Quanto e perché è cambiato il metodo d'insegnamento?
Possiamo farcene un'idea rileggendo il trattato di scherma di Aldo Nadi, On Fencing, di cui curai la traduzione anni addietro per l'Aims che lo ha pubblicato. Non tutti leggono la parte finale del libro, che contiene interessanti notizie autobiografiche, come quella iniziale, ma viene dopo una lunga e non sempre facile lettura della parte tecnica.
Nelle ultime pagine, tra le altre cose, Aldo Nadi, il minore dei celebri fratelli, allievi di Beppe Nadi, racconta di una sua esperienza mortificante, e delle furibonde battaglie schermistiche al termine delle lezioni, che vedevano protagonista suo padre. Questi scontri, come ci dice Aldo, erano parte integrante del suo metodo.
Chi era il misterioso avversario di Aldo, e poi di Beppe? Forse lo stesso Nedo Nadi? Chissà.
A voi immaginarlo.
Roberta Giussani
Aldo Nadi ricorda
Quando gareggiate con dei campioni, è molto facile che possiate provare una certa sensazione di scoramento. Combattete subito questa sensazione dicendo a voi stessi che con l'aiuto di Dio le carte si rovesceranno. Questo è il miglior antidoto per superare i momenti di disperazione.
Come ogni altro schermidore, io stesso ho conosciuto molti momenti simili.
Nella mia gioventù ho spesso avuto l'onore di tirare con molti campioni sempre presenti nella "fucina". Anche se essi amavano profondamente il loro Maestro, lo temevano abbastanza nella sala di scherma. La sua severità era intransigente. Sia che l'allievo fosse un principiante, una stella, un povero, il più ricco uomo della città, o il più alto pubblico ufficiale, egli li trattava tutti allo stesso modo. Erano tutti creati dal sudore della sua fronte, e la sua collera scendeva equamente su ognuno di loro.
Ma perfino i campioni sono esseri umani. Inconsapevolmente, la rigidità del maestro era a volte irritante. Quando il suo figlio minore faceva l'umile richiesta di scambiare poche stoccate, loro acconsentivano prontamente; e come una sorta di giocosa vendetta, senza tuttavia alcuna vera malizia, gli rendevano il tutto molto difficile. Ma questo non era abbastanza. I risultati di questi incontri fornivano la rara opportunità di canzonare il Maestro non appena potevano.
Accadde, più tardi, nello spogliatoio. Nel bel mezzo delle discussioni dei risultati del giorno qualcuno improvvisamente si girò verso il maestro, e disse: "casualmente, Maestro... suo figlio sembra non essere bravo. Non mi ha mai toccato. Glielo chieda. Lei può anche essere un grande maestro, ma non è capace di insegnare a suo figlio."
Il maestro s'irritò per quello che lui considerava senza dubbio il peggior insulto possibile. Lanciò uno sguardo furioso al suo allievo con forte collera, e poi, sogghignando un amaro sorriso di disprezzo, brontolò: "Sei tu a non essere bravo - e te lo sto dicendo da anni! (Forse proprio l'uomo a cui si rivolgeva aveva già dimostrato di essere il migliore tiratore di scherma di tutta l'Europa. )... Dai a mio figlio ancora qualche anno. Ti ripagherà... con gli interessi! E per dimostrarti che non sei bravo e che non lo sarai mai, scommetto una cena con il miglior vino della città che non riuscirai a battermi in un match a dieci stoccate anche se ti dò cinque punti di vantaggio. E io sto insegnando da dieci ore. Cosa ne pensi? Hai paura?"
Certamente, forse nessuno sulla terra poteva battere il campione con un tale svantaggio. Inoltre, a causa della sua età, il Maestro sapeva troppo bene che questa proposta era assurda. Eppure, nel pronunciarla, c'era una sfida nei suoi occhi e nel tono della sua voce che escludeva la possibilità di un fallimento. Questa era soltanto l'espressione esterna di uno spirito invincibile.
Questo genere di conversazione cominciava di solito dopo le docce mentre tutti si stavano vestendo. Ciononostante la sfida veniva raccolta. Le divise bagnate venivano indossate nuovamente tra scherzi e spavalderia, mentre gli occhi brillavano nell'attesa del duello. Le luci a gas della sala scherma venivano accuratamente riaccese.
In un religioso silenzio, il combattimento aveva inizio.
Era affascinante. Qui si potevano vedere due uomini battersi furiosamente, il luccichio delle lame, le scintille... Gli spettatori erano elettrizzati dal magnifico spettacolo di superbe azioni schermistiche. La velocità era spaventosa. L'abilità del campione permetteva movimenti che erano meraviglie di precisione, il vigore e la spavalderia della gioventù sostenevano completamente la fulminea esecuzione. Posto di fronte a tale forza, il Maestro diventava un leone. La sua esperienza e i suoi trucchi inventivi riuscivano a trasformarlo in un combattente molto pericoloso com'era stato anni prima. All'esterno non apparivano mai segnali che mostravano la forza che lo lasciava. Lui era così amato dai suoi allievi, e il rispetto che infondeva era così profondo tra tutti i presenti che la tribuna – cui era concesso in questa occasione di dimenticare la stretta disciplina della Sala - gridava la sua approvazione ogni volta che lui faceva punto al suo forte allievo. Lui non si arrendeva mai.
La platea riusciva a contare le stoccate in modo da far vincere il Maestro la maggior parte delle volte – e anche le cene. Tutti sapevano che, per quanto riguardava i punti, tutta la sfida era un magnifico scherzo. Eppure, essendo ripetute così spesso, queste sfide nutrivano l'infuocato, indomito spirito di tutti gli interessati. Sebbene non lo avesse mai detto ad alcuno, il Maestro le considerava una parte indispensabile dell'allenamento generale.
Il giovane figlio conosceva la routine di questi avvenimenti piuttosto bene. Lui era solito osservarli rapito, venerando lo spirito indomito del suo Maestro. Ma questa volta era stato colpito più di quanto potesse sopportare. Mentre tutti andavano a vedere l'esito della sfida, lui rimase da solo nello spogliatoio. I suoi pensieri però non lo abbandonarono.
Era stanco. Quel giorno ne aveva avuto abbastanza di scherma. La sua testa era in fiamme. Eppure, non aveva lavorato così tanto quel pomeriggio. Era il suo morale ad aver raggiunto il punto più basso. I suoi nervi erano a pezzi.
Due stanze più in là era cominciato lo scontro. Mentre l'affilata sciabola sibilava e le urla entusiastiche dei combattenti e degli spettatori raggiungevano le sue orecchie, il ragazzo cominciò ad analizzare il suo incontro con il campione che ora si stava battendo con suo padre. "Certo, batterà anche lui". Ma questo pensiero gli dava ben poco conforto. L'umiliazione subita sulla pedana, e la mortificazione subita di fronte a tutti, erano troppo per lui. Si adagiò sulla panca di legno che delimitava la parete della stanza, e chiuse gli occhi.
In una sorta di foschia intermittente interrotta da vivide luci colorate, si ritrovò ancora sulla pedana di fronte allo stesso campione. Improvvisamente furono inondati da una pura luce bianca. Sbalordito com'era, quasi non poteva credere alla scena. Infatti, questa era una scena bizzarra. Non c'era nessun altro intorno, e tutte le proporzioni sembravano alterate. E' vero, lui era tutt'altro che alto quanto il campione, ma qui sembrava essersi rimpicciolito, e nel modo più strano.
Lui era in guardia di fronte ad un gigante, e rimase sconcertato nel notare che la sua testa non era più alta del ginocchio del suo avversario. Mentre questo gigante aveva un'arma eccezionalmente lunga, il suo fioretto sembrava un giocattolo. Ma non poteva essere un giocattolo. Quando era ragazzo aveva giocato solo con piccole ma vere armi da scherma - non sciabole giocattolo da soldatino di ferro. Ora il fioretto nella sua mano era una miniatura rispetto a quello che gli era stato regalato per il suo quarto compleanno. Percepiva nettamente la differenza. Ma non ci fece caso. In quella luce ardente si sentiva elettrizzato. Si tuffò nel combattimento.
Con la sua lama terrificante, l'immagine dell'avversario stava ripetendo le stesse azioni di successo di un momento prima, piegando oltraggiosamente la lama sul petto del ragazzo. Attraverso la grata delle maschere il più giovane poteva facilmente vedere la scintilla negli occhi del campione. Ma lui non era impaurito neanche un po'. Quello che lo portò alla follia fu l'insolente risata del gigante, e le sue sarcastiche considerazioni. Niente avrebbe potuto essere un più crudele tormento. Le stoccate arrivavano come grandine da tutte le direzioni, e tutte le volte il ragazzo diceva "Toccato!", la sua voce tradiva un'irrefrenabile, impotente angoscia. Risuonava come il lamento di un giovane animale ferito.
Il tutto era estremamente insopportabile. Immediatamente, con tutta la sua determinazione ed ardore, decise di assalire il gigante con tutta la forza lillipuziana che poté raccogliere. Si accorse che per raggiungere il suo scopo con la punta della sua piccola lama avrebbe innanzitutto dovuto saltare sul ginocchio del suo avversario. Lo fece - e rimase stupito dalla sua agilità felina. Poi, tenendosi in equilibrio sulla coscia del gigante durante il breve ma furioso corpo a corpo, Davide riuscì, con un impeto straordinario, a curvare la sua lama sul petto di Golia. Ma la minuscola lama non poté resistere a tale violenza. Essa si frantumò in pezzi come un bicchiere.
Egli non ebbe la meritata soddisfazione del suo trionfo, poiché, con la rottura della sua lama, si svegliò. La sua testa, e in particolar modo il suo gomito destro, gli provocavano un dolore acuto. Aprendo gli occhi si ritrovò sul pavimento. Con in mente il fresco ricordo della battaglia, si sentì esausto. Era ancora di cattivo umore.
Lui lo aveva toccato - sì lo aveva fatto.
La consapevolezza che si era trattato solo di un sogno lo riportò subito alla sua precedente malinconia. Le urla dalla sala di scherma gli fecero capire che il combattimento continuava.
Gettandosi un asciugamano sulle spalle, si diresse scoraggiato verso le docce. Camminando attraverso il non illuminato e stretto passaggio si sentì avvilito. Perché la scherma era il suo destino? La scherma... a che scopo? Per quanto ne potesse capire era soltanto una cosa straziante. La debole luce della piccola stanza dove c'erano le docce lo fece piombare in un umore ancora più triste. Si spogliò e andò sotto l'acqua.
Improvvisamente divenne insopportabile. Quasi soffocandolo, uno straziante singhiozzo scosse il suo corpo fino al suo più profondo io. Per un breve momento perse quasi coscienza - stava ripiombando nel sogno? Poi rimase senza fiato. Finalmente scesero le lacrime, abbondanti, implacabili, salate, facendogli bruciare le gote e le labbra innocenti, entrandogli in sua bocca e colmando la sua anima di mortificante vergogna. Pianse per quella che sembrò un'eternità.
Quando lo sfogo si placò si sentì piuttosto sollevato. Lentamente tornò nello spogliatoio.
Da un'altra porta, anche il maestro stava entrando, divulgando intorno a sé il suo trionfo. I suoi allievi lo seguirono, gridando: "Bravo maestro! Tu ti sei dimostrato certamente il campione!" Ma lui ignorò il loro entusiasmo. C'era qualcos'altro nella sua mente.
Anche se i suoi occhi erano ancora in fiamme, ora sembrava stanco. Fece un lungo respiro per il lieto fine della storia di un lungo giorno di lavoro, e poi, memore della seria espressione sul volto del ragazzo, guardò dritto nei suoi occhi. Sforzandosi di sorridere, si sedette vicino a lui.
Subito tutto e tutti diventarono silenziosi.
Il Maestro parlò.
"Giovanotto, ho visto il tuo incontro. Non c'è ragione di preoccuparsi. Nessuno si aspettava che tu tirassi meglio contro un simile buono a nulla. Tuttavia riuscirai a sconfiggerlo certamente. Sii paziente. Nessuno può fare passi da gigante, hai ancora tutta la vita davanti. Il modo in cui hai combattuto oggi ha cacciato via per bene ogni timore possibile che io possa aver avuto riguardo al tuo futuro come schermitore. Sarai uno schermitore." Il tono della sua ultima frase era più dolce. L'espressione risuonò come un dogma. Si alzò esausto, e camminò lentamente verso le docce.
Ci fu una vaga emozione nella stanza. Tutti stavano guardando il ragazzo. Assai di rado il maestro aveva pronunciato parole come queste. Nella sua voce c'era stata gentilezza, calma soddisfazione, e sicura speranza. L'unico modo in cui il ragazzo poté mostrare la sua incredibile fierezza fu nel versare ancora alcune lacrime, ma di felicità.
Bene, questo accadde molto tempo fa. Ma non posso dimenticarlo.
E penso di dovere ancora moltissima gratitudine ai campioni che mi hanno battuto così spietatamente. Poiché più il tuo cuore sanguina più diventerai un bravo schermitore. "Non esiste un cammino regale" aveva scritto Paolo Gallico nella sua prefazione. Per raggiungere il successo, non c'è neppure una vera e propria strada baronale. Lo schermidore per raggiungere il suo castello dei sogni deve arrampicarsi su un arduo, ripido colle, combattendo lungo tutto il cammino. Tuttavia, quando egli finalmente attraversa il ponte levatoio ed entra nella fortezza che gli è costata così tanto tempo per essere conquistate, è proprio la difficoltà del suo accesso, che rende la posizione del bravo schermitore pressoché inattaccabile.
Non credo sia necessario da parte mia aggiungere alcunché alla sottoriportata trascrizione, la quale è ben sufficiente a se stessa.
Antonio Conte è sicuramente figura da ricordare al pari di suoi magari più chiaccherati contemporanei, non fosse altro per essere tra i pochi italiani con sala d'armi stabile a Parigi. Le uniche cose che mi sono permesso di aggiungere al testo originale sono le note in calce al saggio trascritto.
Riccardo Rizzante
Trascrizione da "Latina Gens" dell'ottobre 1932.
Angelo De Santis
Il Maestro Antonio Conte Campione della Scherma Italiana
Antonio Conte è nato a Minturno (Caserta, ora Roma) l’11 dicembre 1867 dal notaio Francesco e da Rosa Alicandro.
All’età di 17 anni entrò nel battaglione d’istruzione di Maddaloni, di dove, dopo diciotto mesi, fu trasferito col grado di sergente al 43° reggimento Fanteria di stanza all’Aquila. Nella nuova sede continuò a frequentare la sala d’armi del reggimento per mantener vivi e migliorare i principi della scherma studiati a Maddaloni, e non trascurava gli studi letterari, tanto che al concorso del Corpo d’Armata riuscì tra i vincitori da ammettere alla Scuola di Modena, per conseguire dopo diciotto mesi il grado di sottotenente.
Nell’attesa della chiamata, una circolare ministeriale invitava i sottufficiali a frequentare la Scuola magistrale militare di scherma (oggi Scuola di educazione fisica, alla Farnesina), dalla quale uscivano dopo due anni gli istruttori per i vari Corpi delle nostre forze armate. L’amore che il Conte sentiva fortissimo per la scherma ebbe ragione, e dopo alcune spiegazioni date al suo ottimo colonnello Galliani, egli partiva per Roma alla fine di settembre del 1887, e prendeva contatto col direttore tecnico della Scuola, Masaniello Parise, col maestro Varone e co’ camerati.
Dopo due anni di studio e in seguito ad ottimi esami il Conte acquistò il diritto alla scelta per il trasferimento, e scelse il 65° Fanteria di guarnigione a Milano. Alcuni mesi dopo fu chiamato alla scuola di Roma per un corso di perfezionamento, premio accordato dal ministro della Guerra ai primi tre riusciti negli esami finali come istruttori militari.
Bandito il 20 novembre 1889 un concorso internazionale di scherma, la Scuola magistrale vi prese parte con numerosi allievi e maestri tra i quali il Conte, che si affermò valorosamente. Ecco quanto scrisse in proposito il giornale “L’Esercito Italiano” del 22 novembre:
“La Scuola magistrale militare di scherma, la quale si è presentata a sì importante prova con un numeroso stuolo di allievi, ha mantenuto la stima già acquistata, e qui ci piace specialmente ricordare il bel successo riportato ieri dal maestro Conte del 65° regg.to Fanteria, il quale è solamente uscito dalla detta Scuola nel mese di luglio ultimo scorso. Il Conte è in realtà una bella speranza per la scherma italiana, e i meritati vivi applausi che egli riscosse dal numeroso pubblico, che volle vederlo tre volte alla pedana, debbono essere per lui il migliore augurio pel suo avvenire, e l’incitamento migliore a perseverare nella via in cui si è messo”.
Il trionfo del Conte fu molto sentito dal direttore e specialmente dal colonnello del suo reggimento, comm. Giovanni Mogni.
Durante la permanenza a Milano, il Conte fu insegnante anche del 3° reggimento Artiglieria a cavallo, delle società sportive “Pro Patria” e “Forza e Coraggio”, del “Circolo della Caccia e Ferruccio”; prese parte attiva alle feste date dalla “Società del Giardino”, tirando col maestro Giordano Rossi, e specialmente a quella del 30 maggio 1890.
Partecipò al torneo di Bologna (6 maggio 1891), vincendo due medaglie d’oro e il girone di sciabola. Al torneo di Venezia (25 agosto 1891) vinse due medaglie d’oro e una coppa d’argento, premio della società di scherma di Trieste; al torneo di Palermo (20 aprile 1892) due medaglie, e fu vincitore del girone di fioretto e del primo premio coppa artistica, offerta dal senatore Di Bagno.
Nell’agosto del 1892 il Conte fu nominato con telegramma ministeriale maestro della Scuola magistrale di Roma. Prima di lasciare Milano, fu fatto segno di molte dimostrazioni di stima e di affetto. Fu data, fra le altre, in suo onore una festa al circolo “Ferruccio”, il cui presidente, sig. Roderico Rizzotti, gli offrì una medaglia d’oro, con la dedica: “Al Maestro Conte gli allievi riconoscenti”.
Nei tre anni di insegnamento alla Scuola di scherma (1° settembre 1892 – 31 dicembre 1895), il Conte ebbe modo di vedere coronato il suo scrupoloso e assiduo lavoro, sia per opera dei suoi allievi che guadagnavano i primi posti, sia per le vittorie che egli riportava nei tornei pubblici in rappresentanza della Scuola. Sarebbe troppo lungo ricordare i suoi trionfi sugli schermitori italiani: basterà dire che al torneo di Venezia del 27 aprile 1894, nel quale fu classificato primo, vinse le due poules di spada e sciabola, due medaglie d’oro, un quadro, dono di S.M. il Re, una medaglia d’oro, dono della Deputazione Provinciale, e una medaglia d’argento, dono del ministro della Pubblica Istruzione.
---"Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli". Vittorio Alfieri, 1783
Con tali trionfi si chiude la carriera schermistica del Conte in Italia, giacchè il Maestro, lasciata il 1° gennaio 1896 la Scuola di Roma, il 7 dello stesso mese va a Parigi, ricevuto dal compianto maestro francese Laurent.
Assai duro fu il primo soggiorno parigino per il Conte. Egli, ammaestrato dal forte volere dell’Alfieri, la cui Vita[1] aveva letta e riletta con crescente interesse negli anni giovanili per la sua cultura e la formazione del carattere, si privava volentieri del riposo e dedicava il poco tempo libero che gli concedevano le sue occupazioni allo studio della lingua francese, che imparò quasi da solo.
La reputazione che godeva in Francia la scherma italiana nel 1896 non era punto incoraggiante per il nuovo venuto, e questo sia per i rapporti poco amichevoli tra le due nazioni[2], sia per la inesatta conoscenza tanto pratica quanto teorica della nostra scherma. Essa vi era pochissimo apprezzata, eccetto che da alcuni schermitori di valore, in assai scarso numero, nonostante l’abilità, la forza e il merito riconosciuti ad alcuni dei nostri celebri maestri. Alla nostra scherma si negavano una guardia elegante, attacchi classici, correzione e leggerezza, colpi tirati di piè fermo, senza passo avanti, e l’interruzione della frase d’arme, opponendo il corpo in seguito ad una parata, in luogo di combattere lealmente. È chiaro quindi che, per siffatte critiche, il Conte aveva molto da fare in un tempo in cui il sentimento pubblico francese non era favorevole agli italiani; e poi era solo e senza appoggi di alcun genere. Ma la volontà ferma e la speranza non lo abbandonarono, ed armato di pazienza e imponendosi qualunque sacrificio, egli cercò a poco a poco di percorrere il cammino tracciatosi per raggiungere la meta. Infatti, durante il suo soggiorno nella sala d’armi del maestro Laurent, riuscì ad acquistarsi la simpatia degli allievi e una certa stima, onde questi divennero poi i suoi amici e difensori.
Antonio Conte incominciò a rendersi conto che le sue dimostrazioni pratiche e teoriche interessavano vivamente e facevano cambiare opinione a molti, e cercava di presentarsi in pubblico misurandosi con qualche fortissimo maestro francese. Il suo desiderio fu appagato, perché in breve tempo gli fu dato di misurarsi co’ più rinomati maestri di Francia, come il mancino e compianto Kirchoffer e il destro Camillo Prévost.
I risultati di questi due primi assalti in pubblico furono abbastanza lusinghieri, e, si può dire, fecero epoca per il suo battesimo di maestro di scherma italiana in Francia. Il pubblico gli tributò applausi frenetici, e la stampa tutta gli dedicò ottimi articoli, dei quali crediamo far cosa gradita ai lettori riportare qualcuno.
“Le Figaro” del 21 marzo 1896 scrive:
“L’assalto finale del Sig. Conte, della Scuola di Roma, col maestro Kirchoffer è stato interessantissimo. Conte fa parte, come si sa, del trio ben rinomato dei campioni italiani, con Greco e Pini. Non bisogna dimenticare che Conte, in questa circostanza, era a fronte con un mancino e uno dei nostri migliori. Con una mezza-foga italiana, egli spiega una regolarità di giuoco, finora mai raggiunta da nessuno dei suoi compatrioti, e questo senza togliere valore all’azione che spiega”.
“Le Petit Journal” pure del 21 marzo termina col dire, a proposito dello stesso assalto:
“La vittoria è restata al maestro Conte, che ha riportato il più vivo successo ed ha avuto calorose congratulazioni da tutti i presenti, fra i quali alcune spiccate personalità”.
Il “Gil Blas” del 2 aprile:
“Conte merita ampiamente il nome di grande tiratore che gli hanno dato alcuni conoscitori dell’arte sua di maestro. Egli è sicuramente uno dei più notevoli campioni che l’Italia ci ha inviato. Correttissimo, segue il combattimento lealmente senza interromperlo ad ogni momento con manovre poco leali, che consistono nel gettarsi tra le gambe dell’avversario, quando è mancato il colpo eseguito; è un attaccatore abile, un paratore di prim’ordine, ed esegue la risposta fulminea. Egli è piaciuto molto e giustamente a tutti, ed i presenti non gli hanno risparmiato dei “bravos” ed applausi fragorosi”.
“Le Cycle et la revue des Sports” del 12 aprile:
« Il Sig. Prévost, al torneo internazionale della scherma francese, détruit le cliché antique, secondo il quale il suo ammirabile giuoco fino era facilmente annullato da ogni pugno vigoroso in generale, e dal giuoco italiano in particolare. Egli era dunque un avversario temibile per Conte, la cui impeccabile correzione non doveva spaventarlo, come per esempio la furia bizzarra di Pini. Tuttavia Conte ha ottenuto contro di lui il più grande successo che egli potesse desiderare. Ecco dunque un giovine professore che gode presentemente a Parigi una forte e ben legittima reputazione. Egli l’ha acquistata senza rumore, senza réclame, col solo merito della sua spada, e quest’ultimo assalto lo copre di una luce ancora più brillante. Potrei citare personaggi della scherma, molto reputati, i quali, quando Conte scese dalla planche, non gli risparmiavano gli elogi, non ostante che alcuni fossero conosciuti per poca simpatia verso gli italiani. Conte ha saputo forzare tutte le simpatie, tutte le ammirazioni, col prestigio del suo talento, con la sua modestia”.
Al torneo internazionale di scherma a Parigi del giugno 1896 organizzato dal giornale “Le Figaro”, al quale presero parte tutti i migliori maestri del mondo, Conte trionfò particolarmente, e perdè per un punto il 1° posto che la giuria assegnò al francese Kirchoffer.
Dopo il risultato di un principio trionfale, confermato da una serie di fortunati assalti durante lo svolgimento di quel primo torneo internazionale, il Conte credette propizio il momento per aprire una sala d’armi onde diffondere il gusto e il metodo della scherma italiana in Francia, e il 1° ottobre dello stesso anno 1896 era il maestro proprietario della modesta sala d’armi al faubourg Saint-Honoré, trasferita due anni dopo al boulevard Malesherbes, n. 16, e chiusa nel novembre del 1922.
Gli anni che il Conte ha passati a Parigi come insegnante e come tiratore sono stati tutti un continuo trionfo per la scherma italiana. Egli era invitato a prender parte a quasi tutti gli assalti, a Parigi, nelle Province francesi, in Inghilterra, nel Belgio, nel Portogallo, in Ispana. In quest’ultimo paese è stato per parecchi anni anche insegnante di moltissimi personaggi dell’aristocrazia spagnola.
Un assalto rimasto celebre nella storia della scherma è quello svoltosi al “cirque d’Été” a Parigi nel 1897. Il giornale sportivo “Paris-Vélo” organizzò un assalto per il 5 marzo ed invitò a prendervi parte i due migliori maestri che avevano in quel tempo la Francia e l’Italia: Rue e Prévost furono designati per la Francia, Pini e Conte per l’Italia. L’assalto doveva dare il risultato del campione sopra i campioni, giacché i due maestri francesi dovevano battersi l’uno contro l’altro, e così i due maestri italiani, e il vincitore francese e quello italiano contendersi il campionato finale. Conte vinse ampiamente e nettamente il suo assalto contro Pini. A prova, rimandiamo ad alcuni dei molti resoconti della stampa, che riconoscono la superiorità di Conte e l’errore della giuria:
“Le Petit Journal”, “La Presse”, “Le Gaulois”, “La Paix”, “Le Soleil”, “La Libre Parole”, “ Le Journal”, “Gil Blas”, “Paris-Vélo”, “Le Siècle”, “Le Petit Parisien”, “Le Figaro”, del 6 marzo 1897; “L’Événement”, “Le Soir”, “L’Époque”, “Le Temps”, “L’Éclair”, “Le Triboulet”, “L’Intransigeant”, “La Patrie”, “Le Radical”, “L’Echo de Paris”, del 7 marzo ; “Paris Sport”, del 10 marzo; “Le Sport”, “Le Tout Bordeaux”, del 13 marzo; “La Gazzetta di Venezia”, “La Gazzetta dello Sport”, dell’8 marzo; “Il Corriere della Sera”, 7, 8, 9 marzo; “Il Secolo”, 8 e 9 marzo.
In questo famoso assalto al “Cirque d’Été”, la giuria si componeva del duca Féry d’Esclands e del sig. Vavasseur per i francesi Rue e Prévost, dei sigg. Lafourcade ed Hervegh per gli italiani Conte e Pini, e del sig. Leirins, dilettante belga scelto come quinto ed arbitro. Gli errori di qualcuno dei giurati guastarono la festa, onde il pubblico ed il giurato di Conte, volendo che le cose fossero secondo giustizia, protestarono, fischiarono, gridarono: “abbasso i giurati! Bravo Conte!”.
Il giornale “Paris-Vélo”, organizzatore dell’assalto, affinché il pubblico restasse soddisfatto, intervistò i migliori conoscitori di scherma maestri e dilettanti, e il 7 marzo pubblicò le risposte:
M. Vavasseur: superiorità netta di Conte; Duca Féry d’Esclands: Conte ha toccato 6 volte Pini contro 4; M. Hervegh: superiorità di Conte su Pini; M. Prévost: superiorità di Conte su Pini; M. Villeneuve: Conte ha toccato 6 volte Pini contro 2; M. Chevilliard: superiorità di Conte; M. Théophile Legrand: Conte ha toccato 7 volte Pini contro 3; M. Louis Mérignac: superiorità netta di Conte su Pini; M. Kirchoffer: Conte ha avuto una superiorità notevole su Pini; M. Ruzé: Conte ha toccato 6 volte Pini contro 2; M. Adolphe Tavernier: Conte ha toccato 6 volte Pini contro 2; M. Emile André: superiorità incontrastata di Conte su Pini.
Chiudendo l’articolo su questo storico assalto nel “Figaro” del 6 marzo 1897, A. de saint Albin scriveva: “La morale di questa storia è che in un assalto brillante come questo, non si dovrebbe ammettere altro giudizio che quello del pubblico, che diviene in tal caso il giudizio di Dio”.
Conte ha tirato, come si è detto, in Inghilterra, nel Portogallo, in Ispagna, nel Belgio. Nel torneo internazionale di Bruxelles, il 7 giugno 1897, vinse due prime medaglie d’oro, il girone di fioretto e quello di sciabola su moltissimi maestri, specialmente Verbrugghe (belga), Large (francese), Selderslagh (belga), Desmedt (belga).
Al torneo del 1900 a Parigi vinse il 1° premio di sciabola.
È stato molte volte presidente di giuria e giurato in tornei ed assalti, come nel torneo di Parigi del 1900 e nell’assalto sfida Pini – Kirchoffer.
Conte è stato sempre una sentinella vigile per la scherma italiana, e non ha tollerato che si attentasse alla rinomanza e alla superiorità di essa. Eccone qualche prova. Il 6 novembre 1902, i celebri mancini, i due migliori rappresentanti in quel tempo della scherma francese, Kirchoffer e Luciano Mérignac, lanciarono una sfida alla spada a tutti i dilettanti e maestri italiani, imponendo anche una somma di diecimila franchi. Conte, benché ospite della Francia, avendo una scuola italiana a Parigi, non esitò un momento ad accettare la sfida affinché il prestigio e la superiorità della nostra scherma non fossero non diciamo diminuiti, ma neppure messi in dubbio. Però il suo grandissimo desiderio d’incontrarsi in un match co’ detti signori, ai quali si fecero tutte le concessioni possibili, non potè essere soddisfatto, perché essi, l’uno dopo l’altro, si ritirarono, concedendo così a Conte una vera vittoria morale, ed affermando alla scherma italiana una superiorità incontestabile.
NOTE
[1] Stiamo parlando dell’opera autobiografica di Vittorio Alfieri, Vita; in molteplici edizioni. (N.d.C.)
[2] Ricordiamo la vera e propria guerra commerciale oltre alle svariate tensioni di natura coloniale che eran venute creandosi tra i due paesi [N.d.C.)
La nascita, nel 1861, della Grande Accademia, ovvero l'Accademia di Scherma di Napoli, è il punto d'arrivo di una tradizione napoletana di scherma che inizia circa due secoli prima, e continua, radicalmente trasformata, fino ai giorni nostri.
Genealogia della Scuola napoletana di scherma,
i fondatori della Grande Accademia e Masaniello Parise
Non c'è dubbio che l'insegnamento della scherma fosse in auge, in passato, dovunque esistesse una società organizzata, in cui il potere era simboleggiato efficacemente dalla spada: quindi, anche a Napoli, e ben prima che avesse inizio "ufficialmente" la tradizione napoletana.
Nelle nostre ricerche sulle origini, però, non possiamo che appoggiarci a quanto ci è rimasto. Nel campo della scherma, fortunatamente, è rimasto molto: i trattati tecnici, fin dall'invenzione della stampa, sono stati numerosi, e sono arrivati quasi tutti fino ai giorni nostri, in cui, fortunatamente, si è ravvivato il piacere di scoprire le origini di uno sport che è stato arte marziale, innanzitutto.
La Scuola di scherma napoletana nasce ufficialmente con Titta Marcelli, che operò a Napoli intorno alla metà del secolo XVII, e lasciò numerosi e valenti allievi, entusiasti del suo metodo.
Ma chi era costui?
Il figlio di Giovambattista (Titta) si chiamava Francesco Antonio, e scrisse un importante trattato di scherma, dato alle stampe nel 1686. Erano già stati pubblicati, da qualche anno, i trattati di alcuni importanti autori, che di suo padre si proclamavano allievi, come il Mattei e il Villardita, di cui dirò tra poco. Forse fu proprio questa la molla che spinse Francesco Antonio ad elaborare il suo lavoro, in cui espone più compiutamente la teoria della scienza di famiglia.
Francesco Antonio Marcelli dichiara, nel suo trattato dedicato "alla Sacra Real Maestà di Christina Alessandra, Regina di Svetia", di discendere da una lunga dinastia di Maestri d'arme, e di aver riversato nel trattato la scienza insegnata dallo zio Lellio e dal padre Titta: entrambi stimati "da tutto il Mondo" per le loro "Regole della Scherma".
In effetti, il trattato del Marcelli segna una svolta importante nella tecnica schermistica del tempo, per alcune innovazioni che la differenziavano dalle altre Scuole tradizionali italiane del nord, in particolare quelle di Bologna e Milano, con il Marozzo e l'Agrippa, fra i più noti. Potremmo, anzi dovremmo, citare i nomi di molti altri famosi autori di trattati che resero famosa nel mondo la scherma italiana, che allora primeggiava: ma andremmo fuori tema.
La Scuola di Titta Marcelli, in Napoli, impresse una svolta importante alla scherma napoletana, e da lì a quella italiana. Ne scrive, ammirato, e ce ne mostra il ritratto, "Giuseppe D'Alessandro, Duca di Peschiolanciano", nel suo "Pietra di Paragone de' Cavalieri", pubblicato nel 1711, nei suoi ritratti dei napoletani illustri nella scherma del suo tempo: "Non fuor di ragione merita il titolo di Invitto il signor Gio. Battista Marcelli; poiché essendo il primo, che in questa Città affinò il giuoco di spada, e pugnale, e di spada sola; non vi fu Maestro che giungesse a colpirlo, né mai fu visto la sua stoccata che non colpisse; Certo, che la sua maestrevole abilità fu quasi sopranaturale, possedea così bene la botta dritta figlia della sua prima invenzione, che dalla sua disciplina ne sono usciti Cavalieri e altri Maestri più che eccellenti, in particolare con detta bella e quasi miracolosa azione della botta dritta; Nel tempo, che lui venne in Napoli vi trovò l'eccellente Maestro Sig. Palmerino, di cui era scolaro il Maestro Ciccotto, e di detta Scuola antica mi ricordo il Sig. Domenico de Lieto, che dava lezione a molti Cavalieri, però a detto gioco antico andava unendo le regole del Sig. Marcelli, il quale venne da Roma, dove mi dicono, che la Casa Marcelli sia annoverata fra le Nobili; Ebbe detto Gio. Battista per fratello l'eccellente Maestro di spada sola Sig. Lelio Marcelli, che fin'agli ultimi anni della sua lunga vecchiaja tenne Scuola in Roma, ove accorrevano i primi Cavalieri d'Europa per ammirarlo, e per apprendere la sua grand'arte.....
Era il Sig. Gio. Battista Marcelli di naturalezza sempre allegro, di giusta statura, asciutto, snello, e forte, visse poco più degli anni novanta, e poco prima, che morisse, io ebbi la sorte di prenderne pochi mesi di lezzione; Par meraviglia, ed è pur vero, che in quell'età resisteva a dar lezzione al pari d'ogni giovine, ed additando l'azzioni, e precisé i moti disordinativi, il tutto faceva con tanta maestrevole agilità, che parea allora fusse nel fiore della verde età; maneggiava assai bene la picca di Torneo, e anche io ne presi un poco di lezzione; e nello stesso tempo ammaestrò nel Torneo il Signor D. Nicola Navarretta odierno Marchese della Terza, che ebbe il pregio de' Cavalieri più eccellenti del Torneo, che si fé in questa fedelissima Città, in occasione del casamento della felice memoria della Maestà di Carlo Secondo."
E' il caso di fare appena un accenno alle innovazioni portate dal Marcelli, di cui la principale, mi pare, è l'attacco marciando "con passo trito e veloce": molto simile all'attuale passo avanti e affondo, ma con il passo più piccolo (trito), e partendo da una guardia più larga e col peso del corpo che gravava sulla gamba posteriore. Un attacco che permetteva di partire con efficacia da lontano, mentre gli allievi di altre Scuole dovevano, prima di attaccare, portarsi ad una distanza inferiore. E' da notare come questa parola, attaccare, significasse, allora, mettere il proprio ferro a contatto dell'altro, per poi metterlo sotto controllo, guadagnando i gradi: punto di partenza per ogni successiva azione offensiva, in cui si doveva, necessariamente, anche proteggersi, mentre si tentava di colpire.
Fra gli allievi di Titta Marcelli, il più famoso fu Giovanni Mattei, Maestro di Giuseppe Villardita, che ebbe fama a sua volta in Sicilia, e stampò un trattato nel 1670, in cui tra l'altro scriveva: "... è d'uopo far passaggio, per potersi bene operare, al formar della pianta la quale fu saviamente inventata e posta in esecuzione dal Primo Maestro Marcelli da cui ben istrutto ne venne Giovanni Mattei mio Maestro, e di Francesco Antonio Mattei mio cordialissimo condiscepolo..."
Francesco Antonio Mattei stampò nel 1669 la seconda edizione del suo trattato intitolato "Della Scherma Napoletana, discorso primo, dove sotto il titolo dell'Impossibile Possibile si prova che la scherma sia Scienza, e non Arte." Dopo l'omaggio al Maestro capostipite, il Marcelli, scrive: "Che dirò poi del Sig. Giovanni Mattei, che nel mar della scherma par ch'abbia toccate l'ultime mete! Ben egli si merita tutte le lodi, ma non le aspetti dalla mia penna, che portate ad un fratello di soverchio sarebbono interessate."
L'Impossibile reso Possibile, nella dedica del Mattei a Don Giovanni D'Avalos, Principe di Troia, era semplicemente far comprendere la scherma con la penna, scrivendone, anziché solo con la pratica in sala d'armi. In seguito, poiché lo slogan era ben trovato, al titolo si vollero attribuire altri significati, come l'esecuzione di azioni schermistiche particolari.
Nel 1725 Nicola Terracusa e Ventura stampò un trattato, "La vera Scherma Napolitana Rinnovata", ove scrisse: "E questo è avertimento del mio Maestro Francesco Antonio Mattei, il quale vuole per il suo Libretto, che i Cavalieri, prima di porsi la Spada in mano per imparare si avessero da informare chi è il Maestro, se ha fatto buoni Scolari, e se ha avuto prattica negli assalti, e se i suoi scolari sono riusciti buoni Maestri, che da questo si cava se il Maestro ha buona comunicativa."
E, più avanti, scrive che Francesco Antonio Mattei "definisce che la scherma sia un inganno regolato velocemente fatto acquistato per dimostrazione dei maestri periti, perché tutte le lezioni che si insegnano agli scolari devono essere operate come comanda la scherma con velocità, tempo e misura, ma con inganno che questo è quanto può arrivare la scherma napoletana per avere questo vantaggio dall'altre nazioni per operare le azioni all'Impossibile con velocità fatte al suo tempo, e così mai resterà deluso chi l'opera...". Dal Terracusa apprendiamo anche che le sue continue dimostrazioni d'efficacia, in Palermo e in Messina, provocarono l'estinzione della "vecchia" Scuola del Morsicato Pallavicini, autore a sua volta di un bel trattato, stampato nel 1691.
Qualche decennio più tardi, Alessandro Di Marco pubblica addirittura tre volte, dal 1758 al 1761. Abbiamo smarrito il filo diretto, da Maestro ad allievo, ma è sempre Mattei l'autore di riferimento, il più citato. Non si discute, quindi, la continuità della Scuola, ma già si intravede qualche segnale di rinnovamento. L'Italia è divisa, anche schermisticamente, fra il nord e il sud: e i settentrionali si differenziano certamente per la maggiore influenza della Scuola francese, che sta conoscendo un periodo di grande fioritura. Nel secolo XVIII i trattati italiani sono pochi e non molto importanti, e questa povertà risalta particolarmente se raffrontata, da un lato, alla ricchezza del secolo precedente, e dall'altro, all'aumento quantitativo e qualitativo di quelli francesi.
Dopo la Rivoluzione del 1789, le conquiste di Napoleone hanno potentemente contribuito alla diffusione della scherma transalpina, che ha assunto connotati suoi propri, mentre prima risentiva chiaramente dell'influenza italiana.
Ma gli stili restano comunque ben distinti, e molti autori si preoccupano, allora e in seguito, di identificare le caratteristiche degli schermitori di Scuole diverse. Di particolare rilevanza, dato il periodo e la nazionalità dell'autore, è la testimonianza di Alessandro Picard Bremond[1], autore di un trattato che fu tradotto in italiano. Viaggiò molto, ebbe esperienza diretta dei vari stili, e apprezzò in modo particolare l'efficacia della Scuola napoletana: "Confesso, che io non andavo esente da prevenzioni prima di aver trascorsa l'Italia medesima, ma di presente essendomene DISINGANNATO le rendo quella giustizia, ch'ella ben merita. In generale, i Francesi superano chiunque nella graziosità e leggiadria delle posizioni ma quello che riguarda la forza e la sodezza, potrà in favore degli Italiani deciderne chi di me più ne sappia senza che io mi spieghi di vantaggio.
Io suppongo che passi dalla Francia in Italia uno dei buoni Schermitori Francesi per giocare con un forte, e segnatamente con un Napolitano.
Egli, cioè il Francese, deve aspettarsi di trovare una guardia del tutto opposta alla sua. Forsa sarà quella della spada volante ovvero una guardia sostenuta colla punta diretta al petto; non è da immaginarsi, ch'egli sia per allontanare questa punta invitato da battimenti, da sfregamenti del suo ferro, non che da ogni altro atteggiamento che praticar si potesse per rimuoverla. Ei non uscirà dalla linea, e sarà sempre fuori di misura. Si consideri solamente la forza nella spalla, il corpo all'innanzi[2] e principalmente la giuntura del polso assai pieghevole per rendere il bottone leggiero, e mi si confesserà che ciò deve imbarazzare anche gli Schermitori più DESTRI, allorché particolarmente si vogliono evitare i colpi d'incontro. Inoltre, se faciasi un movimento sopra di lui egli uscirá fuori di linea, vi divertirà alla lunga per isconcertare le vostre intenzioni e mercè la sua grande cognizione della MISURA, andrà volteggiando finché vi determiniate a partire. Così dopo avervi lungamente faticato fuori di misura, se marciate, o gli facciate un attacco qualunque, egli tirerà colpi DRITTI tanto sù di un sfregamento, ed incrocicchiamento, quanto sù d'un cangiamento di spada.[3] Se desso poi attacchi decisivamente vi tirerà un colpo a mezzo sostenuto in faccia al petto di guisa a non poter scomporre il debbole del suo ferro col vostro forte e nemmeno con cangiamenti di spada. Dopo avervi tirato altresì un colpo a mezzo, se voi abbandonate il ferro egli lancerà il colpo.
La maniera di impugnare il ferro, e di giuocare al piastrone è quel tanto, che gli dà la superiorità di tirare con tanta fermezza. In fatti se voi tirate una cavazione vi tirerà dritto[4]. Se mostriate un' una e due egli anderà alla parata di sotto-prima tirando al fianco. Dico replicatamente, che vi fa d'uopo convenire che tal sorta di giuochi imbarazzano anche i più valenti e sperimentati schermitori".
Più avanti l'autore ci informa indirettamente della popolarità dei Maestri napoletani, che spesso erano chiamati "all'estero" per insegnare: "Gli incrocicchiamenti, sfregamenti, battimenti, e legamenti di spada, si possono eseguire più facilmente stando piuttosto nelle guardie tese che sopra le altre. L'incrocicchiamento si effettua sopra un avversario che abbia sempre il bottone al corpo, e rigidezza nelle braccia. Fa mestieri dunque cogliere il debole del suo ferro col forte del vostro, rivoltare le unghie abbasso, distendendo bene l'antibraccio, ed in maniera che il bottone gli rimanga al fianco. E se in siffatto movimento egli volesse cogliervi con un colpo sulle armi, gli farete uno sfregamento, ed entrerete dritto. Questa è una botta che dai NAPOLETANI si possiede in un modo superiore. Difatti io la vidi eseguita in varie occasioni, e principalmente da Antonio Gaggini, valentissimo uomo e Maestro in Milano[5] . E' questo uno dei più bei colpi che io abbia avuto l'incontro di mirare nel corso dei miei viaggi."
Siamo quindi arrivati alla fine del secolo XVIII, quando sta per sorgere la stella schermistica del più importante trattato dei primi tre quarti, almeno, del secolo successivo: il Rosaroll e Grisetti. Stampato per la prima volta a Milano nel 1803, ebbe grande fortuna, e conobbe numerose ristampe, sino a quella del 1871, a Nocera Inferiore. Il trattato si intitola "La Scienza della Scherma, esposta dai due amici Rosaroll Scorza e Grisetti Pietro", ed è dedicato al pittore Giuseppe Errante. E qui ci troviamo di fronte ad alcuni piccoli misteri, solo in parte svelati.
Il primo mistero riguarda il notevole cambiamento avvenuto nella posizione di guardia, dopo secoli di stabilità. Appare evidente, infatti, soprattutto nella guardia, divenuta centrata, con la mano armata ben alta e in avanti, che l'influenza francese, o almeno quella dell'Italia settentrionale, non era più trascurabile. E come questo fosse avvenuto, non è difficile comprendere, informandosi sulla vita degli autori, e sulle loro peripezie. Il secondo mistero riguarda il Maestro, o i Maestri, degli autori.
Sappiamo da Jacopo Gelli, nella sua Bibliografia della Scherma, che "Ambedue erano allievi di Tommaso Bosco, professor in Napoli". E ce lo confermano anche loro, scrivendo dei colpi di pomo che si praticavano "Nella scuola del nostro Maestro il Sig. Tommaso Bosco, che fu uno de' primi Professori di Napoli...". Ma avevano imparato anche da altri, come scrivono descrivendo il colpo chiamato ancora: "Si dee l'invenzione di quest'azione al fu celebre maestro di Scherma Alessio di Trano, da noi altrove nominato, né vi è stata altra scuola, in cui questa si sia conosciuta. Il Sig. Francesco Scorza, tuttora vivente in Napoli, fu il solo di tutti gli allievi di questo maestro, che l'avesse uguagliato nell'eseguirla, e noi l'abbiamo da lui appresa". E ancora: "Alessio di Trano, che fra i maestri del prossimo passato secolo ha ottenuto in Napoli il primato".
Ma non al Maestro dedicano il loro trattato, bensì ad un pittore trapanese, Giuseppe Errante[6], abilissimo nella scherma, che a Milano aveva aperto un'Accademia ove gli schermitori, frequentemente, tiravano quasi nudi, affinché gli allievi pittori potessero prendere spunto da modelli realistici. Sospetto, infatti, che le figure del trattato possano essere dello stesso Errante, o di qualche suo allievo.
E c'è dell'altro. Giuseppe Maria Rosaroll-Scorza[7] è un napoletano verace, destinato sin da giovane alla carriera militare, in cui molto si distinse. Nato nel 1775, fu un patriota, e morì combattendo per i suoi ideali, in Grecia, a cinquant'anni. Non mi dilungherò sulla sua vita, ma solo su un particolare significativo: aderì alla Repubblica Napoletana, ma fu catturato dai sanfedisti a Castel Nuovo, e condannato a morte. Si salvò fuggendo in Francia, da dove tornò in Italia, al seguito di Napoleone Bonaparte. Soggiornò a Milano, dove pubblicò il trattato, nel 1803, e tornò in Napoli solo qualche anno dopo.
Pietro Grisetti, invece, molto meno noto, non era napoletano, ma di Salò, ed era di quattro anni più giovane del pur giovane Rosaroll. A Napoli, prima di conoscere l'amico, non risulta che sia mai stato. Si conobbero certamente a Milano, nell'Accademia dell'Errante, e lì fecero amicizia, e concepirono il trattato. Confrontando le età (Errante è del '60, Rosaroll del '75, Grisetti del '79), appare chiaro che l'influenza maggiore, nel trio, sulle teorie schermistiche, era quella del pittore trapanese, di cui i due più giovani scrivono, nella dedica: "Il vostro nome pur troppo noto all'Europa pel grado sublime, a cui si elevò il vostro genio nelle difficilissime arti, Pittura, e Scherma, merita questo contrassegno di stima, ben dovuto ad un sommo schermidore".
Può darsi, quindi, che le teorie schermistiche del trattato siano il felice compendio delle esperienze dei tre: impronta napoletana, o siciliana, data da Errante; esperienza napoletana, poi influenzata dal soggiorno francese e milanese, da parte del Rosaroll; e infine un contributo non meglio definito del più giovane dei tre, Grisetti, che con tutta probabilità si era formato, come schermidore, alla scuola dell'Errante stesso. Del resto, come ben si comprende leggendo la "Prefazione alla Gioventù Italiana", il libro aveva anche un proposito politico e patriottico: "...nel periodo di tempo in cui viviamo in cui i nomi di libertà e di amor di patria non sono più per l'Italia freddi nomi di storia, ma nomi efficaci e nomi di nazione ... crediamo di poter francamente asserire che l'onore della nostra nazione e la di lei prosperità sarà in ragione degli sforzi che noi faremo per acquistare il vero valore".[8]
Dopo quello del Rosaroll e Grisetti, un solo trattato ancora segue il solco, pur modificato, della Scuola Napoletana tradizionale, ed è quello del catanese Blasco Florio, che pubblicò la sua opera, "La Scienza della Scherma", a Catania, nel 1844. E' un bel trattato, sotto certi aspetti assai moderno, che perfeziona e ridefinisce i cardini della sua Scuola. Commentando lo scritto del Picard Bremond, quando descrive la guardia centrata dei napoletani (già modificata, quindi), egli scrive: "Ecco avvenuto il cambiamento della guardia del corpo della Scherma Scientifico-Nominale, in quella della Scherma Scientifico-Reale; ecco il centro di gravità della stremità sinistra della base di sostegno portato nel mezzo di essa base, e di necessaria conseguenza il ginochio destro dalla giacitura tesa seu annervata cambiata in quella ad angolo quasi retto". E poi: "Questo sistema di giuoco ha per necessità di mezzo l'uso Scientifico-Reale della Coccia, quello cioè, di fare da scudo, non alla sola mano, ma a tutto il corpo".
Quando scrisse la prima edizione del suo trattato, Florio, che si definiva "Apostolo della scherma", ancora non aveva conosciuto il Maestro Giacomo Massei. In seguito, conosciutolo, e appresa la sua storia, si convinse di aver incontrato il vero continuatore della Scuola napoletana, e gli dedicò la seconda edizione del trattato: "All'egregio Signore Giacomo Massei, primo sostenitore della scherma delle due Sicilie.
Signore, quando pubblicava, nel 1844, la prima edizione della mia Opera – La Scienza della Scherma – sul riguardo che non rinvenni persona, per osservar che avessi fatto, la quale tutti i numeri avesse per poterla degnamente rappresentare, ne feci la Dedica al Genio della Scherma delle due Sicilie. Oggi però che trovo in Lei, per tutti i titoli, incarnato questo mio voto, vengo a fregiare del nobilissimo Suo nome questa seconda edizione, cui mi ha indotto il generale compatimento e suffragio alla prima. Ella intanto l'accolga qual segno del mio inalterabile attaccamento ed ammirazione."
La lettera era del 1857, 11 novembre, e la risposta di Massei, anch'essa pubblicata all'inizio del trattato, è di due settimane dopo, il 25: "Accetto con vivo compiacimento l'onore che mi fa della sua Dedica, e gliene rendo grazie". " L'opera viene onorata dallo Schermitore Sovrano che sopra gli altri com'Aquila vola, Cav. Giacomo Massei da Napoli", scrisse Florio. Ed è questo il primo documento che ci resta del fondatore della Grande Accademia, che non ebbe vita facile.
Massei e Florio ebbero fra loro una nutrita corrispondenza, da cui si possono trarre numerose e interessanti informazioni. Il Rosaroll tenne scuola a Napoli nel periodo murattiano: "La scuola Rosaroll, in Napoli fu in fiore nel corso della così detta occupazione militare. In seguito il signor Duca Morbili 'col valore in pugno' – dice il Massei - 'e con la squisita educazione, accogliendo Maestri e Dilettanti mantenne vivissimo il sacro fuoco della Scherma delle due Sicilie'. Fu suo prodotto il Professore Emmanuele Dumarteau, scolare eminentemente grato, come lo addimostrava il ritratto che teneva nella sua scuola sito in mezzo ad un trofeo di Armi".[9]
Di lui "il valentissimo dei tempi presenti" scrissero, alla sua morte: "A detto di coloro che videro giocare il Dumarteau di spada nei tempi della sua vigoria, i meriti di tutti questi valenti erano in lui. Egli dell'arte sua non solo intendeva le difficoltà, ma eziandio l'alta importanza. Nella sua sala teneva scritto che una buona lezione di scherma è una buona lezione di filosofia." E infine: "Il dolore che ci ha cagionato la morte di codesto Maestro è alleviato dalla ricordanza del contento che egli provava negli ultimi anni di sua vita, vedendo che la sua ottima maniera di armeggiare era trasfusa agli altri per mezzo del Principe dei dilettanti presenti, il Massei suo scolare, che di già à formato valentissimi Schermitori".
Del valore schermistico del Massei abbiamo numerose testimonianze, che ci riportano anche ai suoi rapporti con la famiglia di Masaniello Parise, di cui diremo in seguito: ""Accademia di Scherma — Nel giorno di Domenica 17 andante [1856] nella gran Sala di Monteoliveto; davasi dai Maestri di Scherma Napolitani Annibale, Raffaele ed Eduardo Parise, e Giuseppe Griffo, solennissima accademia deputata al soccorso di professori che per gli anni deposero il peso delle armi!!! Aprivano l'accademia l'invitto dilettante Giacomo Massei, l'Antesignano della scherma napolitana ed il suo discepolo Eduardo Parise, giovine Maestro di belle speranze, che destramente e valorosamente sviluppò tali azioni da dimostrare aver ben corrisposto alle premure del suo maestro..." E ancora: "Lode dunque ad entrambi. Tali progressi del Giovane Parise c'inducono a sperare che proseguendo colla medesima alacrità sotto gli ammaestramenti del Sig. Massei siccome àn fatto gli Zii Annibale e Raffaele, possa un dì conseguire a se stesso la rinomanza di suo Padre Luigi".
Sarebbe interessante continuare, ma ci basti, qui, constatare la discendenza artistica dei Parise dal Massei, che a sua volta discende dal Dumarteau, e questi dal Morbili, che imparò dal Rosaroll.
Occupiamoci, ora, della frattura tecnica che si generò in quegli anni.
Secondo il Florio, e secondo il Massei, che gli scrive, nella scherma napoletana si verificò, ai suoi tempi, un vero e proprio scisma, contro cui entrambi, inutilmente, vollero combattere. Scrive il Massei, nel 1860: "Dalla morte del Nestore degli Schermitori Napolitani, intendo parlare del troppo noto Duca Morbilli, cioè da dieci anni in qua, io rinvenni questa bell'arte languente... La classe alta portando rispetto alla memoria dell'estinto e presa da giusta indignazione per la causale dal Parise provocata, più nol ricevette, e con esso si mise mano allo scisma il quale provocò all'arte tante e poi tante oscillazioni."
Cosa era successo? Ce lo chiarisce il commento ad un fatto avvenuto qualche anno più tardi. Nella sala del Marchese del Tufo, che come Annibale Parise era allievo del Massei (e poi da questi affidato allo stesso Dumarteau), avvenne un brutto incidente: "Verso le ore due della giornata di ieri [28 gennaio 1864], al palazzo in Riviera di Chiaja n°185, nella sala di scherma del Marchese del Tufo mentre i signori Alberto Garnier e Conte Lotti vi stavano prendendo lezione, in un assalto fatto fra essi due si spezzava il fioretto del sig. Lotti, e la parte maggiore di esso trapassava il petto del suo compagno, che cadeva all'istante in terra". Florio vide in questo incidente la conseguenza diretta dell'abbandono delle buone norme tradizionali: in primo luogo, con l'abitudine invalsa di tirare in doppia misura, cioè a distanza ravvicinata; e in secondo luogo con l'abbandono di alcune misure protettive, che avrebbero forse impedito la disgrazia: "il guanto di dante imbottito di crine in garanzia della mano e braccio destro, della fascia attorcigliata al collo per garantirlo dallo strisciar della lama, e dalla pelle di dante assicurante il davanti del tronco dalle contusioni, dalle ferite e morte sinanco, causate dai colpi dentro misura, giusto appunto come nella specie Lotti e Garnier, ché senza un tale svestimento non sarebbe accaduta".
Ma torniamo al 1860, anno che precede la nascita della Grande Accademia. L'accenno alle responsabilità di Annibale Parise, negli scritti successivi di Florio, viene opportunamente censurato, per non accentuare il dissidio col Massei, che ha motivo di lamentarsene: nelle sue lettere, infatti, afferma che Annibale Parise, ben protetto dal Senatore del Regno, Marchese Topputi, aveva tentato di ottenere, nella costituenda Accademia, un ruolo pari a quello del Massei: "Or, poiché il movente di siffatto discorso non era pel Parise il vantaggio della cosa, ma il proprio, per la pretesa di un forte appannaggio mensile che sostiene doverglisi... e così dando di cozzo a quel tale scoglio che io ben comprendeva doversi scansare, cioè materia interessi, è rimasta tuttavia in pendenza un nobile progetto chiamato a risuscitare l'Arte, e 'l benessere di tutti i Maestri".
Le cose andarono diversamente, perché Massei fu nominato Sopraintendente Generale Capo Scuola; ma al Parise non andò male, e fu nominato Direttore Generale. Le tensioni, però, rimasero, e produssero i loro effetti negativi soprattutto sul Massei, che fu gradualmente emarginato.
Val la pena di accennare ad un suo tentativo, insieme col Florio, e con un altro ben noto autore di trattati, Alberto Blengini (che in Florio riconobbe il suo "padre adottivo" in materia di scherma), di costituire un altro ente ispirato alle stesse finalità sopra espresse, ma di respiro più ampio, nazionale, anche al fine di dare validità riconosciuta ai diplomi degli insegnanti. La Società di Scherma del Regno d'Italia nacque nel 1866, sotto i migliori auspici, con i più bei nomi della scherma del tempo, ed ebbe ufficiale e legale riconoscimento, ma non ebbe vita lunga.
I Maestri napoletani non collaborarono, salvo il Massei, e il tentativo, malgrado l'alto patrocinio e la Presidenza Onoraria Perpetua di S.A.R. il Principe Eugenio di Savoia Carignano, non risulta aver avuto lungo seguito.
I napoletani avevano fondato, frattanto, una società di mutuo soccorso, aperta solo ai maestri napoletani (ne scrisse in modo estremamente negativo lo stesso Massei), di cui fu segretario l'Avv. Carlo Cinque, già tra i fondatori dell'ANS, che però non esercitava la professione schermistica. Avevano firmato, tra gli altri, quattro dei Parise: Annibale, Raffaele, Augusto, Eduardo. Tre fratelli, i primi, tutti figli di un altro Raffaele, che fu allievo di Tommaso Bosco (il Maestro dichiarato di Rosaroll) e di Fucile (Gennaro Belluzzi-Fucile, presumo, che fu anche Maestro del Florio). Gli altri due figli di Raffaele furono Luigi, padre di Edoardo, morto in carcere, per le sue idee politiche ("Non nell'insegnamento, ma negli assalti, superò anche il padre"), e Achille, padre di Masaniello, l'autore del famoso trattato, considerato in seguito la Bibbia della scherma italiana e forse mondiale. Achille insegnò a lungo a Torino, come afferma il figlio nel suo trattato, e poi a Livorno "con forte appannaggio", come scrive Massei.
Abbiamo qui il quadro di una famiglia di Maestri di scherma molto unita, ben sostenuta politicamente (il Senatore del Regno, Marchese Topputi, fu il primo Presidente della Grande Accademia), che seppe ben utilizzare questo connubio di forze. Quando, nel 1880, lo Statuto dell'Accademia viene rinnovato, tre Parise figurano ancora tra i soci insegnanti: Augusto, Edoardo e Masaniello; Achille, e Raffaele (il più giovane dei cinque fratelli, cui Masaniello dedica il trattato), figurano tra i soci fondatori; Massei e Cinque, formalmente ancora ai primi due posti della lista, sopravvivono ad Annibale, ormai scomparso, dopo essere stato Direttore dell'Accademia "per più di quindici anni", come scrisse Masaniello.
Nel 1882, è ben noto, ebbe luogo il concorso bandito dal Ministero della Guerra per individuare un trattato, e un Direttore, della costituenda Scuola Magistrale, che iniziò a funzionare nel 1884.
Non è il caso di ricordare, qui, le furiose polemiche successive, e il dubbio, fortemente sostenuto dal Gelli, che la decisione fosse già stata presa: la Scuola Napoletana si dichiarava apertamente continuatrice unica della Scuola Italiana di scherma, che al nord era stata 'contaminata' da quella francese, tanto da chiamarsi Scuola Mista. L'orgoglio patriottico si sovrapponeva alle ragioni tecniche. Ma prima di affrontare la questione, citiamo l'ultimo documento lasciatoci dal Massei, che fu Maestro anche di Masaniello, per un paio d'anni, ma protestò vivacemente quando, in occasione del IX Congresso Ginnastico in Napoli, nel 1881, la giuria di scherma volle attribuire a Masaniello Parise il primo premio nella spada: benché fosse stato nettamente superato, nella gara, dal Miceli che, nell'incontro diretto "ottenne un rilevante vantaggio di almeno un terzo dei colpi". Massei non la digerì, e pubblicò anzi un fascicolo in cui denunciò i misfatti della giuria.
Ma torniamo al trattato di Masaniello. Se col Rosaroll si era notato un allontanamento dalla Scuola Napoletana classica, col Parise, malgrado la dichiarata fedeltà alla tradizione, ci fu un autentico stravolgimento. In meglio, diremmo oggi, poiché siamo tutti figli e nipoti del suo metodo. Ma le differenze tecniche e metodologiche erano veramente notevoli.
Iniziamo dalla posizione di guardia, che è ampia, due piedi, e centrata (nelle immagini, ancora un po' spostata verso il piede posteriore): elemento questo, che distingue tutti e tre i testi citati dalla tradizione antica, in cui il peso del corpo era nettamente spostato verso la gamba posteriore, mentre quella anteriore era quasi distesa. Anche il braccio armato, pur non perfettamente in linea, è molto in avanti.
Il braccio posteriore, invece, è ad arco, ben in alto sopra la testa: posizione, questa, già consolidata nei francesi, da almeno un secolo (vedi De La Touche, 1670, Le Perche, 1676, Liancour, 1686, più o meno contemporanei del Marcelli, che non ne parla e non ne fa uso), mentre non è presente negli autori italiani, se non casualmente: come residuo, immagino, della scherma di spada e pugnale, o altro accessorio. Residuo che non impedisce ai francesi di considerare il braccio non armato come un utile contrappeso, atto a riequilibrare, come a parare, e alle prese. In seguito, anche la Scuola Mista italiana adottò questa posizione del braccio, con leggere varianti.
La Scuola Napoletana aveva sempre conservato e riaffermato l'utilizzo realistico della spada da duello, ben distinto da quello fiorettistico, certo più aereo, grazioso, leggero e pieno di finezze stilistiche, ma poco utile in duello, e perciò molto criticato, soprattutto da noi, ma anche dagli stessi francesi. La relazione Fambri, che spianò la strada al Parise nel famoso concorso, cita "il fioretto francese, che arieggia il frustino e talvolta viene anche ad arte incurvato per guisa da toccare anche quando il petto resterebbe regolarmente coperto". La Scuola Napoletana, infatti, sino al Florio e, dobbiamo ritenere, al Massei, aveva come fondamento la linea, e la difesa effettuata con la coccia.
E tuttavia il Parise mostra tracce evidenti della sua "conversione". Infatti, abbandona azioni fondamentali della sua Scuola, come le contrazioni, pur presenti nelle Scuole italiane del nord. Il cartoccio, azione al fianco sempre eseguita con accentuata copertura della testa, che si appoggiava all'interno del braccio, nel colpire, diviene una semplice botta al fianco, priva di copertura. E dichiara, nel descrivere il pugno di prima, che "di questa posizione si servivano gli antichi tirando al fianco per garantire la faccia; ma ora è smessa, per l'uso della maschera": il che equivale, con tutta evidenza, ad aver abbandonato il realismo spadistico, vanto e ragione prima della sua tradizione!
Ma non è tutto, anzi. Il cambiamento più evidente, che lo avvicina alla metodologia dei francesi, è anche quello che più è passato inosservato, perché accolto, molto prima di lui, dalle Scuole del nord Italia, molto più esposte all'influenza francese. Parliamo della classificazione delle parate. In tutti gli autori precedenti della Scuola Napoletana, fino al Rosaroll-Grisetti e al Florio, mancava una catalogazione delle parate come oggi la intendiamo e la conosciamo. Nel Rosaroll, infatti, si afferma che "moltissime sono le parate, e si descrivono le parate semplici, come quelle da cui nascono tutte le altre. Esse distinguonsi in tre, le quali appellansi: di picco, media e stabile". Non mancano di certo, le parate, ma il concetto è molto più esteso: "Qualunque azione che serve a togliere al nemico il mezzo di colpire è una parata". Le contrazioni, principalmente, tra queste. E il Florio, ultimo trattatista fedele all'antica tradizione, si mantiene nel solco.
Parise, invece, introduce nella sua Scuola le parate, come oggi le conosciamo, ben distinguendole tra loro, e dalle azioni di offesa e controffesa. Ancora una volta, il suo riferimento, dobbiamo ipotizzare, se non direttamente la scherma francese, sarà stato il metodo della Scuola Mista, a sua volta derivato dall'impostazione francese.
Da dove proviene l'influenza francese su Masaniello Parise? Suo primo maestro fu il padre Achille, che ha lungamente insegnato a Torino, dove si era rifugiato per sfuggire alla condanna a morte per i moti del 1848[10]. Non è azzardato pensare che la vicinanza dei francesi abbia prodotto, in Achille, consistenti ripensamenti sulla sua tecnica, poi trasmessa al figlio.
Comunque sia andata, il tempo diede ragione a Masaniello Parise, forse più per un caso che per la sua preveggenza: si andava verso la scherma sportiva, benché il nostro si dimostrasse a lungo avversario della "deriva" spadistica, e una scherma più leggera e dinamica non poteva che essere premiata. Senza contare il fatto, determinante, che l'intervento dello Stato nella creazione e sostegno della Scuola Magistrale Militare diede peso e sostanza all'intero movimento.
Pochi anni ancora, e i tratti distintivi delle varie Scuole, in numero crescente, si sarebbero profondamente rimescolati, grazie ai frequenti confronti. Lo stesso Parise, che doveva dimostrare l'efficacia della sua direzione - e la dimostrò – ben presto si circondò dei migliori esponenti della Scuola Mista.
La politica aveva vinto, ancora una volta, ma il tempo fu galantuomo con gli sconfitti.
Un video con le immagini che completano questa relazione del Maestro Toran.
Le note sono de "L'Olimpiade" di Domenico Cimarosa, uno dei più validi rappresentanti dell'opera del tardo Settecento.
Due storiche Scuole napoletane, dunque: quella musicale e quella schermistica
Buona visione e buon ascolto. (E.L.)
[1] "Trattato sulla Scherma di Alessandro Picard Bremond, preceduto da un suo ragionamento, ove il celebre Cavaliere di S. Giorgio viene coronato qual nume dell' arte, aggiuntavi la notizia de' Professori non che dei Dilettanti che si distinguono in quest' arte medesima, nelle principali Città di Europa, e specialmente in Italia, traduzione della Francesse nella lingua Toscana, dedicata agli Amatori. Milano 1783"
[2] Ecco avvenuto il cambiamento della guardia del corpo della Scherma Scientifico-Nominale, in quella della Scherma Scientifico-Reale; ecco il centro di gravità della stremità sinistra della base di sostegno portato nel mezzo di essa base, e di necessaria conseguenza il ginochio destro dalla giacitura tesa seu annervata cambiata in quella ad angolo quasi retto.
[3] Questo sistema di giuoco ha per necessità di mezzo l'uso Scientifico-Reale della Coccia, quello cioè, di fare da scudo, non alla sola mano, ma a tutto il corpo. [questa nota, e la precedente, sono del Florio]
[4] Quest'azione ha per dato l'uso scientifico della Coccia.
[5] Gaggini ritornato in Patria fu uno dei primi professori di Scherma, tanto in quell'epoca fiorente. Fu suo Scolare Natale Cavalli, genero di Lui, non degenere dal Maestro. Licurgo Cavalli figlio di Costui ereditò la Scherma del Padre e dell'Avo. Esiliato da Napoli dopo lunga prigionia per libere opinioni politiche, si ridusse in Malta e da Malta a Torino, ove esercita la professione avita, facendo molto onore alla scuola Napolitana. Questo è quanto ne ho raccolto sul conto del Giovine Licurgo. [questa nota, e la precedente, sono del Florio]
[6] f. Cancellieri, Memorie raccolte intorno alla vita ed alle opere del pittore cavaliere Giuseppe Errante di Trapani, Roma, Bourlié, 1824.
[7] Prof. Antonino De Francesco. Tirar di scherma nell'Italia napoleonica: Giuseppe Errante, Pietro Grisetti, Giuseppe Rosaroll e la storia della loro amicizia, in Studi in memoria di Cesare Mozzarelli, Milano, Vita e Pensiero, 2008, 1045-70. Qui e in seguito, nella biografia del Rosaroll e dell'Errante, è citato ampiamente il suo lavoro.
[8] Rosaroll Scorza - Grisetti, pp. XI-XII.
[9] Da "Il Primato della Scherma Italiana" di Blasco Florio, 1861
[10] "ACHILLE, che è il padre mio amatissimo, dannato a morte dal Borbone in seguito ai moti liberali del Quarantotto, trovò salvezza nell'esilio; e in Torino, ove ebbe stanza ospitale, tenne per lunghi anni una scuola di scherma, che ha reso grandi servigi all'incremento dell'arte. Egli stesso a Parigi e a Londra, nel 1854, in pubbliche accademie, dié splendide prove della sua valentia, riaffermando con grande onore il primato della scuola italiana." Dalla dedica di Masaniello Parise, all'inizio del suo trattato di scherma.