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I maestri di scherma sono chiamati a confrontarsi sempre più spesso con esigenze specifiche che richiedono competenze educative ben oltre l'insegnamento della tecnica schermistica. Un approfondimento di questa realtà è l'occasione per conoscere meglio Giulia Mazzoli, maestra al Club Scherma Chivasso e docente di educazione fisica presso I.I.S. Europa Unita di Chivasso, liceo delle Scienze Sociali ad indirizzo Sportivo.
A Rimini 2009 il suo allievo Andrea Cambursano ha vinto il titolo italiano U14 nella spada allievi.
Complimenti a entrambi, cosa significa questo risultato per lei?
Ogni vittoria dei miei allievi ha e ha avuto diversi significati a seconda dei diversi momenti del mio percorso didattico: i titoli di Roberto Crola e Dario Milano hanno rappresentato la giovinezza e quasi l'incoscienza. Non ero ancora maestra, avevo 24 anni e insegnavo quasi per gioco. Il titolo di Filippo Bionda nel 2000 ha rappresentato l'uscita da un periodo molto difficile per me e per tutta la palestra: non si trovava una sede e, appena trovata, è stata distrutta ben due volte dalle alluvioni del '94 e del 2000. Quella di Andrea quest'anno rappresenta la maturità e la consapevolezza dei miei metodi. Tutte comunque hanno gratificato ragazzi veramente capaci e meritevoli.
Come si è avvicinata alla scherma?
Mi sono avvicinata alla scherma nel 1972 ricevendo un volantino pubblicitario del Club Scherma Torino che offriva una prova gratuita. Ho provato insieme a mio fratello e, dopo la prima lezione, ho decretato che la scherma non mi piaceva per niente e che non avrei mai più messo piede in una palestra... Ma nel febbraio 1973 a Torino si svolse il Trofeo Martini, prova di coppa del mondo di fioretto femminile. Furono tre giorni di full-immersion nella scherma ad altissimo livello e mi esaltai. Avrei voluto iscrivermi subito ma, viste le mie irrevocabili decisioni, i miei genitori mi imposero di meditare bene fino al settembre successivo. Di lì in poi nacque un legame indissolubile con uno sport bellissimo sotto ogni punto di vista.
Che ricordo ha del suo primo maestro?
Il mio primo maestro fu Roberto Gentile, una persona estremamente capace dal punto di vista tecnico che, capendo un po' il mio carattere, mi iscrisse al campionato regionale allieve dopo appena un mese di scherma, cosa assolutamente anomala per i tempi in cui solitamente si faceva un anno di sole lezioni (che noia!!!). In seguito fui allenata dal maestro Egon Franke, sulla cui professionalità e capacità penso sia inutile dilungarsi. Ma dal punto di vista didattico moltissimo mi è stato dato dal maestro Sesto Di Tommaso, relatore della mia tesi di diploma all'I.S.E.F.
Nel suo background ci sono anche alcuni titoli importanti nei campionati dei maestri di scherma.
Sì, ho vinto il titolo italiano di fioretto nel 1991, l'argento di spada e fioretto nel 1992 e nel 1993. Poi un titolo del mondo a squadre nel 1994 a Graz in Austria assieme a Francesca D'Alessandri e Giovanna Ferro.
E la sua tesi di laurea all'Isef di Torino riguardava la "Ricerca di un metodo di allenamento per le leve giovanili". Già da studentessa era orientata ad una professione nel mondo giovane, quindi.
Da sempre volevo fare la maestra di scuola e martorizzavo mio fratello che chiaramente faceva l'allievo e nel gioco non si divertiva per niente. Almeno in questo non ho cambiato idea...
Al Club Scherma Chivasso ha come collega un certo Dario Chiadò ...
Con Dario ho molte cose in comune a partire dal primo maestro. Quando diedi l'esame a Napoli, studiai con lui e con Cinzia Sacchetti. Ho una grande stima di entrambi dal punto di vista umano e professionale. La collaborazione con Dario iniziò nel 1997 in quanto ero incinta per la quarta volta dopo tre gravidanze precedenti interrotte. Mi imposero assoluto riposo e mi rivolsi a lui in quanto collega e amico. Oggi mi aiuta due ore la settimana con i ragazzi più grandi.
Torniamo a lei. Nella sua relazione " Responsabilità educative e formazione dei tecnici" presentata al convegno di Torino sulla formazione dello schermitore, a gennaio 2009, lei parla molto chiaramente di responsabilità educative – nell'ordine - della famiglia, della scuola e della società sportiva.
Certo! Ribadisco quanto espresso in quella occasione e penso che nella società di oggi tutti debbano sentirsi responsabili dell'educazione e formazione dei giovani, nessuno può tirarsi fuori da discorso così importanti. I giovani sono una grossa risorsa su cui investire e chiedono punti di riferimento solidi ed è il mondo adulto che negli ultimi anni ha veramente fallito il suo compito di guida.
Andando ai maestri di scherma, in che modo essi possono influire su una cultura educativa di qualità?
Laddove il maestro di scherma non si limiti ad essere solo un fornitore di tecnica, ma un vero pedagogo nel senso più classico del termine, come, peraltro, doveroso per ogni persona che si ritenga un insegnante.
Cosa non può e non deve fare/essere un maestro di scherma?
Non può limitare la sua attività all'insegnamento esclusivo della tecnica.
Tempo fa, su schermaonline, un giovane maestro mi fece questa domanda che ora le giro: "Su cosa si dovrebbe concentrare la formazione di un Maestro di scherma, fermo restando il suo principale obiettivo la tecnica e la tattica schermistica?" [Cfr. "Quo vadis, magister?"]
Il maestro di scherma dovrebbe, secondo me, avere conoscenze metodologiche, didattiche, psicologiche, anatomiche e fisiologiche perchè oggi lo sport in generale è un fenomeno sociale e come tale non può essere affrontato soltanto conoscendone i vari fondamentali.
Quale deve essere, secondo lei, l'obiettivo principale del maestro di scherma oltre all'insegnamento dato per scontato della tecnica schermistica?
Di formare ragazzi in grado di superare le eventuali frustrazioni dovute alle sconfitte e di vivere con serenità e consapevolezza la gioia data dalla vittoria. Sempre più spesso oggi si leggono notizie di giovanissimi che compiono gesti irrimediabili per un brutto voto, un rimbrotto o una nota, non sono più in grado di sopportare la minima frustrazione, non sono capaci di reggere i confronti e di mettersi in gioco fisicamente e psicologicamente. La scherma in questo senso può fare molto, infatti arrivo a dire che, se ben analizzata, è più formativa la sconfitta della vittoria. Far capire questo ai propri allievi è compito dei maestri.
Un messaggio che darebbe ai maestri.
Tutti noi dobbiamo smetterla di pensare di essere gli unici depositari dell'unica vera tecnica possibile. Infatti i grandi maestri (Di Rosa, Di Ciolo, Triccoli, ecc...) hanno dato tutti un'impronta personale anche molto distante dalla tecnica canonica. E sono stati per questo molto osteggiati e criticati, salvo poi, dopo molto anni, essere riconosciuti come dei veri fuoriclasse.
Un messaggio che darebbe ai giovani.
Fate scherma e sarete migliori di tanti vostri coetanei.
Giugno 2009
Fonte: schermaonline
Domande di Ella Loescher
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