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Sorpresa, meraviglia, interesse, infine commozione: quel che ho provato leggendo "I diavoli di Zonderwater", un libro segnalatomi e poi donatomi da Franco Luxardo, industriale, dirigente, organizzatore da anni dell'omonimo trofeo internazionale di sciabola, a Padova.
Della storia di Triccoli sapevo già, per averla sentita dalle sue labbra, in più di uno stage. Ma non ricordavo più il nome di quel campo di concentramento, Zonderwater, che significa senz'acqua, e per me poteva essere in qualunque parte del mondo. Ora so che era in Sudafrica, dove ancora vivono tanti connazionali, reduci e figli dei reduci di uno dei più grandi campi di prigionia della seconda guerra mondiale: ne ha ospitati oltre centomila, di italiani, su seicentomila transitati per il Sudafrica, degli oltre un milione trecentocinquantamila, in totale. In lettere, e non in numeri, perché non pensiate che, forse, mi sia scappato uno zero in più.
Centomila in un campo solo, che ne ha ospitati, tutti insieme, sino a ottantamila: non ci vuol molto a capire che i problemi, in casi del genere, sono enormi. Ospitare, nutrire, far convivere pacificamente in uno spazio ristretto tanti uomini, e solo uomini, quanti se ne trovano in una media cittadina italiana. A Zonderwater ci sono riusciti, e per merito indiscusso di un uomo, il colonnello Hendrik Fredrik Prisloo, che seppe unire alla disciplina militare un inconsueto e straordinario rispetto per i prigionieri: stimolati ad esprimersi, creare, produrre in tutti i campi possibili. Ci riuscirono, meritandosi l'ammirazione di quanti videro, in questo, l'emergere del lato migliore del carattere e del genio italiano: costruirono ventidue teatri, edifici in muratura, trenta chilometri di strade, quindici scuole, e tanto altro ancora. Contribuirono notevolmente, durante e dopo la prigionia, allo sviluppo dell'economia sudafricana: quelli che restarono, o tornarono, furono circa trentamila. Furono incoraggiati a dedicarsi allo sport, a tutti gli sport possibili, con incontri di pugilato, un vero e proprio campionato di calcio, ciclismo, atletica ... e sette sale di scherma: e fu lì che Ezio Triccoli, che poi avrebbe creato la grande tradizione di Jesi, imparò la sua arte, dal dottor Serafino La Manna, suo primo insegnante, cui sempre si dichiarò riconoscente. La foto del suo assalto, con folto pubblico di prigionieri, è stata ritrovata da una parente su una bancarella di un mercatino di Ancona, insieme ad una sua lettera al fratello Elvio, mai arrivata. Sul tesserino del 'Nucleo Schermistico Nedo Nadi', blocco 3, campi 9 e 10, si legge il motto: "Non ti fidar di me, se il cuor ti manca".

Dal libro I Diavoli di Zonderwater: "Ezio Triccoli, che sarebbe poi diventato il maestro di campioni olimpici come Stefano Cerioni, Giovanna Trillini e Valentina Vezzali, imparò a tirare di scherma a Zonderwater. In questo assalto, è l'atleta sulla destra. L'arbitro, in piedi in divisa fra i due contendenti, è il dottor Serafino La Manna, primo insegnante di Triccoli."
Carlo Annese, l'autore del libro, caposervizio della Gazzetta dello Sport, ha condotto una ricerca meticolosa, e ce l'ha presentata come fosse un bellissimo romanzo. Ci fa rivivere quella storia dimenticata, davvero affascinante, attraverso i ricordi dei protagonisti: alcuni personaggi sportivi, Triccoli fra questi, che divennero famosi tra i compatrioti, talvolta anche dopo la prigionia.
Un tuffo nel passato recente, un recupero della memoria storica, una piacevolissima lettura.
I Diavoli di Zonderwater, di Carlo Annese, prefazione di Gian Antonio Stella, Sperling&Kupfer, anno 2010, 304 pagine, € 18,50.
Da I Diavoli di Zonderwater: "Il tesserino di istruttore di scherma ad honorem del Nucleo Schermistico Nedo Nadi, sorto nel terzo blocco, rilasciato ad Ezio Triccoli nel gennaio '46, e la spada, costruita dallo stesso Triccoli durante la prigionia, esposta al Museo di Zonderwater."
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