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Il futuro della psicologia nella gestione della tattica schermistica e nel ruolo del Maestro d’Arme. Quali sinergie e modalità d’applicazione possibili?
Qualcuno potrebbe chiedersi cosa abbia a che fare la psicologia dello sport con la tattica.

Quando mi è stato assegnato questo argomento, e la possibilità di modificarlo, ci ho pensato un po’, prima di decidere di lasciarlo com’era. Mi sono occupato spesso di tattica, direi da ricercatore solitario. Ma poiché è raro che se ne scriva, soprattutto qui da noi, in Italia, l’accostamento del mio nome a questo argomento, in ogni contesto, quindi anche in quello odierno, è diventato quasi naturale. Gli interventi in materia sono in genere centrati sull’atleta, e sul modo di superare le sue difficoltà nel raggiungere il massimo rendimento. Sarebbe magari il caso di occuparsi anche del rendimento del Maestro, da cui spesso dipende in modo determinante quello dell’atleta.
Iniziamo definendo l’argomento: cos’è la tattica?

Prima di avventurarmi per l’aspro sentiero, devo dire che ho a lungo riflettuto su quanto ho trovato - poco, in verità – su questo tema. Nessuna delle definizioni trovate mi ha soddisfatto, perché in realtà non definivano, come invece avrei desiderato. Per cui ho fatto dentro di me tabula rasa, ripartendo da zero, per arrivare alle mie conclusioni: provvisorie, come tutti i lavori in corso, ma certo per me più solide e soddisfacenti. Ne ho scritto altrove, in precedenza, ma è opportuno riassumerle qui per sommi capi. Partiamo da un’immagine, che per me riassume l’aspetto più significativo del tema. L’immagine mostrata è una sintesi estrema, uno schema, del processo di elaborazione dell’atto motorio in un contesto tattico.

E’ l’elaborazione di uno schema più semplice, in cui le informazioni ricevute, dopo un processo di elaborazione interno, producono un atto motorio: che può essere influenzato (circuito chiuso) oppure no (circuito aperto) dalle informazioni di ritorno sull’atto motorio in esecuzione. Le informazioni di ritorno provengono dal movimento stesso, o dall’ambiente, e si distingue generalmente fra sport a ‘closed skill’, in cui l’ambiente è più o meno costante, e le informazioni di ritorno vengono quasi esclusivamente dal movimento; e a ‘open skill’, in cui l’ambiente è mutevole, ed ai suoi cambiamenti è essenziale adattarsi.

La distinzione ulteriore, che ho ritenuto essenziale introdurre, è relativa al perché l’ambiente cambia, nelle discipline ‘open’: se, cioè, muta indipendente dal movimento, o proprio come conseguenza di questo. Per chiarirci questo punto, pensiamo ad un atleta che va in barca a vela: dovrà regolare la sua azione tenendo conto del mare e del vento. Il mare e il vento, però, non faranno altrettanto: i loro cambiamenti saranno del tutto indipendenti dall’azione del velista. In uno sport tattico, come la scherma, le principali informazioni di ritorno provengono dall’avversario, che rappresenta la parte di gran lunga più importante dell’ambiente: e i cambiamenti nell’azione dell’avversario certamente dipenderanno dall’azione osservata nel suo antagonista.
Torniamo ora a guardare la figura proposta all’inizio: ognuno dei due avversari riceve informazioni di ritorno, determinanti, dall’altro, che lo fronteggia. La necessità di controllare l’ambiente, l’avversario, porta inizialmente ad equilibrio delle forze, una sorta di omeòstasi, in cui ad ogni azione corrisponde una reazione tendente a mantenere l’equilibrio, il controllo. Io avanzo, tu arretri; io accelero, tu fai altrettanto. La velocità di risposta concorre a determinare la distanza fra i due, la minima distanza che permette il controllo: se tiri la botta dritta, faccio in tempo a vederla ed evitarla, allontanandomi; se mi allontano il minimo indispensabile, faccio in tempo a rientrare, e colpirti a mia volta.
Eccomi quindi subordinato alle variazioni ambientali, ma anche capace di determinarle con le mie azioni. Il mio avversario deciderà cosa fare sulla base delle informazioni che ha ricevuto da me. Informazioni che potranno derivare dalle mie reazioni involontarie, e quindi vere; ma anche da azioni o reazioni volutamente false, come le finte. In conclusione, è possibile influenzare, determinare, programmare, le decisioni dell’avversario: questa è la tattica. Per essere più precisi, la tattica è parte della strategia. Strategia vuol dire programmare le proprie azioni. Se lo scopo è quello di determinare le azioni del mio avversario, è tattica. Faccio in modo che l’avversario collabori con me, per raggiungere i miei scopi, facendogli credere che raggiungerà i suoi. Fingo un attacco, scoprendomi, e prevedendo che il mio avversario arresterà, per parare e rispondere: il controtempo.
L’analisi tecnica del gesto schermistico può essere fatta anche sul singolo schermitore; l’analisi tattica deve essere fatta necessariamente su entrambi. La coppia è un sistema, che va studiato in quanto sistema. L’azione tattica parte dalla condizione di equilibrio e di sincronismo: raggiunto il quale, so quel che avviene all’altro, quando mi muovo, quando si muove. E’ una situazione ideale, in cui ogni parte del sistema, ogni schermitore, controlla l’altro. La prima fase, dunque, il primo obiettivo dell’azione tattica è la ricerca di questo equilibrio e sincronismo: se ci fate caso, è la fase preliminare di ogni processo di comunicazione efficace La seconda fase è la rottura dell’equilibrio, ovvero il superamento del controllo dell’altro, mantenendo il proprio. Questo è possibile perché ognuno dei due elementi del sistema ha la possibilità di prendere l’iniziativa, e la reazione equilibratrice dell’altro avrà un tempo di ritardo, che dipende dalla misura, dalla velocità, dall’attenzione, dal tempo di reazione.
L’argomento, come vedete, può essere sviluppato da un punto di vista cognitivo in molte direzioni, ma non è questa la sede adatta per farlo. Per restare in tema, però, e mostrare i legami della tattica schermistica con la psicologia dello sport, vorrei aggiungere alcune considerazioni. Semplificando, ho suddiviso in quattro aspetti la preparazione dello schermitore: quello fisico, quello tecnico, quello tattico e, infine, quello psicologico, in ordine di importanza crescente. Come in tutte le classificazioni, i confini di ogni divisione sono artificiali, e si sovrappongono spesso. Lavorando prevalentemente in uno di questi settori, ci si accorge spesso che, dopo un rapido progresso iniziale, la crescita rallenta.

Il rendimento non è più proporzionale all’impegno profuso: può accadere addirittura il contrario, per la perdita di fiducia che avviene quando ci si accorge di lavorare a vuoto. La soluzione del problema, arrivati a questo punto, è lavorare sulle dimensioni superiori: quando lavorare sui muscoli non rende più, passare alla tecnica; quando neanche questa basta, perfezionare la tattica; infine, lavorare sul mentale: la psicologia dello sport. Mai dimenticando che, in realtà, si lavora sempre su tutte e quattro le componenti: questione di accento, e di consapevolezza.
Conoscenza degli aspetti tattici, e consapevolezza degli effetti delle nostre azioni sulla programmazione motoria dell’avversario sono l’essenza stessa della scherma: il suo aspetto più nobile, che in qualche modo la libera dal vincolo dell’arma, lo strumento utilizzato. La scherma è presente in ogni contesto competitivo, nello sport, come nel lavoro, nella contrattazione, nelle discussioni. E’ un punto molto importante, secondo me: la tecnica della scherma sportiva si è molto allontanata da quella originaria, che aveva le sue radici nel duello. E’ poco più di un gioco, sicuro come pochi altri, che induce a comportamenti da evitare con cura, in un ipotetico duello: pensate alla ricerca del colpo doppio, nella spada; o alla ricerca dell’arresto sbagliato, nel fioretto e nella sciabola. Se, però, identifichiamo la scherma non più solo nel gioco delle lame, ma principalmente nel confronto mentale fra avversari che agiscono di seconda intenzione (la tattica!), allora la ritroviamo in ogni contesto competitivo, anche al di fuori di quello sportivo, e le restituiamo la nobiltà e il primato che le competono.
Programmare le mosse, in rapporto all’avversario, fa forse pensare ad una partita a scacchi. Nella scherma, la partita avviene ad alta velocità. La pressione temporale è molto elevata, le informazioni in entrata sono poche e spesso (la tattica) volutamente falsate. L’errore è quindi frequente e inevitabile. L’incertezza è sovrana, ma non deve paralizzare la capacità di decidere. La tensione emotiva può essere fortissima: un buon autocontrollo è quindi essenziale. La psicologia dello sport, intesa qui come psicologia del massimo rendimento, può essere di grande aiuto. Dove la preparazione fisica, la tecnica e la tattica non bastano più per progredire, le tecniche psicologiche possono fare la differenza: fanno la differenza.
A questo punto, è necessario parlare del Maestro di scherma che, nel nostro sport, stabilisce con l’atleta un legame fortissimo, grazie anche alla lezione individuale. E’ un legame che porta inevitabilmente ad influire anche sulla mente dell’allievo, oltre che sul corpo e sulle competenze tecnico-tattiche. Ma chi si occupa del Maestro? La formazione del Maestro di scherma non prevede, al momento, un’adeguata formazione psicologica. Se la procura da solo, e non sempre nel modo migliore, o in misura sufficiente. Le società di scherma non possono permettersi, quasi mai (lascio il quasi nel dubbio che esista qualche eccezione), un supporto psicologico. L’idea che possa essere utile, o necessario, ancora non ha messo radici nella nostra cultura. Eppure, l’influenza del Maestro sui giovani allievi è notevolissima. Il Maestro ne prende presto coscienza, e sa che, volente o nolente, dovrà fare da solo: sbaglierà, rimedierà, sbaglierà ancora. Se è fortunato, finirà presto col capire che il percorso di crescita riguarda anche lui: il Maestro, come l’allievo. Una grande responsabilità, ed un’altrettanto grande opportunità.
Non si può, in ogni caso, pretendere dal Maestro una formazione psicologica specialistica: ma che abbia coscienza della sua responsabilità verso i ragazzi; che sappia accrescere la loro fiducia in se stessi, gratificandoli per i successi, anche minimi, piuttosto che rimproverandoli per gli insuccessi; che sappia riconoscere e attenuare le loro (e le proprie) convinzioni limitanti, espresse frequentemente attraverso il linguaggio (anche quello interno); che sappia creare e migliorare un ambiente favorevole alla socializzazione e alla cooperazione; che sappia dare obiettivi chiari, non sempre facili, ma raggiungibili, e commisurati alle capacità di ciascuno; che conosca e sappia applicare alcune semplici tecniche (respirazione, rilassamento, equilibrio) per migliorare l’autocontrollo e l’autostima dei ragazzi.
Non sappiamo se e quando le cose, nei vari ambienti schermistici (societari e federali) evolveranno nella direzione auspicata, o se si continuerà col “fai da te”. Cosa si può suggerire o chiedere, dunque, ad una platea di psicologi e di persone interessate a questa disciplina, per migliorare almeno un po’ lo stato delle cose? In primo luogo, una maggiore attenzione al ruolo-chiave del Maestro di scherma. Gli psicologi si sono interessati prevalentemente dell’atleta di élite, o delle dinamiche dell’apprendimento nei vari stadi di sviluppo. Ottima cosa è che da un po’ si interessino del modo di avvicinarsi al massimo rendimento, obiettivo specifico della psicologia dello sport. Poco, invece, si sono occupati della relazione Maestro-allievo, e quasi sempre solo in una direzione: gli stili d’insegnamento, che rispecchiano le diverse personalità dei coach, come oggi bisogna chiamarli. I Maestri di scherma, quelli bravi, coach lo sono sempre stati, a modo loro. In una sola direzione, dicevo: si dimentica spesso che anche il Maestro impara dall’allievo, ne è gratificato (quando va bene), ne è stimolato (sempre) in modo positivo o negativo. Ottima cosa sarebbe saper insegnare all’allievo a rapportarsi positivamente col suo Maestro: consapevolmente, intendo. In società in cui, anche per motivi economici, gli allievi sono sempre di più e i Maestri sempre di meno, un allievo intelligente (e più maturo, e più informato) può ottenere il massimo dal suo Maestro, comprendendone le esigenze psicologiche.
Mi rendo conto del fatto che è difficile stimolare la ricerca in un settore come il nostro: povero di risorse, pur se estremamente ricco di spunti e quindi stimolante. Ma proviamoci lo stesso: la scherma sta crescendo, e all’interno del suo mondo credo che ci siano già tutte le risorse necessarie.

Il Maestro di scherma, il tecnico, il coach, chiamatelo come vi pare, opera in contesti differenti. Nelle sale di scherma, il caso più frequente, il suo compito è principalmente quello di educatore. Ha rapporti stretti con gli atleti, ed anche con le loro famiglie.

Spesso il suo ruolo si sovrappone, talvolta si contrappone, a quello dei familiari, in situazioni delicatissime, in cui solo la coscienza, e l’amore per i giovani, possono suggerirci se fare un passo avanti (che potrebbe essere dettato da presunzione) o uno indietro (frutto di sensibilità, intelligenza, o vigliaccheria?).

Quando il livello dell’atleta sale, aumentano anche le sue richieste, e bisogna trovare un difficile equilibrio fra le esigenze degli atleti più bravi e quelle di tutti gli altri. Anche il Maestro è sotto pressione, anche fisica, e deve migliorare la sua gestione dello stress, e il suo autocontrollo. Uno studio specifico di queste situazioni sarebbe interessante.
Altrettanto spinoso e delicato (non sempre, per fortuna) è il rapporto dei tecnici con i dirigenti: a volte contrattazione, altre contrapposizione, nei casi migliori collaborazione. Sempre, comunque, comunicazione. Lo psicologo può aiutare. Il Maestro segue spesso i suoi atleti in gara, e li assiste a fondo pedana: non è raro osservare comportamenti, dettati da emotività incontrollata, che vorrebbero essere di aiuto, ma sono assolutamente deleteri. Chi aiuta il Maestro a comprendere cosa e come fare in quelle circostanze, e soprattutto cosa non fare? Il Maestro chiede tecniche rapide, di pronto intervento, adatte ai casi più frequenti (paura, blocchi mentali, atteggiamenti sbagliati, attivazione insufficiente, o eccessiva) in cui un allievo può e deve essere aiutato, e subito.
Infine, il Maestro come responsabile tecnico di una squadra nazionale: cambiano i suoi obiettivi, con il suo ruolo. Non tutti sono stati capaci di cambiare efficacemente un comportamento consolidatosi in sala di scherma, dove gli obiettivi, e gli strumenti disponibili, sono ben diversi. Si è ipotizzato, in passato, un iter formativo diverso per gli aspiranti a questo ruolo: ma non si è andati oltre l’idea, certo giusta, che doveva essere diverso. Organizzazione del lavoro, in un contesto complicato: budget, strutture, collaboratori, calendari nazionali e internazionali; flessibilità, per cambiare al volo le strategie con il variare dei risultati e delle condizioni; capacità di comunicare, con atleti, dirigenti, collaboratori, e gestione tecnica e politica dei rapporti; interventi prima-durante-dopo la gara, e gli allenamenti; costruzione dello spirito di gruppo, e gestione di successi e insuccessi. E si potrebbe continuare a lungo.
Concludo questo mio intervento con un auspicio: che il giovane mondo della psicologia applicata allo sport e l’antico mondo della scherma vogliano e sappiano incontrarsi, con reciproco vantaggio e soddisfazione, più di quanto non abbiano fatto finora. Anche la scherma, come tutte le discipline, si evolve e deve saper affrontare la sfida dei nuovi tempi: e i depositari del sapere schermistico, i Maestri di scherma, devono aprirsi al nuovo con la necessaria umiltà, e con il legittimo orgoglio di aver contribuito a mantenere viva e vitale, con la loro inimitabile passione, la nostra nobilissima arte (... e scienza?).
Giancarlo Toran

Dagli atti del convegno "Modelli per una psicologia applicata alla disciplina schermistica. Esperienze e prospettive d'intervento" Monza, 10 maggio 2008
Articolo pubblicato originariamente su schermaonline.com
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