosse presentato bene prima dei mondiali del 1986, la commissione avesse deciso di metterlo di nuovo nella squadra nazionale per i mondiali e lui volesse rientrare nella squadra, mi resi conto che nelle condizioni in cui Shuvalov si trovava non avrebbe fatto nulla nelle gare di coppa. Il fatto era che all'inizio della stagione avevamo incominciato ad introdurre alcuni cambiamenti nel nostro tipico programma di allenamento. Andrey spendeva troppo della sua carica emotiva nelle fasi preliminari di una gara e non resisteva per molto. Iniziammo così a ricercare modi per vincere con intelligenza, per non esaurire tutte le riserve emotive che possono essere usate solo in casi eccezionali. Io dovevo andare in giro con la squadra nazionale junior per cui tutti questi cambiamenti non erano stati completamente assimilati. Dopo ogni gara senza successo Andrey perdeva fiducia in se stesso. Ci rimaneva ancora un solo training camp prima dei mondiali. Non dormii per tre notti cercando di trovare un modo per far uscire il mio allievo da questo vicolo cieco. Di solito non mi piace discutere se un atleta ha o non ha raggiunto il picco nella sua preparazione. Secondo me questo dovrebbe essere sempre il caso. Per me questo concetto del picco è associato più al condizionamento psicologico che quello fisico e dipende dalla condizione generale in cui l'atleta si trova in quel momento prima della gara. Il potere di estrarre dal suo allievo il massimo livello di rendimento è nelle mani del maestro. - E allora cosa hai tirato fuori? - In primo luogo mi sono concentrato sulla mia energia personale. Ogni mattina correvo a piedi scalzi sull'erba e non parlavo con nessuno. In secondo luogo alla prima lezione con Shuvalov incominciai ad assumere le posizioni più inimmaginabili, muovendo la mia spada da destra a sinistra. In altre parole ero l'avversario più fastidioso che uno potesse avere di fronte. Andrey non poteva manco raggiungermi o toccarmi. Questo continuò per parecchi giorni. Era arrabbiato, irritato e quasi piangeva e poi cominciò ad assalirmi come una bestia selvaggia. Quei giorni di grande tensione eclissarono tutti i fallimenti della stagione fino ad allora. Al quinto o sesto giorno Shuvalov finalmente fu capace di segnare punti e allo stesso tempo battere i suoi compagni. Alla fine del camp avrei potuto scommettere con chiunque che Andrey sarebbe arrivato in finale ai mondiali. Cosa è poi accaduto, lo sai. - Non hai paura di essere un nemico del tuo allievo anche se succede soltanto in pedana? - I miei allievi sono uomini che hanno scelto di lottare per vincere ed io sono chi deve insegnare loro come farlo. Io assumo il ruolo dell'avversario, l'avversario più ostico e pericoloso. Ma questo succede soltanto entro le pareti della sala. Fuori sono il loro amico, il fratello, leggo loro libri e condivido tutti i miei pensieri con loro. E poi non posso deluderli. E' molto facile fare in modo che i tuoi allievi si innamorino di te, perché se in un certo momento il tuo allievo comincia a credere che si trova nelle mani di uno che non vale niente, allora sarebbe veramente terribile. - Ritorniamo ai tuoi studi. Spesso sento da altri giovani maestri che si lamentano di non poter viaggiare all'estero e quindi non possono trovare modi per sconfiggere avversari stranieri. Eppure i tuoi allievi sono altrettanto forti quando tirano sia in casa che all'estero e spesso senza te accanto. - Ho già detto che sulla pedana sono un avversario per i miei allievi. Per giocare il ruolo diciamo di un tiratore francese, facevo un sacco di domande ai nostri CT sul suo conto. Chiedevo loro di osservare e valutare questo o quel tiratore straniero. Così mi facevo una serie di immagini mentali della persona da prospettive diverse. Il risultato era un'immagine totale competa di un certo tiratore. La cosa più curiosa era che quando poi li vedevo in realtà, questi tiratori stranieri non sembravano esser così forti come l'identikit mentale che mi ero fatto di loro. Comunque questo tipo di preparazione mentale non era una perdita di tempo, anzi, perché i miei allievi avevano una riserva addizionale quando tiravano contro questi stranieri. - Per i tuoi allievi prestabilivi dei traguardi specifici per ogni gara, tipo dove dovevano finire? - La loro motivazione interna era già intensa. Volevano vincere e aiutare a consolidare la posizione del loro maestro. Non li ho mai caricati extra. La mia responsabilità di firmare il loro piano di lavoro e presentarlo al comitato sportivo era già abbastanza. E con i miei allievi cerco sempre, per quanto possibile, di averli concentrati sul processo della lotta, del sacrificio, del desiderio di essere la prossima volta ancora più imprevedibili per i loro avversari. Se dipendesse da me io dilazionerei il più possibile qualsiasi forma di incentivo di tipo materiale/finanziario. Comunque, dato che questi incentivi sono oggi una necessità, è il maestro che deve controllare molto da vicino questo aspetto particolare. - Quindi sei contrario a stimoli materiali nelle attività sportive? - Agli inizi, sì. Però se parliamo di sport ad altissimo livello dove tutto sta sul filo del rasoio, in tal caso gli stimoli materiali rappresentano un mezzo di supporto per un atleta che di per sé non ha una vita facile. Bisogna smettere di pensare che noi sportivi siamo supermen. Gli atleti d'elite soffrono più di chiunque altro, spesso non hanno neanche una vita privata e non hanno manco l'opportunità di mantenere rapporti normali con la famiglia ed amici. Sono sempre in primissima linea della lotta e si consumano più rapidamente di chiunque altro...
Invece di un epilogo Se ne è andato troppo presto. Fu ammazzato. Una morte stupida, ingiusta. Dopo la tragedia Andrey Shuvalov si chiuse completamente in se stesso senza parlare, non parlò per un intero mese. Poco dopo lasciò la pedana. Un altro dei suoi grandi allievi, Pavel Kolobkov, tira ancora e vince gare di coppa del mondo e campionati mondiali. Il suo maestro è un altro allievo di Nikolaichuk, Vladimir Ivanov. E Kolobkov continua a scrivere nel box sotto "Maestri" Nikolaichuk, Ivanov. E' interessante notare come sia Andrey Shuvalov sia Oleg Skorobogatov, che abbandonarono l'agonismo ad alto livello agli inizi del 1990, abbiano incominciato a tirare di nuovo in gare nazionali quindici anni dopo. Il risultato è una medaglia d'argento per Shuvalov ai campionati nazionali russi del 2005, perdendo nella finale soltanto contro Pavel Kolobkov, e Skorobogatov vinse il secondo turno della serie di gare di Coppa Russa e riuscì anche a far parte della squadra nazionale russa che gareggiò ai mondiali di Torino! In questo si vede il dono unico di Nikolaichuk, il maestro che ha stampato nei suoi studenti un "margine di sicurezza" dando loro un arsenale così vario di abilità e conoscenze che li ha aiutati a vincere anche quindici anni dopo. In ogni caso il destino di Valery Nikolaichuk non è una circostanza unica. Il genio non è mai riconosciuto in vita... Tutti dobbiamo scusarci con lui. E imparare dalla sua vita e dalle sue lezioni pratiche come maestro che sono particolarmente importanti al giorno d'oggi, dato che ci troviamo ancora una volta davanti a una lunga serie di secche per gli schermitori russi. Dobbiamo imparare ad apprezzare le persone che sono totalmente votate alla scherma, e dobbiamo farlo oggi, non decadi dopo. Le persone che hanno l'autorità e il potere decisionale dovrebbero apprezzare molto quelli che lavorano per loro e giudicarli essenzialmente a seconda dei loro risultati, non per giochi politici o frasi gettate così a caso o in seguito a sfoghi emozionali. Dobbiamo aiutare a sviluppare persone che sono creative e dotate di talento eccezionale ed anche se a volte può non essere comodo o facile gestirle, dobbiamo aiutarle ad accrescere il loro talento invece di cercare di liberarci di loro. La capacità di rigettare gli standards di oggi e guardare nel futuro è un dono che pochissimi hanno. Apprezziamoli dunque! Consideriamo il loro giusto valore perché solo il talento può portare alla luce un nuovo talento. Sono undici anni - dall'ultimo successo di Dmitry Shevchenko ai mondiali del 1995 all'Aia - che i nostri fiorettisti non vincono un "oro" individuale; nemmeno i nostri spadisti hanno vinto una gara individuale per diciassette anni, e le sciabolatrici non hanno assaporato la vittoria individuale per tutti i sette anni da quando esiste questa disciplina. Ai suoi tempi, in una situazione simile a quella in cui ci troviamo oggi, Nikolaichuk non ebbe paura di andare contro corrente, e iniziò a cercare, sperimentare, creare. I nostri maestri di oggi dovrebbero ascoltare le parole dette da Valery diciotto anni fa. Auguriamoci che i maestri che fanno parte della storia odierna della scherma cerchino di essere creativi e di non arrendersi. Siate pazienti e sperimentate. Non limitatevi rimanendo dentro ad un solo sport (scherma) e cercate di avere una visione globale. Sono convinta che si possano trovare idee ed ispirazione sia nella buona letteratura, nel balletto moderno, nell'insegnamento di psicologie orientali o semplicemente conversando/discutendo con persone intelligenti. La cosa più importante è di non temere di scherzare o di non esser accettati dalla maggioranza. Il tempo metterà ogni cosa al posto giusto. Tatiana Kolchanova Ufficio stampa della Federazione Scherma a Mosca, servizio speciale per il sito FFR 5 gennaio 2007
Traduzione a cura di Gram |



Durante quegli anni un numero sempre maggiore di tiratori con talento crebbe e potè far parte della squadra nazionale: per tre volte – nel 1979, 1981 e 1987 – la nostra squadra finì al primo posto nelle gare a squadre dei mondiali. Ciononostante i nostri spadisti non riuscivano mai a battere in gare individuali i grandi campioni internazionali—lo svedese Harmenberg, i tedeschi Pusch e Bormann, i francesi Boisse e Riboud.
Infatti non c'è alcun dubbio che Valery Nikolaichuk fosse una persona fuori dell'ordinario. Arrivò nel mondo della scherma come un uragano, un tornado, un tsunami. La scuola sovietica era sempre stata famosa per i suoi maestri. Sulle loro spalle c'era un'enorme esperienza accumulata sia come atleti che come maestri di tiratori eccezionali. Il mondo della spada poi era competamente conservatore. Per molti anni si era affermato questo modello stereotipico dello spadista ideale: alto ed atletico. A quell'epoca gli spadisti erano soprannominati "pescatori con la mosca." I loro assalti tendevano ad essere protratti: marciavano per delle ore sulla pedana forzando l'avversario a commettere un errore, per "tirar fuori" il prossimo colpo. Per questa ragione gli assalti di spada di quei tempi erano noiosi da vedere. Nikolaichuk fu il primo che spinse i suoi allievi ad impegnarsi in una lotta dinamica senza aspettare la mossa dell'avversario, ma imponendo il loro stile e modo di combattere.
- Shuvalov e Ivanov dovevano fare qualcosa perché tu avessi fiducia in loro. Ma come ti hanno convinto Kolobkov e Skorobogatov?
Commenti
Grazie.
Il genio non è mai riconosciuto in vita.
Enrico Di Ciolo
La prima: è molto bello che gli allievi ricordino con affetto e riconoscenza un maestro cui sanno di dover molto. Kolobkov, che continua a indicare come suo maestro chi non c’è più …
La seconda riguarda la scuola. Chi innova esce dall’ortodossia , e per questo rischia, tende ad essere rifiutato, ed emarginato. Il coraggio di cercare nuove strade, abbandonando i comodi sentieri già battuti, talvolta viene confuso con un atteggiamento più comodo, secondo cui non è necessario imparare dagli altri.
E’ vero che la rigida ortodossia può uccidere la curiosità e certo uccide la possibilità del cambiamento. Ma un Picasso, ad esempio, ha imparato a padroneggiare tutte le tecniche pittoriche, prima di abbandonarle a favore della sua particolare e geniale espressività, che lo ha reso famoso.
Poi, Nicolaichuk è ricordato come un educatore, e tale si riteneva. E perciò studiava, si documentava, sperimentava: chiaramente, prima che sugli allievi, lavorava su se stesso.
Infine, ha avuto successo. I suoi allievi hanno vinto più di quelli degli altri. Inevitabile, quindi, l’invidia, l’inimicizia, il tentativo di screditarlo in ogni modo. Salvo, poi, riconoscerne la grandezza dopo che è morto, quando non può più far ombra a nessuno.
Mi piace il finale, lo ripeto:
Citazione:
Se Valery Nikolaichuk fosse ancora vivo, però, mi piacerebbe porgergli qualche altra domanda.
Chiedergli anche dei suoi allievi che non sono divenuti campioni. Se in quella dimensione esistenziale, in una società in cui vincere, emergere era necessario per la sopravvivenza ben più che in altri paesi, egli sia riuscito a trovare una motivazione, un balsamo spirituale anche per loro.
Quale strada abbia indicato alla maggior parte di quei ragazzi perché, comunque, potessero acquistare, e mantenere, fiducia in se stessi.
Mi viene in mente “Diario di un maestro”, il vecchio film di De Seta. Forse, per 'vincere', non è necessario arrivare primi.
Chi innova esce dall’ortodossia , e per questo rischia, tende ad essere rifiutato, ed emarginato. Il coraggio di cercare nuove strade, abbandonando i comodi sentieri già battuti, talvolta viene confuso con un atteggiamento più comodo, secondo cui non è necessario imparare dagli altri.
Osservazione questa molto valida. Chi e` un innovatore, un nuovo profeta, e chi e` invece un fanfarone, un impostore o l'eretico di turno?
Ai posteri l'ardua sentenza, come diceva il Manzoni. Ma anche i posteri poi hanno revisioni storiche dove a turno chi era "bravo" diventa un criminale e chi era un criminale aveva sotto sotto sprazzi di genio...
esedra scrive:
Se Valery Nikolaichuk fosse ancora vivo, però, mi piacerebbe porgergli qualche altra domanda.
Chiedergli anche dei suoi allievi che non sono divenuti campioni. Se in quella dimensione esistenziale, in una società in cui vincere, emergere era necessario per la sopravvivenza ben più che in altri paesi, egli sia riuscito a trovare una motivazione, un balsamo spirituale anche per loro.
Quale strada abbia indicato alla maggior parte di quei ragazzi perché, comunque, potessero acquistare, e mantenere, fiducia in se stessi.
Chi lo ha conosciuto mi dice che era un individuo molto particolare e non seguiva la convenzione del domandare e` lecito, rispondere e` cortesia.
A parte i suoi atleti famosi, gli altri venivano trattati in malo modo e non resistevano ai suoi metodi e soprusi.
Era un genio, ma non un educatore in senso lato. Aveva notevoli problemi personali, era crudele e sadico con chi non dava il 100%. Quello che contava per lui era solamente che i suoi allievi avessero successo seguendo i suoi metodi. Aveva su di loro un controllo quasi ipnotico e i suoi allievi erano chiamati dagli altri zombies.
Come tecnico, Nikolauchuk era senza dubbio un innovatore cosa particolarmente rara nell'Unione Sovietica di allora. Il panegirico del CT citato nell'articolo e` una revisione storica. Tutti lo consideravano un matto, ma dato che nessun altro aveva i suoi risultati, lo tolleravano. E di risultati in meno di 10 anni, ne ebbe piu` di chiunque lavorando con atleti eccezionali che lui seppe individuare e crescere con i suoi metodi non convenzionali.
Era una persona colta, ma rozza, curiosa, ma ostinata, fedele ai suoi studenti domandava cieca sottomissione da parte loro. Per alcuni queste contraddizioni funzionarono magnificamente. Per altri i suoi metodi erano troppo forti e al limite inaccettabili.
Chissa` come sarebbe evoluto sia lui che la sua scuola di tiratori se non fosse stato ammazzato in maniera cosi` truculenta e tragica...
esedra:
Mi viene in mente “Diario di un maestro”, il vecchio film di De Seta. Forse, per 'vincere', non è necessario arrivare primi.
Non conosco questo film ma non credo rappresenti l'ideale di Nikolaichuk: lui era un maestro che voleva vincere e che i suoi studenti fossero i primi allora e nel futuro. Ci riusci`.
Winning isn't everything, it's the only thing. (Vince Lombardi, famoso coach italo-americano di football americano)
Era un confronto tra due maestri molto diversi, ciascuno con un diverso traguardo.
E il tuo approfondimento conferma la mia sensazione.
Dici che Nikolaichuk insegnava a vincere.
Sulle pedane, forse, ma solo ad alcuni allievi, se era come tu affermi:
“A parte i suoi atleti famosi, gli altri venivano trattati in malo modo e non resistevano ai suoi metodi e soprusi. Era un genio, ma non un educatore in senso lato. Aveva notevoli problemi personali, era crudele e sadico con chi non dava il 100%. Quello che contava per lui era solamente che i suoi allievi avessero successo seguendo i suoi metodi. Aveva su di loro un controllo quasi ipnotico e i suoi allievi erano chiamati dagli altri zombies”
E se riprendiamo quanto scritto da Kolchanova:
“Dopo la tragedia [la morte di Nikolaichuk ] Andrey Shuvalov si chiuse completamente in se stesso senza parlare, non parlò per un intero mese. Poco dopo lasciò la pedana.”
potremmo chiederci cosa esattamente, col suo ‘genio’, riuscisse a ottenere Nikolaichuk.
Azzardo: qualche allievo campione, ma plagiato e dipendente, e molti allievi frustrati, mortificati, rinunciatari! tutti ragazzi, uomini, in qualche modo sofferenti, temo.
Allora, dove esplose la sua genialità? Nell’ottenere il massimo, e con qualunque mezzo, solo dai talenti?
Studiava i propri allievi, non dormiva la notte per elaborare una tattica d’allenamento personalizzato, aveva la capacità di valutarne l’impatto psicologico… dunque avrebbe potuto essere un ottimo maestro anche per quelli meno dotati o più indipendenti. Ma sembra non lo sia stato.
Dici che “era un maestro che voleva vincere e che i suoi studenti fossero i primi allora e nel futuro. Ci riuscì.”
Io non conosco le storie personali dei suoi allievi campioni, e credo che nessuno conosca quelle di tutti gli altri.
Bisognerebbe sapere di più, per applaudirlo senza riserve e capire se davvero “ci riuscì”.
Sapere se ha insegnato ai propri ragazzi a convivere armonicamente con tutto ciò che crea esperienza di vita, che è intreccio di gratificazioni e delusioni. Delusioni che un vero buon maestro dovrebbe insegnare a non considerare mai sconfitte annichilenti.
E’ importante costruire in qualcuno la voglia di vincere, non meno importante insegnare il rispetto di sé nella sconfitta.
E un vero buon maestro, ancor più se maestro di scherma, deve lavorare per entrambe le conquiste.
Io credo che proprio un maestro di scherma, per il tipo di disciplina che insegna e per il suo inevitabile ruolo di educatore, si trovi a gestire parecchi strumenti formativi e sia nella possibilità di individuare per ciascuno degli allievi un personale traguardo d’equilibrio.
Ecco, io trovo geniale un Maestro che riesca ad assicurare, a qualunque allievo, questo traguardo.
Sempre nel 2009, il campione iridato, nella cat. SPM Giovani, era stato un altro russo: Anton Adamov (con Anton Glebko, bronzo).
La federazione russa sembra molto soddisfatta del proprio campione (pare fosse persino plurinfortunato ) e attribuisce il successo di Glazkov alla sua ottima capacità di seguire i consigli del coach. Nikolai Ivanovich Tokarenko, Dmitry N. Tokarenko e Ildar Rafekovicha Kamaletdinova costituiscono il suo staff.
[… almeno, credo ci sia scritto qualcosa del genere su www.rusfencing.ru … gram potrebbe verificare…
Esisterà un rapporto tra l’attuale metodo di allenamento russo e quello alla Nikolaichuk?
O questi coaches avranno davvero ‘creato’ qualcosa di nuovo, traendo magari ispirazione dalla ‘buona letteratura’, o dal ‘balletto moderno’, o dalle ‘psicologie orientali’?
P.S. E questo sorprendente fioretto americano, invece?