Considerazioni sui fondamentali della scherma PDF Stampa E-mail
Domenica 22 Gennaio 2012 17:55 | Scritto da Giancarlo Toran

LudwikGlauzerNaude_telescopeIl lodevole articolo del Maestro Pezza, "Sulla prevalenza degli elementi fondamentali ", mira a riordinare la classificazione della materia schermistica, per poi subordinare, anche nella progressione didattica, le azioni e i principi secondari a quelli fondamentali. Da qui l'importanza di identificarli, questi principi.

Tirar fuori un ordine da un apparente caos non è mai cosa facile: la nostra capacità di comprendere la realtà dipende dai limiti della mente. E perciò siamo costretti a dividere quel che divisibile non è. La realtà è un tutto unico, che noi dividiamo in bocconi digeribili dalla nostra mente: e quel che ne risulta lo integriamo con l'ordine mentale da noi faticosamente raggiunto ed accettato, che tendiamo a difendere da ogni sconvolgimento, a volte contro ogni logica.

Mai dovremmo dimenticare che la realtà da noi concepita, o rappresentata, dopo queste operazioni, è sempre sostanzialmente diversa da quella "vera", non riconducibile ai nostri limiti. Quel che ci serve, è che "funzioni": che ci permetta, cioè, di migliorare a nostro favore il nostro rapporto con il mondo, o con quella specifica parte del mondo di cui ci occupiamo. Nel nostro caso, la scherma.

Il succo di queste considerazioni è il seguente: una diversa classificazione della materia schermistica deve portarci ad individuare mezzi e modi di allenamento che si rivelino utili—più dei precedenti—per raggiungere i fini che ci proponiamo.

Nello sport, e nella scherma in particolare, l'efficacia è verificabile in due direzioni:

•    quella dei risultati agonistici, e
•    quella, preliminare, dell'insegnamento, che dipende dalla chiarezza con cui l'insegnante comprende la sua materia, e riesce a trasmetterne i principi, pur restando libero di rimetterli in discussione, per migliorarli, in un lavoro che non ha mai fine.

La chiarezza di idee dell'insegnante è quindi fondamentale: ed è per questo che definizioni e classificazioni devono essere precise e razionali, per quanto possibile, senza mai, però, trasformarsi in gabbie da cui è proibito evadere. E devono avere un piede nella teoria, e l'altro nella pratica.

Il tempo, la misura e la velocità sono tradizionalmente considerati elementi fondamentali della scherma. In realtà, nei trattati di scherma se n’è scritto ben poco. Il testo di fioretto, stampato nel 1970, attualmente in uso per la preparazione dei maestri italiani dice: ”... la scherma, per il raggiungimento dei suoi obiettivi, si basa su tre elementi fondamentali: il tempo, la velocità e la misura. Ma da quanto andremo esponendo sarà facile comprendere che il tempo e la misura rivestono una maggiore importanza della velocità, pur riconoscendo che quest’ultima serve egregiamente a completare la potenza dello schermidore.” E questo è tutto. Data la dichiarata importanza dei tre elementi, qualche dato in più sarebbe stato necessario.

Gil Pezza, nel suo articolo "Sulla prevalenza degli elementi fondamentali ", propone di sostituire la iniziativa alla velocità nel tradizionale trittico: tempo, misura e velocità.

Ritengo anch’io, come lui, che l’iniziativa sia un fattore importante. Ma non lo metterei al livello degli altri tre fattori, e più avanti ne spiegherò il motivo. Del resto, nessuno ci impedisce di prenderne in considerazione altri: coraggio, concentrazione, autocontrollo, capacità di osservazione, intuizione, per dirne alcuni. Ed è una cosa che ha senso se per ognuno di questi fattori sappiamo proporre strumenti per il miglioramento.

Altri autori, infatti, hanno proposto classificazioni differenti. Francesco Antonio Marcelli (1686), da cui prese il via la Scuola napoletana, che ebbe in Masaniello Parise il suo più illustre esponente, scriveva: ”Una delle tre cose essenziali che si ricercano per la perfezione della azioni è la Misura, la quale col Modo, e col Tempo deve essere il fondamento di quelle: acciocché abbiano il loro effetto, per il quale si fanno.”  Il Modo, per Marcelli, era principalmente la tecnica esecutiva delle azioni. E non mi sentirei di dargli torto.

Consideriamo, ora, la velocità, e proviamo a definirla. Data una distanza, e un tempo impiegato a percorrerla, la velocità è il rapporto fra queste due grandezze. Può bastare, questa definizione, per la scherma? Certamente no. Come il tempo e la misura, la velocità è un nome che diamo, nella scherma, a molte cose diverse.

La distanza che ci separa dall’avversario, e che vediamo e valutiamo, non è quasi mai uguale alla distanza da coprire per raggiungerlo. L'avversario non è fermo, e dal suo movimento dipende un dato importante: la velocità relativa. Se, quando parto, il mio avversario arretra, la mia velocità relativa è minore della mia velocità assoluta. Il tempo per raggiungerlo aumenta, e questo favorisce le uscite in tempo (contrattacchi), altrimenti inefficaci. E permette il controllo, quando il punto critico non è stato ancora raggiunto (vedi L'iniziativa), e a volte anche oltre.

Il concetto di velocità, nella scherma, è integrato da quello di ritmo: dove, ancora una volta, tempo e misura, insieme alla velocità, formano un tutto indivisibile. La scherma è relazione, e le variazioni di velocità rendono più difficile il controllo della misura e del tempo, da parte dell’avversario.

Inoltre, la massima velocità esprimibile, che dipende dalla coordinazione e dalla potenza muscolare, è richiesta solo nella fase finale di un’azione offensiva. Un’azione di doppia finta, ad esempio, deve adeguare la velocità delle finte a quella delle parate dell’avversario; un controtempo deve sincronizzare la parata con la controffesa. E così via.

Infine, la velocità di esecuzione di un’azione non può essere scissa dalla percezione dell’azione stessa da parte dell’avversario, il quale incomincia a reagire solo quando si accorge dell’inizio dell’azione. È per questo che un colpo ben portato, senza contrazioni muscolari inutili, e con precedenza dei movimenti della punta (più difficili da vedere), è spesso più efficace, e appare più rapido, di un colpo più potente e veloce. Si usa dire, di quest’ultimo modo di tirare i colpi, che sono “telefonati”.

Perché non porrei l’iniziativa allo stesso livello degli altri tre elementi fondamentali?

In primo luogo, perché è certamente utile, ma non indispensabile. Se la mia capacità di previsione e comprensione del gioco è superiore, posso lasciare l’iniziativa all’avversario, e tuttavia prevalere: cosa quasi impossibile, invece, in mancanza dei requisiti di tempo, misura e velocità di un’azione.

L’iniziativa fa parte della preparazione: è preparazione attiva. Chi ha l’iniziativa propone, ma si espone. L’altro osserva, intuisce, decodifica e, se è bravo, prevede. Ed è in quella capacità di previsione il vantaggio essenziale.
Nel mio articolo L'iniziativa concludevo così: ”Iniziativa e controiniziativa sono parte del gioco per vincere la battaglia preliminare sulla misura: che consiste nell'arrivare al ‘punto critico’ avendolo previsto. Ci si arriva necessariamente insieme, ma solo chi lo ha previsto è in grado di agire ‘in tempo’, cioè con quei due decimi di secondo di vantaggio che fanno la differenza, superato il ‘punto critico’.”
Un vantaggio che, una volta conquistato, bisogna mantenere fino al termine dell’azione: e per questo è necessaria la velocità. Una capacità che è forse più facile da allenare, ma che non si può trascurare, o sottovalutare.

Al raggiungimento del punto critico, o si torna indietro, o parte l’azione. Parte, quando si ottengono le condizioni volute di tempo, distanza e atteggiamento col ferro. Chi ha previsto (che non è necessariamente chi ha preparato, chi ha tenuto l'iniziativa), chi è già pronto quando si raggiunge il punto critico, ha un vantaggio di circa due decimi di secondo: il tempo di reazione. La parte finale di qualunque azione di offesa (e in generale le azioni semplici) dovrà essere veloce quanto basta perché l'avversario—che non ha previsto—non possa efficacemente reagire. È il vantaggio, piccolo ma decisivo, che permette

•    alla finta e cavazione di arrivare a bersaglio prima di un secondo movimento di parata;
•    alla risposta decisa di arrivare prima della controparata;
•    al contrattacco di andare a segno prima che l'attaccante cambi la sua azione, parando, o cambiando bersaglio.

Sempre, ripeto, se non ha previsto.

Anche l'atleta poco allenato dispone—per tratti molto brevi—di una velocità sufficiente, e del resto la velocità è fra le capacità più facili da allenare. Comunque, la velocità di un atleta diminuisce notevolmente con la stanchezza, e non deve scendere tanto da vanificare il vantaggio di cui sopra: quei decisivi due decimi di secondo.

Infine, una considerazione. Oggi discutiamo—poco, purtroppo—di tecnica schermistica, e la nostra attenzione è tutta su tempo, misura e velocità, e possibili varianti od aggiunte, come appunto l’iniziativa. Un secolo fa si discuteva molto di più—lo testimoniano libri e trattati—ma l'argomento era sempre limitato alla cosiddetta meccanica. Un bel passo avanti, dobbiamo ammetterlo.

Giancarlo Toran

 

L’immagine qui sotto è tratta da Ferdinando Masiello, autore di un bellissimo trattato:

“La scherma italiana di spada e sciabola”, Firenze, 1887

masiello-it

 


L'illustrazione che apre l'articolo è di Ludvik Glazer-Naudé

 

 

Commenti 

 
+2 # esedra 2012-01-24 16:06
A Ella Loescher piace Ludvik Glazer-Naudé. Anche a me piace molto: è l’autore dell’illustrazi one che introduce questo articolo.
Ella ha spesso utilizzato le immagini di Glazer, anche quando, nel dicembre del 2009, ha inaugurato, proponendolo al mondo della scherma, questo sito.
Lo ha fatto (o meglio, lo fece) con poche, belle parole dal titolo “Per realizzare un disegno”.
Cominciavano così: "Da che mondo è mondo, chiunque abbia ricevuto una qualsiasi forma di autorità ha dovuto dimostrare di esserne degno. Chi è stato stimato e seguito, però, ci è riuscito perché ha saputo intuire le esigenze, favorire la crescita e l'espansione, impedire le interferenze."
Continuavano altrettanto bene, quelle parole, e oggi rileggerle potrebbe aiutare un po' tutti (ma qualcuno più di altri) a leggersi dentro.

Tra i "fondatori" di questa particolarissim a Accademia - di loro si avverte la presenza tra quelle righe di Ella - vi è il Maestro Toràn.

Da lui, dal suo studio e dal suo lavoro, abbiamo avuto tanto, e non solo in una dimensione strettamente tecnica.
Penso di poter parlare per chi, come me, avendo ancora molto da comprendere su questa disciplina meravigliosa, mantiene il bisogno di osservare, ascoltare, pensare… e per chi, già grandemente ricco di conoscenza e di esperienza, ha avuto occasione, leggendolo, di farsi ancora domande e di cercar risposte, nuove o antiche poco importa.

Quel che sorprende - lasciatemelo dire in un momento in cui tutti sembriamo abbandonati, e assuefatti, al silenzio, promuovendolo, forse, ad aristocratico raccoglimento... - quel che sorprende, dicevo, è la generosità con la quale questo gentile Maestro continua a spendere la propria capacità riflessiva e il proprio tempo a scrivere, e a scriverci, senza alterigia e senza inganno. Riuscendo, solo così, a spingere il pensiero, il suo e il nostro, oltre le proprie trappole, e a dare un appoggio concreto alla sua evoluzione.

Di tutto questo, quindi, desidero ancora una volta ringraziarlo.

Che ne dici, Ella, di quest’altra immagine?
www.atelier-glazer.de/bilder/illustration/weitblick_horizont_glazer.jpg
 
 
+3 # Ella 2012-01-27 00:07
Esedra, condivido le tue riflessioni. Animato e guidato da un’energia profonda, il Maestro sembra non sentire mai la fatica di spiegare e diffondere la cultura della sua arte stimolandoci ad andare oltre il nostro io quotidiano. Spesso non ci si rende conto della dedizione, del lavoro che alcuni fanno per noi.


Glazer-Naudé. E’ vero, mi piacciono molto le sue illustrazioni. Le trovo potenti, in grado di rappresentare temi complessi e stimolare la ricerca della nostra profondità; sono un mix di poesia e metafisica, con la stessa forza espressiva di un altro mio preferito: Magritte.



L’immagine che mi proponi - letteralmente ‘orizzonte lungimirante’ - la si può leggere in modi diversi, per esempio:

Più ci si avvicina
più lontano si può vedere.

Quanti più siamo
migliori sono le nostre prospettive.

Ci curiamo dei dettagli
per concentrarci su un disegno più grande.


 
 
0 # Magis 2012-01-24 21:14
Grazie, Esedra!
E bentornata!
 
 
+3 # Gil Pezza 2012-01-27 08:47
Caro Giancarlo:

Anche questo tuo scritto solleva un interrogativo che sconfina dalle tipiche questioni esegetiche (in questo caso l'iniziativa) - in cui le discussioni tra studiosi di scherma molto spesso si arenano. Giustamente, fai notare che l’anelito (dell’uomo) verso la conoscenza della realtá si scontra con elementi a volte che sono coprími tra di loro; ergo la difficoltá nel creare l’ordine dal caos e che spesso ci comporta a classificare o ad accettare l’incomprensibi le come realtá -intesa come “veritá” nel senso piú profondo della parola - a dispetto della logica.

Peró qui stiamo parlando di scherma, che nonostante la sua complessitá non é certamente trascendente. La scherma é una realtá logica (non trascendente), specialmente perché percebile dai sensi, e che quindi siamo perfettamente in grado di comprendere e classificare. Purtroppo, come tante discipline, la scherma é vittima di quel “mito fondatore” (concetto ideato dal tedesco Novalis) che la tiene imprigionata (per quanto riguarda la teoria formale) in una gabbia intellettuale. Ed é appunto questo mito fondatore - per inciso -Per comprendere la scherma non basta una vita - che ci fa arrendere prima ancora di incominciare. Questa, secondo me, é la vera gabbia da cui dobbiamo uscire.

Nel contesto della teoria formale della scherma, il caos, a mio avviso, non sussiste nella realtá, ma é creato nella nostra mente appunto da questo mito fondatore. Questo caos poi é manifesto nei trattati di scherma che sono organizzati come un albero di Natale capovolto all’ingiú. E su questo ho scritto un’articolo di prossima pubblicazione a Febbraio p.v., sul sito USFCA.
 
 
+2 # Magis 2012-01-27 14:36
Caro Gil,

spero di leggerlo al più presto, quell’articolo. E continuare questa piacevole discussione sulla teoria della scherma.

Due parole, però, per chiarire il mio pensiero, devo proprio aggiungerle.

Lungi da me l’idea di considerare trascendente l’argomento scherma: non continuerei a scriverne, come faccio, da anni, se non vedessi la possibilità di rendere comprensibile lo sport cui ho dedicato gran parte della vita, in un modo o nell’altro.

E tuttavia, in qualche modo bisognerà pur tentare di spiegare l’imperante silenzio, quando dalle chiacchiere si passa alla teoria della scherma.

Non credo che sia proprio questo (l’idea che sia impossibile capirla compiutamente) il motivo per cui ben pochi se ne occupano, a livello teorico. L’argomento non è facile in sé, d’accordo. Ma che nessuno, o quasi, senta il bisogno o il piacere di intervenire, neppure su questioni di ampiezza limitata, o con qualche battuta più o meno spiritosa, come gli amici americani, è cosa che non cessa di sorprendermi.

Un paio di ipotesi sui motivi di tutto questo, a dire il vero, ce l’ho. Ma non sono troppo lusinghiere, e quindi le tengo per me, sperando di sbagliarmi.

D’altra parte, il numero di letture, di qua e al di là dell’oceano, dimostra che gli argomenti trattati un qualche interesse riescono a destarlo.

Contentiamoci, continuiamo a sperare, e soprattutto a scrivere.
 

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