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Considerazioni sui fondamentali della scherma |
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Sabato 19 Maggio 2012 05:09
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Il lodevole articolo del Maestro Pezza, "Sulla prevalenza degli elementi fondamentali ", mira a riordinare la classificazione della materia schermistica, per poi subordinare, anche nella progressione didattica, le azioni e i principi secondari a quelli fondamentali. Da qui l'importanza di identificarli, questi principi.
Tirar fuori un ordine da un apparente caos non è mai cosa facile: la nostra capacità di comprendere la realtà dipende dai limiti della mente. E perciò siamo costretti a dividere quel che divisibile non è. La realtà è un tutto unico, che noi dividiamo in bocconi digeribili dalla nostra mente: e quel che ne risulta lo integriamo con l'ordine mentale da noi faticosamente raggiunto ed accettato, che tendiamo a difendere da ogni sconvolgimento, a volte contro ogni logica.
Mai dovremmo dimenticare che la realtà da noi concepita, o rappresentata, dopo queste operazioni, è sempre sostanzialmente diversa da quella "vera", non riconducibile ai nostri limiti. Quel che ci serve, è che "funzioni": che ci permetta, cioè, di migliorare a nostro favore il nostro rapporto con il mondo, o con quella specifica parte del mondo di cui ci occupiamo. Nel nostro caso, la scherma.
Il succo di queste considerazioni è il seguente: una diversa classificazione della materia schermistica deve portarci ad individuare mezzi e modi di allenamento che si rivelino utili—più dei precedenti—per raggiungere i fini che ci proponiamo.
Nello sport, e nella scherma in particolare, l'efficacia è verificabile in due direzioni:
• quella dei risultati agonistici, e • quella, preliminare, dell'insegnamento, che dipende dalla chiarezza con cui l'insegnante comprende la sua materia, e riesce a trasmetterne i principi, pur restando libero di rimetterli in discussione, per migliorarli, in un lavoro che non ha mai fine.
La chiarezza di idee dell'insegnante è quindi fondamentale: ed è per questo che definizioni e classificazioni devono essere precise e razionali, per quanto possibile, senza mai, però, trasformarsi in gabbie da cui è proibito evadere. E devono avere un piede nella teoria, e l'altro nella pratica.
Il tempo, la misura e la velocità sono tradizionalmente considerati elementi fondamentali della scherma. In realtà, nei trattati di scherma se n’è scritto ben poco. Il testo di fioretto, stampato nel 1970, attualmente in uso per la preparazione dei maestri italiani dice: ”... la scherma, per il raggiungimento dei suoi obiettivi, si basa su tre elementi fondamentali: il tempo, la velocità e la misura. Ma da quanto andremo esponendo sarà facile comprendere che il tempo e la misura rivestono una maggiore importanza della velocità, pur riconoscendo che quest’ultima serve egregiamente a completare la potenza dello schermidore.” E questo è tutto. Data la dichiarata importanza dei tre elementi, qualche dato in più sarebbe stato necessario.
Gil Pezza, nel suo articolo "Sulla prevalenza degli elementi fondamentali ", propone di sostituire la iniziativa alla velocità nel tradizionale trittico: tempo, misura e velocità.
Ritengo anch’io, come lui, che l’iniziativa sia un fattore importante. Ma non lo metterei al livello degli altri tre fattori, e più avanti ne spiegherò il motivo. Del resto, nessuno ci impedisce di prenderne in considerazione altri: coraggio, concentrazione, autocontrollo, capacità di osservazione, intuizione, per dirne alcuni. Ed è una cosa che ha senso se per ognuno di questi fattori sappiamo proporre strumenti per il miglioramento.
Altri autori, infatti, hanno proposto classificazioni differenti. Francesco Antonio Marcelli (1686), da cui prese il via la Scuola napoletana, che ebbe in Masaniello Parise il suo più illustre esponente, scriveva: ”Una delle tre cose essenziali che si ricercano per la perfezione della azioni è la Misura, la quale col Modo, e col Tempo deve essere il fondamento di quelle: acciocché abbiano il loro effetto, per il quale si fanno.” Il Modo, per Marcelli, era principalmente la tecnica esecutiva delle azioni. E non mi sentirei di dargli torto.
Consideriamo, ora, la velocità, e proviamo a definirla. Data una distanza, e un tempo impiegato a percorrerla, la velocità è il rapporto fra queste due grandezze. Può bastare, questa definizione, per la scherma? Certamente no. Come il tempo e la misura, la velocità è un nome che diamo, nella scherma, a molte cose diverse.
La distanza che ci separa dall’avversario, e che vediamo e valutiamo, non è quasi mai uguale alla distanza da coprire per raggiungerlo. L'avversario non è fermo, e dal suo movimento dipende un dato importante: la velocità relativa. Se, quando parto, il mio avversario arretra, la mia velocità relativa è minore della mia velocità assoluta. Il tempo per raggiungerlo aumenta, e questo favorisce le uscite in tempo (contrattacchi), altrimenti inefficaci. E permette il controllo, quando il punto critico non è stato ancora raggiunto (vedi L'iniziativa), e a volte anche oltre.
Il concetto di velocità, nella scherma, è integrato da quello di ritmo: dove, ancora una volta, tempo e misura, insieme alla velocità, formano un tutto indivisibile. La scherma è relazione, e le variazioni di velocità rendono più difficile il controllo della misura e del tempo, da parte dell’avversario.
Inoltre, la massima velocità esprimibile, che dipende dalla coordinazione e dalla potenza muscolare, è richiesta solo nella fase finale di un’azione offensiva. Un’azione di doppia finta, ad esempio, deve adeguare la velocità delle finte a quella delle parate dell’avversario; un controtempo deve sincronizzare la parata con la controffesa. E così via.
Infine, la velocità di esecuzione di un’azione non può essere scissa dalla percezione dell’azione stessa da parte dell’avversario, il quale incomincia a reagire solo quando si accorge dell’inizio dell’azione. È per questo che un colpo ben portato, senza contrazioni muscolari inutili, e con precedenza dei movimenti della punta (più difficili da vedere), è spesso più efficace, e appare più rapido, di un colpo più potente e veloce. Si usa dire, di quest’ultimo modo di tirare i colpi, che sono “telefonati”.
Perché non porrei l’iniziativa allo stesso livello degli altri tre elementi fondamentali?
In primo luogo, perché è certamente utile, ma non indispensabile. Se la mia capacità di previsione e comprensione del gioco è superiore, posso lasciare l’iniziativa all’avversario, e tuttavia prevalere: cosa quasi impossibile, invece, in mancanza dei requisiti di tempo, misura e velocità di un’azione.
L’iniziativa fa parte della preparazione: è preparazione attiva. Chi ha l’iniziativa propone, ma si espone. L’altro osserva, intuisce, decodifica e, se è bravo, prevede. Ed è in quella capacità di previsione il vantaggio essenziale. Nel mio articolo L'iniziativa concludevo così: ”Iniziativa e controiniziativa sono parte del gioco per vincere la battaglia preliminare sulla misura: che consiste nell'arrivare al ‘punto critico’ avendolo previsto. Ci si arriva necessariamente insieme, ma solo chi lo ha previsto è in grado di agire ‘in tempo’, cioè con quei due decimi di secondo di vantaggio che fanno la differenza, superato il ‘punto critico’.” Un vantaggio che, una volta conquistato, bisogna mantenere fino al termine dell’azione: e per questo è necessaria la velocità. Una capacità che è forse più facile da allenare, ma che non si può trascurare, o sottovalutare.
Al raggiungimento del punto critico, o si torna indietro, o parte l’azione. Parte, quando si ottengono le condizioni volute di tempo, distanza e atteggiamento col ferro. Chi ha previsto (che non è necessariamente chi ha preparato, chi ha tenuto l'iniziativa), chi è già pronto quando si raggiunge il punto critico, ha un vantaggio di circa due decimi di secondo: il tempo di reazione. La parte finale di qualunque azione di offesa (e in generale le azioni semplici) dovrà essere veloce quanto basta perché l'avversario—che non ha previsto—non possa efficacemente reagire. È il vantaggio, piccolo ma decisivo, che permette
• alla finta e cavazione di arrivare a bersaglio prima di un secondo movimento di parata; • alla risposta decisa di arrivare prima della controparata; • al contrattacco di andare a segno prima che l'attaccante cambi la sua azione, parando, o cambiando bersaglio.
Sempre, ripeto, se non ha previsto.
Anche l'atleta poco allenato dispone—per tratti molto brevi—di una velocità sufficiente, e del resto la velocità è fra le capacità più facili da allenare. Comunque, la velocità di un atleta diminuisce notevolmente con la stanchezza, e non deve scendere tanto da vanificare il vantaggio di cui sopra: quei decisivi due decimi di secondo.
Infine, una considerazione. Oggi discutiamo—poco, purtroppo—di tecnica schermistica, e la nostra attenzione è tutta su tempo, misura e velocità, e possibili varianti od aggiunte, come appunto l’iniziativa. Un secolo fa si discuteva molto di più—lo testimoniano libri e trattati—ma l'argomento era sempre limitato alla cosiddetta meccanica. Un bel passo avanti, dobbiamo ammetterlo.
Giancarlo Toran
L’immagine qui sotto è tratta da Ferdinando Masiello, autore di un bellissimo trattato:
“La scherma italiana di spada e sciabola”, Firenze, 1887

L'illustrazione che apre l'articolo è di Ludvik Glazer-Naudé
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Considerations on Fencing Fundamentals |
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Sabato 19 Maggio 2012 05:09
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The excellent article by Maestro Gil Pezza "On the Primacy of Fundamentals" has the goal to reclassify the fencing material in order to subordinate also in the progression of teaching fencing, the actions and principles considered secondary to those thought as fundamental; hence the importance to identify these principles.
It’s never easy to put order and structure in what appears to be a chaos. Our ability to understand the world around us is the result of the limitations of our mind. Therefore, we are forced to separate/distinguish what cannot per se be separated/distinguished. The real world is whole and unique which we then parcel in smaller bites which can be digested by our mind. The result of this assimilation process is that we try to make it fit in our own mental order and structure which we have struggled to achieve and accept, and which we tend to defend against any change often against any logic.
We should never forget that the world reality which we so conceive or represent after these operations is always substantially different from the “true” reality which cannot fit our own limitations. What we need is for our approximations to “work,” that they improve in our favor the rapport we have with the world or with that specific part of the world we are interested in—in this case fencing.
The essence of all these considerations is that a different classification of fencing must/should lead us to identify means and ways to train which are useful—more than the previous ones—to attain the goals we set forth.
In sport in general and fencing in particular the effectiveness of what we attempt to do is verifiable on two planes:
• That of competitive results and medals won, and • That of teaching which precedes the results and depends on the clear understanding of the subject matter by the teacher and how he can transfer these principles to his students while still free to question them in order to improve them in a never ending cycle.
That the teacher must have clear ideas is fundamental and essential. And this is why definitions and classifications must be precise and rational as much as possible, yet they must never become cages from which one cannot escape. They must have a foot in theory and a foot in practice.
Tempo, measure (distance), and speed are traditionally considered the fundamental elements of fencing. Actually, in fencing treatises you will not find much written about this. The text for foil, published in 1970 which is currently in use to prepare Italian Maestri says,”…fencing, to attain its objectives, is based on three fundamental elements: tempo, speed, and measure. Howeve, it will be easy to understand from what follows that tempo and measure are more important than speed, notwithstanding that speed contributes very well to complete the fencer’s power.” And that’s all on this topic. Considering the importance of the three elements one would expect something more.
Gil Pezza in his article On the Primacy of Fundamentals proposes to replace speed with initiative in the traditional triad of tempo, measure, and speed.
I agree with him that initiative is an important factor but I would not put it at the same level of the other three and I’ll explain why further down. We could also consider other elements, like killer instinct, concentration, self-control, capacity of observation, intuition, just to name a few. And this would make sense if for each of these factors we knew how to propose instruments to improve.
Other authors have proposed different classifications. Francesco Antonio Marcelli who started the Neapolitan School which had in Masaniello Parise [image to the right] his most illustrious representative, wrote (1686), “One of the three essentials one strives for to attain perfection in actions is the Measure, which with the Way, and Tempo must be the foundation of same so that they [the actions] be effective for the intended scope.” By “Way” Marcelli meant primarily the technique of executing the actions. And quite frankly, I could not disagree with him.
Let us now consider speed and attempt to give a definition. Given a distance and the time employed to cover such distance, speed is the ratio between these two quantities. Is this enough for fencing? Certainly not. Like Tempo and Measure, Speed is a name which we give to several different things in fencing.
The distance which separates us from the opponent, something which we see and evaluate, is almost never the distance necessary to cover in order to touch him. Our opponent does not stand still and from his movement derives something which is very important: relative speed. If when I start my movement, my opponent retreats, my relative speed is less than my absolute speed. The time to reach my opponent increases and this favors the exits in tempo (counterattacks), which otherwise would not be effective. And it allows for control of the situation when the ’critical point’ has not yet been reached (see Initiative in Fencing), and sometimes even after.
The concept of speed in fencing is part and parcel of that of rhythm. And here too tempo and measure, together with speed, form a whole which cannot be divided. Fencing is relation between two adversaries, and changes in speed make more difficult for the opponent to control measure and tempo.
Furthermore, the maximum attainable speed, which depends from muscle coordination and power, is required only in the final phase of an offensive action. A double feint action, for example, must adapt the speed of the feints to that of the opponent’s parries; a counter-time must synchronize the parry with the counter-offensive, and so on.
Last but not least, the execution speed of a fencing action is interwoven with its perception by the opponent, who will only start to react when he becomes aware of the action in progress. It is for this reason that a hit executed with great skill—without unnecessary muscular contractions, with the point of the weapon leading the way (which is harder to perceive)—is often much more effective and appears faster than hits delivered solely with power and speed; these latter hits are commonly referred to in Italian as “telegraphed” as in being "preannounced" to the opponent by their pedestrian execution.
Why I would not put initiative at the same level of the other three fundamentals in fencing?
In the first place, because initiative is certainly useful but not indispensable. If I have a superior ability to foresee and understand the game, I can still let my opponent have the initiative and beat him, something which would be almost impossible without the required tempo, measure and speed for a certain action.
Initiative is part of the preparation: it is active preparation. The fencer who has initiative proposes but in doing so he also exposes himself. The other observes, decodes, guesses, and if he is good, predicts. The essential advantage lies in this ability to predict/foresee. In my article Initiative in Fencing I concluded thusly: “Initiative and counter-initiative are part and parcel of the game to win the preliminary battle of distance (measure). It consists in reaching the ‘critical point’ as part of an action plan, since both fencers reach the ‘critical point’ at the same time. But it’s the fencer who has planned for this situation to occur who can act ‘in tempo,’ i.e., with those two tenths of a second of advantage which make the difference once we pass the ‘critical point.’ ” Once we acquire this advantage we must maintain it until the conclusion of the action and for this speed is necessary. Speed may be a quality which can be easier to train for but cannot be neglected or undervalued.
When we reach the ’critical point’ we either retreat or we start the action we planned for. We start the planned action when we have the desired conditions of tempo, distance, and blade position. He who foresees (who is not necessarily the person who prepared or held the initiative), he who is ready when the ’critical point’ is reached, has an advantage of about two tenths of a second, namely the reaction time. The final part of any offensive action (and in general of the simple actions) must be quick enough for the opponent—who did not foresee—not to be able to react effectively. It is the small but decisive advantage which allows
• a feint and disengagement to hit the target before a second parry movement; • a decisive riposte to touch before the counter-parry; • a counterattack to touch before the attacker can change his action by parrying or changing target.
Always, I repeat, if he has not foreseen what we do. Even a fencer with minimum training can have—for very brief moments—enough speed, and we already know that speed is one of the easier abilities to train. However, speed diminishes considerably when we get tired and it must not drop as much to nullify the advantage we talked about, i.e., those two tenths of a second.
Let me conclude with this consideration: today we discuss—unfortunately not much—about fencing technique, and we focus totally on tempo, measure, speed, and possible variations or additions, like initiative for example. A century ago people discussed much more—as proven by the number of books and treatises published then—but the main topic was limited on the so called mechanics. We must recognize we have made a good step forward!
(The image below is taken from the beautiful 1887 treatise,
Italian Épée and Saber Fencing, by Ferdinando Masiello)
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The drawing below demonstrates how the conic surface traced by the foil of a fencer using his grip
as the vertex is greater than that traced by the foil of one using his elbow or shoulder as vertex
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Sabato 19 Maggio 2012 05:09
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Prendo spunto dall’articolo di Gil Pezza “On the Primacy of Fundamentals”, in italiano “Sulla prevalenza degli elementi fondamentali". Il tema di questo articolo è il concetto di iniziativa, che Pezza propone di considerare al posto della velocità, come componente della classica triade: tempo, misura e velocità. Di questo tema, più generale, dirò magari in un prossimo articolo. Qui, invece, desidero puntualizzare il concetto di iniziativa: un'idea che non è affatto nuova, ma non mi risulta che sia stata da altri proposta o definita, in tempi precedenti le mie “Dispense di spada", che da circa tre lustri sono testo d’esame per gli aspiranti istruttori e maestri. Riporto qui l’inizio del paragrafo dedicato all’attacco:
- Attacco
- Si denomina attacco ogni azione di offesa che ha la precedenza (o la contemporaneità, in caso di attacco simultaneo) dell'iniziativa, senza soluzione di continuità sino all'espletamento del colpo, indipendentemente dalla sua riuscita.
- Si dice che ha l'iniziativa chi, a partire dall'ultima interruzione, o dall'ultima pausa nell'azione, per primo avanza verso l'avversario, sino al colpo di uno dei due, o di entrambi, o sino alla pausa o interruzione successiva. L'iniziativa e la minaccia (reale, o simulata), insieme, configurano l'inizio di un attacco, che potrà essere portato a compimento, o interrotto. L'iniziativa, da sola, fa parte della preparazione.
E poi, in una nota esplicativa:
- L'introduzione del concetto di "iniziativa" è necessaria perché, dai trattati e dal Regolamento Internazionale (R.I.), non si deduce, con sufficiente chiarezza, che un attacco può aver luogo solo avanzando. Ed anche perché, nella spada, è possibile più facilmente colpire arretrando, durante una preparazione: cioè una avanzata, senza minaccia. Questi colpi, pur non essendo iniziato l'attacco, dovremo comunque denominarli colpi di controffesa.
Si impone, qui, una prima considerazione, su un problema sempre presente nella mente di chi scrive di scherma: i trattati, in particolare. La terminologia e la progressione didattica non sempre vanno d’accordo. Mi spiego: l’ordine logico richiesto per una classificazione che metta insieme le azioni dello stesso tipo (ad esempio, tutte le parate, o tutte le azioni di controffesa), e che aiuta a memorizzarle, è spesso ben diverso dall’ordine con cui si insegnano le azioni. Il primo è più utile a chi insegna. Il secondo, a chi impara, e varia da un insegnante all’altro. Nei trattati, in genere, si cerca un difficile equilibrio fra le due esigenze. Talvolta, i trattati sono organizzati in lezioni: come il celeberrimo Masaniello Parise, oppure, per argomenti. Ma dovendo, alla fine, trattare in modo esauriente tutta la materia, si finisce col mescolare i due sistemi. A mio parere, sarebbe meglio separarli: prima la classificazione e le definizioni, poi la didattica.
Torniamo all’iniziativa, e alla definizione che ne ho dato. In questo caso, ha prevalso il primo aspetto: il desiderio di classificare correttamente certe azioni offensive che si eseguono arretrando, e a cui non si può dare il nome di attacchi, senza tradire il buonsenso.
Volendo invece dare la priorità all’aspetto didattico, e quindi a quello tattico, il concetto di iniziativa può essere ampliato.
Partiamo da un’immagine che ho utilizzato, anni fa, scrivendo a proposito del modello dello schermidore. L’articolo potete scaricarlo qui: http://alturl.com/o5a2o mentre l’immagine cui faccio riferimento, la n°6, qui riportata:
A e B, nell’immagine, rappresentano i due schermidori. Le frecce che entrano nei due rettangoli, i dati in ingresso. Quella in uscita, l’atto motorio. A e B ricevono dati sia dal proprio movimento (frecce blu, in basso), sia dal movimento dell’altro (frecce rosse, in alto). I dati in ingresso sono elaborati e quindi producono la decisione circa il movimento da eseguire. Gli sport, come la scherma, in cui la parte più rilevante delle informazioni proviene dal nostro avversario, che a sua volta si regola su di noi, li definisco sport tattici.
L’insieme dei due avversari rappresenta un sistema dinamico, che tende a mantenere una situazione di equilibrio, fino a quando almeno uno dei due non decide di passare dalla preparazione all’azione di offesa, o alla provocazione. L’equilibrio consiste nel mantenimento della misura: una distanza che consenta di vedere in tempo utile l’attacco dell’altro, per difendersene, o controffendere. Il limite minimo di questa distanza l’ho chiamato “punto critico”: oltre questa misura, non si è in grado di difendersi facendo affidamento sui tempi di reazione. Oltre questa distanza, l’equilibrio di cui sopra si rompe: e quindi parte l’azione offensiva, se chi la vuole ha trovato anche le altre condizioni richieste (atteggiamento, inizio di un determinato movimento, come una ricerca del ferro, un arresto, ecc.); oppure, se quelle condizioni non ci sono, si torna indietro, recuperando la misura più lunga.
La misura, più che vederla, si “sente.” Siamo geneticamente attrezzati per riconoscere la distanza di pericolo, anche quando l’avversario impugna un attrezzo, un’arma, che ne aumenta la portata.
La ricerca della misura, che è la condizione preliminare, parte dal movimento, e quindi dall’iniziativa: di uno dei due, o di entrambi. In genere, si alternano fasi in cui uno dei due si muove per primo—e diremo che “guida”—e l’altro segue.
Seguire significa reagire al movimento dell’altro: quindi, necessariamente, con un ritardo pari almeno al proprio tempo di reazione (circa due decimi di secondo, o poco meno). Ma seguire non significa necessariamente arretrare, e guidare non significa sempre avanzare: a volte, chi guida arretra, per ottenere dall’altro un passo avanti, di cui eventualmente approfittare.
L’iniziativa, quindi, in questo contesto, non è solo quella di chi avanza per primo, ma quella di chi guida, anche andando indietro. Chi guida, va sottolineato, ha sull’altro un vantaggio: quei due decimi di secondo, che nella scherma non sono pochi.
Vediamone, ora, qualche applicazione pratica.
- - Un modo molto efficace per “rubare misura”, e quindi raggiungere il punto critico quando l’altro non se lo aspetta, è partire, per l'attacco o per la provocazione, sull’inizio del passo avanti dell’altro: cioè quando il piede anteriore si solleva per il passo avanti, e non quando si è già posato sulla pedana.
- - Se è l’altro a guidare, è più facile: lo si segue per un po', in modo da abituarlo all'idea che sulla sua avanzata arretreremo, e poi si parte, nell'attimo giusto, come sopra precisato.
In genere, però, ci si alterna rapidamente alla guida: prima uno, poi l'altro. Quando uno si ferma, o esita, in generale l'altro ne approfitta per guidare a sua volta, anche solo per recuperare terreno. Buona cosa, in questo caso, è arretrare qualche volta, prima di partire con l'azione voluta, in modo da rendere difficile per l'avversario prevedere la partenza.
Infine, quando l'avversario si chiude in una difesa passiva, e si rifiuta di guidare, un buon modo per stanarlo è alternare passi avanti e passi indietro. L'altro tenderà a sincronizzare il suo movimento col nostro: iniziando il passo indietro, lento, dovremo fare attenzione al piede anteriore dell'altro, che tenderà ad avanzare, per seguirci, e in questo caso, e solo in questo caso, invertiremo rapidamente la direzione per lanciare la nostra azione.
Avanzare quando l'altro ha già iniziato ad avanzare, anche solo muovendo il piede anteriore, possiamo chiamarlo "controiniziativa". E poiché abbiamo considerato come parte dell'iniziativa anche il passo indietro di chi guida, potremo considerare parte della controiniziativa anche lasciare volontariamente che l'altro entri in misura, cioè raggiunga il punto critico, ritenendo di aver previsto ciò che farà, e di aver pronta la giusta contraria.
Iniziativa e controiniziativa sono parte del gioco per vincere la battaglia preliminare sulla misura: che consiste nell'arrivare al "punto critico" avendolo previsto. Ci si arriva necessariamente insieme, ma solo chi lo ha previsto è in grado di agire "in tempo", cioè con quei due decimi di secondo di vantaggio che fanno la differenza, superato il "punto critico".
Giancarlo Toran |
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