| Come insegno la scherma. Consigli e osservazioni di un grande Maestro |
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| Martedì 12 Gennaio 2010 14:05 | |
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Quando ho dovuto dar forma definitiva al mio libro sul centenario della Fis, di cui avete letto la recensione su questo sito ("Un assalto lungo un secolo"), un momento doloroso è stato quello dei tagli. Più della metà di quanto avevo scritto è rimasto nel cassetto perché, nelle quasi 180 pagine del libro, non si riusciva a farlo entrare. Ma sarebbe un vero peccato rinunciare a far conoscere argomenti così interessanti. Perciò, grazie all'ospitalità del nostro sito - o, per argomenti meno tecnici, di Schermaonline - inizio a proporvi alcuni articoli che piaceranno a molti di voi, e che spero possano accendere costruttive discussioni tecniche sui cambiamenti della scherma. Il primo è un articolo apparso nel 1928 su Sport Fascista, e firmato da Beppe Nadi, che ci spiega il suo metodo di insegnamento, per il fioretto e per la sciabola, con note piuttosto polemiche sulla spada di quei tempi, che probabilmente è cambiata, da allora, molto meno delle altre due armi.Buona lettura. Giancarlo Toràn
COME INSEGNO LA SCHERMA Consigli ed osservazioni di Beppe Nadi
Cinquant'anni d'insegnamento, innumerevoli campioni, due astri della scherma internazionale: i suoi figlioli Nedo e Aldo. Ecco, in breve, i titoli di Beppe Nadi, che qui vi dice alla buona, con la franchezza e la competenza del Maestro, quali metodi segua nella sua famosissima scuola livornese. Consigli e osservazioni che valgono il più voluminoso trattato.
Ed ecco che in vecchiaia, dopo aver tenuto in mano per mezzo secolo soltanto la spada, prendo di malavoglia la penna per rispondere alla cortesia di Sport Fascista che mi chiede un articolo sul solo tema che io possa trattare. Come si insegna la scherma. Per molti, è più facile a dirsi che a farsi; per me invece è proprio il contrario. Quel che occorre prima di tutto per aver dei resultati è uno spirito di sacrificio senza limiti. Non basta vivere della scherma. Vivere «per» la scherma è necessario se si vogliono creare degli allievi. Il metodo, certo, ha la sua importanza, ma tutti i metodi son più o meno buoni se si insegna con passione. Io espongo ora, senza entrare in troppi particolari tecnici, quel che faccio fare all'allievo che mi si presenta completamente digiuno dell'arte. Giovane o adulto che sia, lo metto in guardia, curandone scrupolosamente l'estetica e non appena sono riuscito a dargli una posizione armoniosa, comincio a fargli fare i primi passi avanti e indietro, continuando i movimenti per tutto il tempo necessario alla loro perfetta esecuzione. Quando l'allievo ha già ottenuto una certa sicurezza sulla marcia, gli insegno l'a fondo che deve eseguire in modo perfetto prima di cominciare a studiare le posizioni del pugno. L'esperienza mi ha portato a sfrondare tutto quello che è inutile, e le sole parate che insegno (al fioretto, si capisce, poiché è del fioretto, base di tutta la scherma, che io sto trattando) sono: la terza, la quarta, il mezzo cerchio e la seconda. E tutte con le unghie in alto, senza mai girare la mano. Dalle quattro posizioni comincio a fare eseguire all'allievo i «fili» curandone la perfetta angolazione, poi faccio seguire le «cavazioni», quindi le «controcavazioni» le «controcavazioni con finta» e le «controcavazioni su linee alternate». La progressione è lentissima, e regola generale per me è quella di non insegnare all'allievo niente di nuovo se non eseguisce con sufficiente precisione quel che ha precedentemente imparato. Allorché l'allievo comincia ad eseguire tutte queste azioni con una certa velocità, mi preoccupo di insegnargli l'attacco camminando, e non appena riesco ad ottenere il passo avanti e l'a fondo corretto unisco a questo le operazioni più elementari, quali, ad es.: la «finta diritta e cavazione» da tutti i quattro lati. Progressivamente, tutte le azioni offensive della scherma saranno sviluppate e ripetute da fermo e camminando, curando sommamente l'estetica e la precisa esecuzione anche a costo di dover ripetere cento volte lo stesso movimento. Tutto questo richiede otto o dieci mesi di lezione coscienziosa. L'allievo, intanto, ha già assimilato le «contro» che pratica normalmente in lezione, fino a che il Maestro non crede giunto il momento di metterlo agli esercizi di fronte ad un altro allievo più progredito. Base di questi esercizi, le «contro». Credo però indispensabile che il Maestro sia sempre presente, giacché il minimo difetto deve essere immediatamente corretto e in generale la correzione costa tanta maggior fatica quando il difetto èmeno recente. Dopo circa un anno di lavoro comincio normalmente quella che potrei chiamare la seconda fase dell'insegnamento e cioè il «tempo» e il «contro-tempo» cercando di dare all'allievo idee semplici e chiare in proposito, non tanto con le parole quanto con l'esempio e l'esercizio. Man mano che l'allievo progredisce nell'esecuzione di tutti i movimenti e nel ragionamento schermistico, io cerco di portarlo all'assalto quasi senza fargli render conto della novità. Dapprima è qualche breve frase di lezione muta, poi la sorpresa nell'eseguire qualsiasi operazione, quindi la libertà di scelta di un'azione, poi lo «spratico» vero e proprio. «Spratico» è parola antica che vuoi dire l'assalto del Maestro con il principiante. Il Maestro infatti, secondo me. deve sempre essere il primo a tirare con l'allievo e non per una volta, ma per tre mesi almeno, fino a tanto che il nuovo combattente sia plasmato nella sua posizione ed abbia raggiunto un grado di tecnica tale da permettergli di incrociare il ferro con altro avversario. Nella scelta di questo, il Maestro deve ancora una volta intervenire, opponendo sempre al principiante uno schermidore forte e corretto. Man mano che l'allievo progredisce, l'avversario potrà cambiare. Ormai il novizio è sulla buona strada: non trascurando la lezione e continuando l'assalto egli raggiungerà gradatamente quella forza schermistica a cui tutti i volenterosi possono aspirare. Al di là di questo limite c'è il virtuosismo. La tenacia e l'ingegno aprono le porte agli eletti. * * * * * * * Fin qui ho parlato del fioretto, ma accennerò anche alla sciabola, quantunque la lezione, in un primo tempo, sia quasi perfettamente identica. L'essenziale, in tutte le armi, è dare una quadratura all'allievo e soltanto quando l'avrà raggiunta, potrà cominciare a studiare particolarmente la disciplina che preferisce. Le parate di sciabola che io normalmente insegno sono: la prima, la seconda, la terza, la quarta, la quinta e la sesta. Da tutte queste posizioni l'allievo deve eseguire il colpo di punta. Il colpo di taglio è istintivo, tutti sanno più o meno bene eseguirlo; quello che è infinitamente più difficile, e del resto anche più redditizio, è il colpo di punta che fin dai primi a fondo dell'allievo deve esser curato con particolare attenzione. La difficoltà più grande di mettere a posto il colpo di punta non è all'attacco, bensì alla risposta. Da qui la necessità di insistere sulla puntata prima di passare ai colpi di taglio che l'allievo eseguirà con tanta maggiore precisione quanto meglio avrà imparato a vibrare il colpo di punta. Il portamento della sciabola è una cosa che non si insegna a parole; l'esempio solo dà all'allievo un'idea precisa di come la sciabola deve essere condotta, con leggerezza e vigoria, guidata dall'avambraccio e non dal pugno. Quando questo portamento di ferro sarà raggiunto in modo sufficiente, soltanto allora l'allievo che alla sciabola come al fioretto ha espletato nella lezione tutte le azioni di offesa e di difesa, da fermo e camminando,il «tempo» e il «controtempo», può essere opposto ad un altro allievo che vada con lui di pari passo nell'insegnamento. Non si tratta ancora di assalto, ma di esercizi convenzionali che sono piuttosto difficili e che servono egregiamente sia a sviluppare l'attacco, sia a rafforzare la parata, sia a dare ai principianti un concetto preciso di quel che è la scherma di sciabola. Per questi esercizi io consiglio di mettere uno dei due allievi al limite della pedana, proprio con il gomito sinistro a contatto col muro, l'altro di fronte. Questi attaccherà il più semplicemente e il più velocemente possibile, l'altro cercherà di parare senza scomporsi, per rispondere poi dall'immobilità. Si capisce che gli allievi cambieranno spesso di posto e quindi di esercizio, sempre alla presenza del Maestro che deve essere ognora più severo correggendo inesorabilmente i due allievi, uno dei quali avrà all'inizio il difetto inevitabile di partire fuori tempo l'altro altrettanto inevitabilmente marcherà le parate assai più larghe di quanto non convenga. Col tempo e colla pazienza i due principianti, con questo sistema, non tarderanno a fare progressi. Nella scherma di sciabola, come in quella di fioretto, credo di poter dare una grande importanza alla velocità d'attacco e non so quindi raccomandare abbastanza di far attaccare l'allievo cercando di ottenerne tutto lo scatto possibile a misura normale e magari un po' allungata. Anche di sciabola il procedimento per condurre il novizio all'assalto è lo stesso già detto per il fioretto: lezione muta, sorpresa, «spratico» con il Maestro, primi assalti con schermidori più forti e finalmente il combattimento. * * * * * * * Di spada da terreno non posso e non voglio parlare perché è bene ch'io dica subito che non so precisamente che cosa sia. Qualche rarissima volta l'ho vista fare molto bene, ma purtroppo gli schermidori sulla pedana erano in questo caso due fiorettisti; molte altre volte l'ho vista far molto male e m'hanno detto allora che eran quelli i cosidetti spadisti puri. Se questa è un 'evoluzione della scherma, confesso che son rimasto indietro e nessuno spero vorrà farmene colpa. Invece di parlare di quello che io non so (ma cosa vorrà dire che conto fra i miei allievi più d'uno spadista di eccezione?) è meglio che io faccia ora un piccolo esame di coscienza. Come Maestro di scherma sarebbe ridicolo che facessi il modesto perché i resultati li ho avuti, ma se mi permetto di rivolgermi quest'elogio è bene anche vi dica che sulla pedana sono il più severo, il più noioso, il più fastidioso, il più irascibile degli insegnanti. Me ne hanno fatto colpa e riconosco il mio torto, ma se c'è qualcuno che oggi apprezza il mio ininterrotto lavoro di oltre 50 anni, giorni di Natale e di Pasqua compresi, bisogna pure mi sia perdonato il brutto carattere che riconosco e che pel primo deploro: senza questo carattere però l'Italia - lo dico per la prima volta con un certo orgoglio - avrebbe avuto sicuramente qualche schermidore di meno. Soddisfazioni intime, la scherma me ne ha date quante un'Arte soltanto può dare ad un artista. In questa città di Livorno alla quale sono rimasto legato d'amore fin dalla mia infanzia, ogni mia goccia di sudore ha fatto sbocciare uno schermidore. Allievi miei sono sparsi per il mondo e ora che son vecchio, ma grazie a Dio ancor vegeto e forte, continuo il mio lavoro di sempre senza pensare neppure che un giorno, ahimè, esso verrà inevitabilmente interrotto. Il pensiero è tanto triste da frenarmi la penna, ma anche quando sarò costretto ad abbandonare la pedana i ricordi daranno alla mia mente le stesse gioie che m'ha dato la vita operosa. E i miei capolavori - Nedo e Aldo - mi sorrideranno anche al fatale trapasso. Beppe Nadi
DIDASCALIE DELLE FOTO
[Beppe Nadi, il grande maestro livornese]
[I due capolavori di Beppe Nadi, genitore e Maestro: Nedo e Aldo.]
[Gli allievi di Beppe Nadi - Alla scuola di Beppe Nadi sono sorti campioni di grande classe, che hanno portato pel mondo la superiorità della scherma italiana. Ecco qui intorno qualcuno di questi allievi: a sinibtra, Bino Bini, vincitore dei tornei di Praga e di Ostenda, «azzurro» a Parigi e terzo classificato (1° degli Italiani) ad Amsterdam; in alto: Gustavo Marzi, vincitore del torneo di Offenbah e quarto classificato ad Amsterdam; a destra: Dino Turio, vincitore del torneo di sciabola juniori a Cremona (1927); in basso: Leo Nunes, campione degl Stati Uniti d'America delle tre armi.]
[Gli allievi di Beppe Nadi - Gli allievi di Beppe Nadi non si contano: decine di maestri usciti dalla sua scuola sono sparsi per il mondo e una schiera imponente di dilettanti è passata, da trionfatrice, su tutte le pedane europee.Ecco qualcuno di questi trionfatori. A sinistra : Giorgio Chiavacci, podestà di Cecina, campione d'Europa, «azzurro» a Parigi e ad Amsterdam. A destra: Carlo Anselmi, vincitore del Gran Premio di Ostenda e del torneo di Karlsbad. In basso: Baldo Baldi, della squadra olimpionica di sciabola vincitrice di Anversa.]
[Nedo Nadi e il campione europeo di sciabola Sandor Gombos, dopo il match di Budapest vinto dall'italiano 14 a 7.]
[La squadra di fioretto che conquistò il primo posto all'Olimpiade di Anversa. Da sinistra a destra: Abelardo Olivier, Nedo Nadi, Aldo Nadi e Oreste Puliti, anche quest'ultimo eccellente prodotto della scuola di Beppe Nadi.]
[Il diciottenne Nedo Nadi incoronato vincitore dell'Olimpiade di scherma (1912) da Re Gustavo di Svezia.]
[Re Alberto del Belgio premia Nedo Nadi, vincitore dell'Olimpiade di scherma ad Anversa (1920).] |












Commenti
Magis non si stanca mai di spiegare, è un vero Maestro!
Domande e risposte fatte via messaggi privati non creano discussioni o quantomeno le lasciano alla sfera personale.
Giancarlo, questa considerazione mi ha colpito molto, come puoi facilmente immaginare.
Cosa non piaceva esattamente a Beppe Nadi della spada da terreno che vedeva ai suoi tempi, praticata dai cosiddetti "spadisti puri"?
Perché considera la spada - quella spada - una evoluzione della scherma (verso cui è critico)?
Le gare del giuoco da sala prevedeva due fasi: assalti di classificazione e gironi all’italiana. Per accedere alla fase finale, i gironi, si dovevano raggiungere 17 punti su 20, sommando il punteggio per l’efficacia con quello per l’estetica: “compostezza della posizione, varietà e razionalità delle azioni, conoscenza del tempo, rispetto della misura e contegno cavalleresco”. I gironi, da cui si traeva la classifica finale, erano poi basati solo sull’efficacia. Gli assalti di classificazione duravano sette minuti effettivi; i gironi, cinque. Vinceva chi aveva messo più stoccate entro il tempo stabilito.
Nel giuoco da terreno, invece, che si svolgeva all’aperto, richiamando anche così la stretta parentela col duello, si considerava solo l’efficacia, ma gli assalti erano ad un colpo solo, con durata effettiva di 15 minuti, e sconfitta comune in caso di colpo doppio, o se il tempo finiva sullo 0 a 0. Erano validi “tutti i colpi capaci di produrre una ferita penetrante se l'arma avesse la punta, qualunque sia il punto colpito”.
In Italia la Scuola Magistrale contrastò a lungo le necessarie innovazioni tecniche derivanti dalla netta differenza di regole, mentre i francesi avevano iniziato da tempo un radicale rinnovamento. Non dimentichiamo che il celeberrimo trattato di Masaniello Parise è di spada e sciabola, ma oggi, leggendolo, troviamo solo il fioretto, quello di un tempo.
Giuseppe Mangiarotti impose la nuova spada a suon di risultati, ma i fiorettisti classici, quando il fioretto era molto più lineare, si difendevano piuttosto bene: i fratelli Nadi, fra tutti. Nedo, ancora agli inizi degli anni ’30, si imponeva ancora a Nizza nella gara più forte al mondo, tra dilettanti e professionisti.
I puristi del fioretto non apprezzavano le semplificazioni utilitaristiche della spada, e forse erano in questo aiutati dalle giurie, quando l’apparecchio elettrico di segnalazione ancora non esisteva: per la spada, la prima Olimpiade con segnalazione elettrica fu quella di Berlino, nel 1936.
E’ vero. Trovo quest’articolo del Maestro Nadi una sintesi della didattica davvero interessante ed efficace nella sua chiarezza e linearità d’esposizione.
Oltre che una bella testimonianza sulle qualità di un grande Maestro: tecnica sì ma enorme ‘passione’ per forgiare campioni: “continuo il mio lavoro di sempre senza pensare neppure che un giorno, ahimè, esso verrà inevitabilmente interrotto. Il pensiero è tanto triste da frenarmi la penna, quando sarò costretto ad abbandonare la pedana i ricordi daranno alla mia mente le stesse gioie che m'ha dato la vita operosa”.
E' palpabile l’emozione dello scrivente, e si condivide.
Sottolineo, poi, quest’altro passaggio:
“Credo però indispensabile che il Maestro sia sempre presente, giacché il minimo difetto deve essere immediatamente corretto […] Il Maestro infatti, secondo me. deve sempre essere il primo a tirare con l'allievo e non per una volta, ma per tre mesi almeno, fino a tanto che il nuovo combattente sia plasmato nella sua posizione ed abbia raggiunto un grado di tecnica tale da permettergli di incrociare il ferro con altro avversario. Nella scelta di questo, il Maestro deve ancora una volta intervenire, opponendo sempre al principiante uno schermidore forte e corretto. Man mano che l'allievo progredisce, l'avversario potrà cambiare.”
Mi piacerebbe leggere qualche commento dei Maestri in proposito.
E’ bene tenere l’allievo lontano dall’assalto vero e proprio per un anno o più - mi è capitato di vedere applicato questo sistema - o risulta più produttivo consentire all’allievo un approccio precoce, e forse più divertente e coinvolgente, con le dinamiche d'assalto?
E’ proprio vero che oggi si tende a ‘buttare’ in pedana abbastanza presto e che tale sistema dia buoni frutti? Oppure è il numero degli allievi - e dunque l’economia di sala - a non consentire al Maestro di attardarsi nella singola lezione e di seguire anche gli assalti tra allievi?
Il sistema – l’economia di sala - ci spinge verso un diverso utilizzo del tempo. Basta fare un po’ di conti per capire che il maestro non può, materialmente, seguire individualmente molti allievi: tanti quanti ne occorrono per sostenere la sua attività. Quante lezioni al giorno poteva dare Beppe Nadi, che poi aveva anche il tempo, dopo lo spratico di assalto, di tirare con i più forti, come potete leggere nel libro di Aldo, “On Fencing”?
E così avanzano le lezioni collettive, la lazzaronite tollerata (sempre quote, sono!), e le teorie fumose che giustificano ai propri occhi, e a quelli degli altri, la necessaria diluizione del lavoro. Ed anche, temo, una certa disaffezione: l’entusiasmo sale con la qualità e il successo del proprio prodotto, che richiede tempo e fatica. Senza contare l’equità di un sistema che deve premiare i migliori. Ma questo è un altro argomento.
Credo che un apprendistato più lungo possa essere utile, ma tutto dipende dal maestro, che deve avere l’abilità, l’arte, di saper seguire, sviluppare, incanalare i progressi del singolo. Oggi si ritiene, credo a ragione, che l’insegnamento debba lasciare maggior libertà all’allievo, rispettandone di più le caratteristiche . Ieri si era più rigidi, e si tendeva a dargli una forma prestabilita. Entrambi i metodi hanno dato, nelle mani giuste, ottimi risultati. Ma l’allievo è unico, è una persona, e il risultato dipenderà anche da lui, che contribuirà in modo decisivo con le sue scelte, oltre che con le sue qualità di partenza. Anche in questo il maestro può risultare decisivo: non solo come tecnico, ma per la sua capacità di motivare, aiutando l’allievo a superare gli ostacoli che tendono a spegnere il suo naturale entusiasmo.
E come tutti noi, la formazione ..la TUA formazione, te la devi guadagnare sul campo rubando a chi ne sa più di te; a volte mandavi giù qualche umiliazione perchè la domanda era troppo banale o perché capivi che il contenuto della risposta non era sincero: quel maestro non voleva darti qualcosa che appartiene alla sua esperienza...
Ma bisognava farle quelle domande! perché quei dubbi, mentre cercavi di dare logica a quella serie di movimenti, non ti abbandonano!
Ti fanno compagnia mentre mangi, mentre credi di essere tra le gente: in verità sei solo, solo con loro che si sono impossessati del tuo tempo libero..
E così dalla lezione puramente tecnica o meccanica che prevede la più corretta delle esecuzioni ti trovi nel mondo del modello che non esiste, della continua variante e variazione di quel gesto unico, irripetibile, che eiste solo in quel preciso istante, perchè dopo è tutta un'altra cosa...
Ed i mille discorsi sui tempi cambiati, sulll'indispensabile divertimento del bimbo che paga la quota per lo stipendio col quale vivi,sulla concorrenza agguerrita di altri sport, di altre sale e del genitore stesso schiavo dei capricci del "suo bambino"...
Tutto questo per parlare e parlare ancora del metodo, della sostanza..Da che il fioretto è la base di tutte le armi al " fioretto ora disturba la sciabola moderna che vede nella spada la vicinanza più prossima".
Tecniche diverse al passo con il cambiamento del materiale e le regole del gioco.
Tutt'ora mi chiedo e passo il mio tempo a cercare la risposta, MI AIUTATE?: ma se oggi con le regole attuali si può toccare con gesti o modo poco ortodossi questi devono ..possono essere insegnati?
Allora ti senti dare del " toccatore" , quello che insegna la furbata dalla strada breve, non è la vera scherma!
Ma..io salgo in pedana per toccare...nel rispetto delle regole del gioco..ma l'obiettivo finale rimane pur sempre accendere la luce, non fare passerella di stile poco produttivo...
Rimasi stupito dalla risposta del M° Triccoli quando ero nella commissione SEMI e, ricorderete, si studiavano le lame di fioretto fatte con materiale plastico..
Cavoli appena prese quell'aggeggio in mano, sentito peso e flessibilità,di sse:" Allora con questo si può toccare così , così ed anche così! " facendo percorrere alla povera scricchiolante canna da pesca molteplici giri ed evoluzioni nell'aria per toccare con angoli stranissimi!..
Triccoli i campioni li ha fatti..e non mi ha tirato dietro quello strano fioretto da pesca..
Il Maestro è importante è ovvio ma bisogna lasciare libero l'allievo di esprimersi e ricordare che il maestro può anche disturbare la sua crescita a causa di convinzioni errate o mode di quel momento.
Tony pagano