| Maestri di oggi e maestri di ieri |
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| Domenica 31 Gennaio 2010 11:47 | |
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Possiamo farcene un'idea rileggendo il trattato di scherma di Aldo Nadi, On Fencing, di cui curai la traduzione anni addietro per l'Aims che lo ha pubblicato. Non tutti leggono la parte finale del libro, che contiene interessanti notizie autobiografiche, come quella iniziale, ma viene dopo una lunga e non sempre facile lettura della parte tecnica. Nelle ultime pagine, tra le altre cose, Aldo Nadi, il minore dei celebri fratelli, allievi di Beppe Nadi, racconta di una sua esperienza mortificante, e delle furibonde battaglie schermistiche al termine delle lezioni, che vedevano protagonista suo padre. Questi scontri, come ci dice Aldo, erano parte integrante del suo metodo. Chi era il misterioso avversario di Aldo, e poi di Beppe? Forse lo stesso Nedo Nadi? Chissà. A voi immaginarlo. Roberta Giussani
Quando gareggiate con dei campioni, è molto facile che possiate provare una certa sensazione di scoramento. Combattete subito questa sensazione dicendo a voi stessi che con l'aiuto di Dio le carte si rovesceranno. Questo è il miglior antidoto per superare i momenti di disperazione. Come ogni altro schermidore, io stesso ho conosciuto molti momenti simili. Nella mia gioventù ho spesso avuto l'onore di tirare con molti campioni sempre presenti nella "fucina". Anche se essi amavano profondamente il loro Maestro, lo temevano abbastanza nella sala di scherma. La sua severità era intransigente. Sia che l'allievo fosse un principiante, una stella, un povero, il più ricco uomo della città, o il più alto pubblico ufficiale, egli li trattava tutti allo stesso modo. Erano tutti creati dal sudore della sua fronte, e la sua collera scendeva equamente su ognuno di loro. Ma perfino i campioni sono esseri umani. Inconsapevolmente, la rigidità del maestro era a volte irritante. Quando il suo figlio minore faceva l'umile richiesta di scambiare poche stoccate, loro acconsentivano prontamente; e come una sorta di giocosa vendetta, senza tuttavia alcuna vera malizia, gli rendevano il tutto molto difficile. Ma questo non era abbastanza. I risultati di questi incontri fornivano la rara opportunità di canzonare il Maestro non appena potevano. Accadde, più tardi, nello spogliatoio. Nel bel mezzo delle discussioni dei risultati del giorno qualcuno improvvisamente si girò verso il maestro, e disse: "casualmente, Maestro... suo figlio sembra non essere bravo. Non mi ha mai toccato. Glielo chieda. Lei può anche essere un grande maestro, ma non è capace di insegnare a suo figlio." Il maestro s'irritò per quello che lui considerava senza dubbio il peggior insulto possibile. Lanciò uno sguardo furioso al suo allievo con forte collera, e poi, sogghignando un amaro sorriso di disprezzo, brontolò: "Sei tu a non essere bravo - e te lo sto dicendo da anni! (Forse proprio l'uomo a cui si rivolgeva aveva già dimostrato di essere il migliore tiratore di scherma di tutta l'Europa. )... Dai a mio figlio ancora qualche anno. Ti ripagherà... con gli interessi! E per dimostrarti che non sei bravo e che non lo sarai mai, scommetto una cena con il miglior vino della città che non riuscirai a battermi in un match a dieci stoccate anche se ti dò cinque punti di vantaggio. E io sto insegnando da dieci ore. Cosa ne pensi? Hai paura?" Certamente, forse nessuno sulla terra poteva battere il campione con un tale svantaggio. Inoltre, a causa della sua età, il Maestro sapeva troppo bene che questa proposta era assurda. Eppure, nel pronunciarla, c'era una sfida nei suoi occhi e nel tono della sua voce che escludeva la possibilità di un fallimento. Questa era soltanto l'espressione esterna di uno spirito invincibile. Questo genere di conversazione cominciava di solito dopo le docce mentre tutti si stavano vestendo. Ciononostante la sfida veniva raccolta. Le divise bagnate venivano indossate nuovamente tra scherzi e spavalderia, mentre gli occhi brillavano nell'attesa del duello. Le luci a gas della sala scherma venivano accuratamente riaccese. In un religioso silenzio, il combattimento aveva inizio. Era affascinante. Qui si potevano vedere due uomini battersi furiosamente, il luccichio delle lame, le scintille... Gli spettatori erano elettrizzati dal magnifico spettacolo di superbe azioni schermistiche. La velocità era spaventosa. L'abilità del campione permetteva movimenti che erano meraviglie di precisione, il vigore e la spavalderia della gioventù sostenevano completamente la fulminea esecuzione. Posto di fronte a tale forza, il Maestro diventava un leone. La sua esperienza e i suoi trucchi inventivi riuscivano a trasformarlo in un combattente molto pericoloso com'era stato anni prima. All'esterno non apparivano mai segnali che mostravano la forza che lo lasciava. Lui era così amato dai suoi allievi, e il rispetto che infondeva era così profondo tra tutti i presenti che la tribuna – cui era concesso in questa occasione di dimenticare la stretta disciplina della Sala - gridava la sua approvazione ogni volta che lui faceva punto al suo forte allievo. Lui non si arrendeva mai. La platea riusciva a contare le stoccate in modo da far vincere il Maestro la maggior parte delle volte – e anche le cene. Tutti sapevano che, per quanto riguardava i punti, tutta la sfida era un magnifico scherzo. Eppure, essendo ripetute così spesso, queste sfide nutrivano l'infuocato, indomito spirito di tutti gli interessati. Sebbene non lo avesse mai detto ad alcuno, il Maestro le considerava una parte indispensabile dell'allenamento generale. Il giovane figlio conosceva la routine di questi avvenimenti piuttosto bene. Lui era solito osservarli rapito, venerando lo spirito indomito del suo Maestro. Ma questa volta era stato colpito più di quanto potesse sopportare. Mentre tutti andavano a vedere l'esito della sfida, lui rimase da solo nello spogliatoio. I suoi pensieri però non lo abbandonarono. Era stanco. Quel giorno ne aveva avuto abbastanza di scherma. La sua testa era in fiamme. Eppure, non aveva lavorato così tanto quel pomeriggio. Era il suo morale ad aver raggiunto il punto più basso. I suoi nervi erano a pezzi. Due stanze più in là era cominciato lo scontro. Mentre l'affilata sciabola sibilava e le urla entusiastiche dei combattenti e degli spettatori raggiungevano le sue orecchie, il ragazzo cominciò ad analizzare il suo incontro con il campione che ora si stava battendo con suo padre. "Certo, batterà anche lui". Ma questo pensiero gli dava ben poco conforto. L'umiliazione subita sulla pedana, e la mortificazione subita di fronte a tutti, erano troppo per lui. Si adagiò sulla panca di legno che delimitava la parete della stanza, e chiuse gli occhi. In una sorta di foschia intermittente interrotta da vivide luci colorate, si ritrovò ancora sulla pedana di fronte allo stesso campione. Improvvisamente furono inondati da una pura luce bianca. Sbalordito com'era, quasi non poteva credere alla scena. Infatti, questa era una scena bizzarra. Non c'era nessun altro intorno, e tutte le proporzioni sembravano alterate. E' vero, lui era tutt'altro che alto quanto il campione, ma qui sembrava essersi rimpicciolito, e nel modo più strano. Lui era in guardia di fronte ad un gigante, e rimase sconcertato nel notare che la sua testa non era più alta del ginocchio del suo avversario. Mentre questo gigante aveva un'arma eccezionalmente lunga, il suo fioretto sembrava un giocattolo. Ma non poteva essere un giocattolo. Quando era ragazzo aveva giocato solo con piccole ma vere armi da scherma - non sciabole giocattolo da soldatino di ferro. Ora il fioretto nella sua mano era una miniatura rispetto a quello che gli era stato regalato per il suo quarto compleanno. Percepiva nettamente la differenza. Ma non ci fece caso. In quella luce ardente si sentiva elettrizzato. Si tuffò nel combattimento. Con la sua lama terrificante, l'immagine dell'avversario stava ripetendo le stesse azioni di successo di un momento prima, piegando oltraggiosamente la lama sul petto del ragazzo. Attraverso la grata delle maschere il più giovane poteva facilmente vedere la scintilla negli occhi del campione. Ma lui non era impaurito neanche un po'. Quello che lo portò alla follia fu l'insolente risata del gigante, e le sue sarcastiche considerazioni. Niente avrebbe potuto essere un più crudele tormento. Le stoccate arrivavano come grandine da tutte le direzioni, e tutte le volte il ragazzo diceva "Toccato!", la sua voce tradiva un'irrefrenabile, impotente angoscia. Risuonava come il lamento di un giovane animale ferito. Il tutto era estremamente insopportabile. Immediatamente, con tutta la sua determinazione ed ardore, decise di assalire il gigante con tutta la forza lillipuziana che poté raccogliere. Si accorse che per raggiungere il suo scopo con la punta della sua piccola lama avrebbe innanzitutto dovuto saltare sul ginocchio del suo avversario. Lo fece - e rimase stupito dalla sua agilità felina. Poi, tenendosi in equilibrio sulla coscia del gigante durante il breve ma furioso corpo a corpo, Davide riuscì, con un impeto straordinario, a curvare la sua lama sul petto di Golia. Ma la minuscola lama non poté resistere a tale violenza. Essa si frantumò in pezzi come un bicchiere. Egli non ebbe la meritata soddisfazione del suo trionfo, poiché, con la rottura della sua lama, si svegliò. La sua testa, e in particolar modo il suo gomito destro, gli provocavano un dolore acuto. Aprendo gli occhi si ritrovò sul pavimento. Con in mente il fresco ricordo della battaglia, si sentì esausto. Era ancora di cattivo umore. Lui lo aveva toccato - sì lo aveva fatto. La consapevolezza che si era trattato solo di un sogno lo riportò subito alla sua precedente malinconia. Le urla dalla sala di scherma gli fecero capire che il combattimento continuava. Gettandosi un asciugamano sulle spalle, si diresse scoraggiato verso le docce. Camminando attraverso il non illuminato e stretto passaggio si sentì avvilito. Perché la scherma era il suo destino? La scherma... a che scopo? Per quanto ne potesse capire era soltanto una cosa straziante. La debole luce della piccola stanza dove c'erano le docce lo fece piombare in un umore ancora più triste. Si spogliò e andò sotto l'acqua. Improvvisamente divenne insopportabile. Quasi soffocandolo, uno straziante singhiozzo scosse il suo corpo fino al suo più profondo io. Per un breve momento perse quasi coscienza - stava ripiombando nel sogno? Poi rimase senza fiato. Finalmente scesero le lacrime, abbondanti, implacabili, salate, facendogli bruciare le gote e le labbra innocenti, entrandogli in sua bocca e colmando la sua anima di mortificante vergogna. Pianse per quella che sembrò un'eternità. Quando lo sfogo si placò si sentì piuttosto sollevato. Lentamente tornò nello spogliatoio. Da un'altra porta, anche il maestro stava entrando, divulgando intorno a sé il suo trionfo. I suoi allievi lo seguirono, gridando: "Bravo maestro! Tu ti sei dimostrato certamente il campione!" Ma lui ignorò il loro entusiasmo. C'era qualcos'altro nella sua mente. Anche se i suoi occhi erano ancora in fiamme, ora sembrava stanco. Fece un lungo respiro per il lieto fine della storia di un lungo giorno di lavoro, e poi, memore della seria espressione sul volto del ragazzo, guardò dritto nei suoi occhi. Sforzandosi di sorridere, si sedette vicino a lui. Subito tutto e tutti diventarono silenziosi. Il Maestro parlò. "Giovanotto, ho visto il tuo incontro. Non c'è ragione di preoccuparsi. Nessuno si aspettava che tu tirassi meglio contro un simile buono a nulla. Tuttavia riuscirai a sconfiggerlo certamente. Sii paziente. Nessuno può fare passi da gigante, hai ancora tutta la vita davanti. Il modo in cui hai combattuto oggi ha cacciato via per bene ogni timore possibile che io possa aver avuto riguardo al tuo futuro come schermitore. Sarai uno schermitore." Il tono della sua ultima frase era più dolce. L'espressione risuonò come un dogma. Si alzò esausto, e camminò lentamente verso le docce. Ci fu una vaga emozione nella stanza. Tutti stavano guardando il ragazzo. Assai di rado il maestro aveva pronunciato parole come queste. Nella sua voce c'era stata gentilezza, calma soddisfazione, e sicura speranza. L'unico modo in cui il ragazzo poté mostrare la sua incredibile fierezza fu nel versare ancora alcune lacrime, ma di felicità. Bene, questo accadde molto tempo fa. Ma non posso dimenticarlo. E penso di dovere ancora moltissima gratitudine ai campioni che mi hanno battuto così spietatamente. Poiché più il tuo cuore sanguina più diventerai un bravo schermitore. "Non esiste un cammino regale" aveva scritto Paolo Gallico nella sua prefazione. Per raggiungere il successo, non c'è neppure una vera e propria strada baronale. Lo schermidore per raggiungere il suo castello dei sogni deve arrampicarsi su un arduo, ripido colle, combattendo lungo tutto il cammino. Tuttavia, quando egli finalmente attraversa il ponte levatoio ed entra nella fortezza che gli è costata così tanto tempo per essere conquistate, è proprio la difficoltà del suo accesso, che rende la posizione del bravo schermitore pressoché inattaccabile. |



Quanto e perché è cambiato il metodo d'insegnamento?
Aldo Nadi ricorda
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