Educazione e formazione
Nati per mentire PDF Stampa E-mail
Sabato 19 Maggio 2012 05:09

GToran_2Perché, oggi, si sceglie la scherma? Fra i tanti sport, vecchi e nuovi, offerti e pubblicizzati, spesso con maggiore efficacia del nostro, perché un giovane, ad esempio, dovrebbe preferire proprio questo?

La risposta a questa domanda potrebbe essere di vitale importanza, per evitare che il nostro sport diventi, lentamente, un fossile. Continuamente alla ricerca di nuovi stimoli e nuove suggestioni, i giovani potrebbero avvertire come stantia e superata l'offerta schermistica. Dobbiamo evitarlo. Per riuscirci, credo che dovremo modificare la nostra stessa cultura sull'argomento, proponendoci in modo nuovo, ma senza rinnegare il passato: che ha una ricchezza senza paragoni, ed è potente stimolo per la fantasia.

Già, ma come fare, per passare dai buoni propositi ai fatti?

Fra le tante strade possibili, sono spesso attratto da quelle che ci mostrano aspetti nuovi e attuali della scherma, legati alle sue caratteristiche più essenziali, che la rendono unica, la nobilitano, e le attribuiscono, per così dire, una sorta di primogenitura rispetto agli altri sport.

Per questo motivo, ad esempio, mi sono occupato molto di tattica: cercando di definire il termine con precisione, e slegandolo, per quanto possibile, dalla specificità dello strumento utilizzato. Spada, sciabola e fioretto non sono, quindi, gli unici strumenti con cui si fa scherma: bastoni, mani nude, parole, gesti, servono egregiamente a condurre quel rapporto di cui si nutre ogni competizione. Un rapporto fatto di osservazione, valutazione, tecniche, ma soprattutto – ed è qui la scherma – di finte, inganni, seconde intenzioni: una categoria dello spirito, come ha scritto qualcuno.

toran-consigliaLa scherma è lo sport tattico per eccellenza. Quali sono gli "sport tattici"? Quelli in cui le variabili principali sono costituite essenzialmente dal comportamento dell'avversario, che cambia in funzione del nostro. Un sistema in cui ognuno, oltre a controllare il comportamento dell'altro - stabilendo così la distanza e il tempo necessari per farlo - cerca di influire su di esso, per avvantaggiarsi. Il mezzo più efficace, a parità di forze, è l'inganno: per ottenere una involontaria collaborazione, che l'altro concede illudendosi, a sua volta, di averne un vantaggio. Fingere un attacco, scoprendosi, per favorire un'uscita in tempo dell'avversario, che siamo ben preparati a neutralizzare con la parata e risposta, è un classico esempio schermistico, noto col nome di controtempo. E potremmo parlare di scandaglio e di traccheggio, di finte, di seconda intenzione: tutte azioni ingannevoli che si basano sull'errore di valutazione di chi, provocato, reagisce in modo da favorire l'avversario.

E' facile vedere che le stesse dinamiche sono di uso corrente in infinite altre situazioni, e non solo sportive. Dovunque c'è competizione intelligente, quando si cerca, contro un avversario, il massimo risultato col minimo sforzo, si ricorre alla tattica, che è l'essenza della scherma. Un fatto di testa, quindi, prima che di muscoli.

Al giorno d'oggi si impone con prepotenza alla nostra attenzione l'analisi dei processi mentali: in un primo tempo, dal punto di vista psicologico. Poi, dal punto di vista dei meccanismi neuronali, forse con maggiore efficacia, e minore distanza dalla nostra fisicità. E vengo al dunque.

Ho letto, in questi giorni, "Nati per credere", di Girotto–Pievani–Vallortigara, Codice edizioni, Torino, 2008. Sottotitolo: "Perché il nostro cervello sembra predisposto a fraintendere la teoria di Darwin". Gli autori sono, rispettivamente, esperti e docenti di Psicologia Cognitiva, Filosofia della Scienza e Neuroscienze Cognitive. Ci guidano per mano a scoprire comportamenti innati (geneticamente predeterminati), anche nei bambini di pochi mesi d'età, e concludono, in buona e numerosa compagnia, che il nostro cervello si sarebbe evoluto geneticamente, per la pressione della selezione naturale, in modo da precostituire dei moduli (collegamenti neuronali precostituiti per specifiche funzioni) che ci spingono a credere. Ogni evento deve avere una causa, insomma, e siamo fortemente orientati a cercarla, o ad attribuirla ad un agente intenzionale. Un comportamento che può indurci in errore ma, complessivamente, ci ha dato dei vantaggi, tanto da favorirci nella selezione naturale, e fissarsi nei nostri geni, che si trasmettono per via ereditaria.

Fra i comportamenti che richiedono una spiegazione un po' più complicata, e tuttavia molto convincente, c'è la cooperazione altruistica, che a prima vista sembra in contrasto con la lotta dell'individuo per porsi in condizioni di vantaggio. Chi si sacrifica per gli altri sembra andare contro il suo personale interesse, e quindi contro la regola della sopravvivenza del più forte. Ma se l'interesse del gruppo, che è comunque portatore di geni in gran parte uguali, è favorito dal comportamento altruista, ecco aperta la strada. Sono i geni, non gli individui, o i gruppi di individui, l'oggetto diretto della selezione. Non si spiegherebbero, altrimenti, i comportamenti altruistici o cooperativi, che si sono affermati con tanto successo.

cuoreinspallaMa non c'è bisogno di ricorrere ai casi limite, ai santi o agli eroi, a quelli che sacrificano la propria vita per quella degli altri. E' più che sufficiente l'altruismo reciproco che, cito dal libro: "...può evolvere a condizione che vi sia una certa probabilità che l'individuo beneficiato contraccambi, in un secondo momento, l'atto di generosità. Perché possa evolversi un tale comportamento di reciprocità è necessario che l'individuo che compie l'atto altruistico sia in grado di riconoscere il beneficiario, di ricordarselo e di valutare se quest'ultimo contraccambia con atti di pari valore. Questo fenomeno implica l'evoluzione di una psicologia sofisticata. L'altruismo reciproco è infatti soggetto, molto più di quello genetico, al rischio del parassitismo e dell'imbroglio".

Lo sviluppo della capacità di cooperare deve quindi procedere parallelamente, come tutte le facoltà umane, allo sviluppo della capacità che è in grado di approfittarne: la capacità di ingannare. Come la gazzella e il leone, che devono, per sopravvivere, essere continuamente all'altezza dell'avversario, così nella nostra mente la capacità di ingannare e quella di valutare la possibilità dell'inganno devono essere in continua tensione, in continuo affinamento. Un tipo di competizione che senza alcun dubbio definirei schermistica, ed è alla radice, genetica, anche della nostra scherma in pedana.

Eccola qui, la categoria dello spirito, tradotta in termini meno metafisici, e più concreti: la scherma come matrice delle più alte e sottili capacità sociali dell'uomo, affinatesi grazie al contrasto dialettico fra due forze opposte, ed entrambe necessarie l'una all'altra, che tentano costantemente di superarsi, e ciò facendo progrediscono, migliorano.

Ancora una volta, la dimostrazione che la scherma non è uno sport qualunque, ma lo sport per eccellenza, alle origini di tutti gli altri; non la simulazione di un'attività, come la caccia, o la corsa, o i lanci, ma l'essenza stessa del confronto, la competizione delle intelligenze.

Del resto è facile, con un po' di sincera e non preconcetta auto osservazione, verificare quanto le piccole e grandi bugie facciano parte del nostro quotidiano: tanto da non riconoscerle più per quello che sono. Non mi riferisco solo alle bugie che possono procurare evidenti vantaggi, a danno dell'altro, visto come un avversario da "fregare", ma anche e soprattutto a quelle utilizzate come normale lubrificante dei rapporti quotidiani con i nostri simili, alle schermaglie, ai giri di parole prima di arrivare al punto. Tipiche quelle della vita di coppia, che ritroviamo spesso nelle barzellette.

pinocchio-jacovittiCome sto, caro? Divinamente (purché ti sbrighi), andiamo! Passano gli anni e non invecchi mai, anzi migliori! Davvero? Anche tu stai benissimo! A chi vuoi più bene, a me o al mio fratellino? Scusate il ritardo, un traffico bestiale! Mi hai pensato? Non ho fatto altro! Bella giornata, vero?

E i rapporti con i superiori? Ridiamo facilmente alle battute del capo? O del professore? E perché uomini e donne spendono tanti soldi per truccarsi? E non è questa la società dell'apparire, dell'immagine, del sembrare diversi da quel che si è? E i giochi di prestigio? Le bugie dei politici? E le bugie raccontate a se stessi, per non turbare i propri pregiudizi, ormai ben radicati? Diciamo sempre quel che pensiamo?

Nascondere il reale, ed esibire il falso. Da sole, o insieme, sono le due facce dell'inganno. Nelle grandi e nelle piccole cose. E poiché le utilizziamo quotidianamente, tutti, siamo diventati bravissimi a nasconderne la natura anche a noi stessi, per mantenere intatta la nostra autostima: poiché l'inganno, ci è stato sempre insegnato, è sempre un male. Mentre invece, pare, è una raffinata capacità degli esseri che vivono in società: sviluppata al massimo grado fra gli esseri umani.

Sembra quindi che la capacità di mentire, e quindi la tattica, i principi della scherma applicati alla comunicazione, siano parte integrante del nostro modo di vivere. Nella scherma in pedana, lo sappiamo, si inganna apertamente, in un contesto di regole note e condivise. Ma, anche qui, ci sono inganni permessi, e inganni proibiti: truccare le armi, ad esempio, non è consentito.

Anche nella vita ci sono delle regole da rispettare, ma sappiamo bene che c'è chi non le osserva, e ci guadagna, almeno finché non viene scoperto. La scherma - che è una forma di comunicazione - studiata in profondità, può aiutarci a capire meglio il mondo che ci circonda, e ad evitare di essere facilmente ingannati.

Ma torniamo all'inizio.

Per far si che il fascino della scherma, al di fuori dell'ambito di chi già la pratica, o l'ha praticata, non si eroda col tempo, acquisendo un'immagine demodé di sport di nicchia, per pochi eccentrici, dobbiamo saper vedere, e poi soprattutto saper mostrare, gli aspetti sempre nuovi e interessanti, e sicuramente attuali, che continuano ad affiorare.

La scherma è cultura. Cultura viva, non solo storia. E' questa la via.

 

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P.S.: Bugie, a se stessi e agli altri, seconde intenzioni, terze intenzioni. Nelle barzellette gli esempi non mancano. Eccone un piccolo campionario.

Smile

Un uomo trova la propria auto, parcheggiata sotto casa, con una vistosa ammaccatura. Nel vedere un biglietto infilato sotto il tergicristallo si rincuora. Poi lo legge: 'Gentile signore, purtroppo nell'uscire dal parcheggio ho urtato la sua macchina, danneggiandola. La gente che mi guarda pensa che ora io stia scrivendo le mie generalità, come sarebbe giusto in questi casi. Ma non mi sogno nemmeno di farlo. Buona giornata!"

Smile

Il signor Angelo va all'ospedale a far visita al suo amico Berto che ha avuto un incidente con la macchina. 'Ciao, come stai?'. E Berto: 'Sto meglio, grazie'. 'Ma puoi alzarti?' chiede ancora Angelo. 'Mah, guarda', risponde Berto 'secondo il medico sì ... secondo l'avvocato assolutamente no!'.

Smile

Un uomo e una donna si scontrano in un incidente in macchina. Le due automobili sono distrutte, anche se nessuno dei due è ferito. Riescono a strisciare fuori dalle loro macchine sfasciate e la donna fa all'uomo: "Non posso crederci: tu sei un uomo... io una donna. E ora guarda le nostre macchine: sono completamente distrutte, eppure noi siamo illesi. Questo è un segno: Dio voleva che ci incontrassimo e che divenissimo amici e che vivessimo insieme in pace per il resto dei nostri giorni..."

E lui: "Sono d'accordo: deve essere un segno del cielo!"

La donna prosegue: "E guarda quest'altro miracolo... La mia macchina e' demolita ma la bottiglia di vino non si è rotta. Di certo Dio voleva che noi bevessimo questo vino per celebrare il nostro fortunato incontro...."

La donna gli passa la bottiglia, lui la apre, se ne beve praticamente metà e la passa a lei... Ma la donna richiude la bottiglia e la ridà a lui...

L'uomo le chiede: "Tu non bevi??"

E lei risponde: "No... io aspetterò che arrivi la polizia..."

Smile

Un poliziotto ferma un giovane in macchina che andava a 100 all'ora nella zona residenziale con limite 30 km/h. Questa è la conversazione che ne segue.

Pol.: - Posso vedere la sua patente? -
Gio.: - Non ce l'ho più. Me l'hanno presa due settimane fa quando mi hanno fermato per la terza volta ubriaco alla guida. -
Pol.: - Ho capito. Posso vedere la carta di circolazione? -
Gio.: - La macchina non è mia, l'ho appena rubata. -
Pol.: - La macchina è rubata??? -
Gio.: - Si! Ma penso che i documenti siano qui nel cassetto. Mi sembra di averli visti quando ho nascosto la pistola. -
Pol.: - Ha una pistola nel cassetto portaoggetti? -
Gio.: - Certo. L'ho buttata lì dentro dopo aver sparato alla signora che guidava. Ho messo il cadavere nel bagagliaio. -
Pol.: - Come??? Ha un cadavere nel bagagliaio??? -
Gio.: - Eh.. Si! -
Dopo aver sentito tutte queste cose, il poliziotto chiama la centrale per chiedere supporto. Spiega la situazione e arriva subito il comandante della polizia.

Com.: - Posso vedere la sua patente? -
Gio.: - Certo! Eccola (e gli mostra la sua patente assolutamente valida) -
Com.: - Di chi è quest'automobile? -
Gio.: - E' mia! Ecco i documenti (mostra i documenti in ordine e regolari) -
Com.: - Può per favore aprire il cassetto? Vorrei verificare se ha nascosto una pistola. -
Gio.: - Ma certo. Comunque non c'e' nessuna pistola (apre il portaoggetti e non c'e' la pistola) -
Com.: - Le dispiace se ispeziono il bagagliaio? Il mio collega mi ha detto che c'è un cadavere. -
Gio.: - Sicuro! (apre il bagagliaio ma ovviamente il morto non c'e'). -
Com.: - Non ci capisco niente! Il poliziotto che vi ha fermato mi ha detto che lei non aveva la patente, perché ritirata per guida in stato di ubriachezza, che la macchina è stata rubata alla donna che lei ha ucciso e nascosto nel bagagliaio e che la pistola era nel portaoggetti. -
Gio.: - Fantastico! Scommetto che le ha detto anche che correvo troppo forte.... -

Smile

Un tizio, che passa molto volentieri le serate libere alla sala biliardi, dice alla moglie: "Cara, vado nel parco per fare un po' di jogging". E la moglie: "Va bene, caro, ma torna entro un'ora perché siamo invitati a cena dai miei genitori e non voglio fare tardi".

Il marito esce e comincia a correre per il parco, finché incontra una bellissima bionda tutte curve, anch'essa dedita allo jogging. I due fanno amicizia e la donna poco dopo lo invita a casa sua a bere un drink. L'uomo non se lo fa ripetere due volte. Appena in casa la bionda dice: "Le dispiace se mi faccio una doccia?" e così si spoglia nuda ... e poi da cosa nasce cosa e ovviamente finiscono a letto per due ore di filata.

Naturalmente si ricorda troppo tardi di avere la cena con i suoceri e deve inventare una scusa plausibile. Così si sporca le mani di gesso e torna dalla moglie che gli urla: "Beh, ti sei dimenticato della cena? Dove sei stato?". E il marito: "Cara, sai, mentre facevo jogging ho incontrato una bionda stupenda che mi ha invitato a casa sua, e poi mi ha sedotto e siamo finiti a letto...". E la moglie: "Ma che balle mi vai raccontando! Fammi vedere le mani! Ecco! Sei andato come al solito a giocare a biliardo!".

Smile

Un signore, esperto di opere d'arte, sta passeggiando per il centro quando vede davanti al negozio di un antiquario un gatto che sta leccando il latte da un piattino che riconosce essere molto antico e di inestimabile valore. Entra allora dall'antiquario e gli chiede: "Senta, ho notato davanti alla sua porta quel bel gattino. Mi sembra giovane ed arzillo e io ho proprio bisogno di un gatto simile per la mia casa infestata dai topi. Me lo venderebbe per 100 euro?". Il proprietario non ha problemi: "Certo, lo prenda pure, ne ho tanti". Allora il signore, facendo finta di essere scarsamente interessato, chiede: "Senta, non mi regalerebbe anche quel piattino su cui il gatto sta mangiando? Mi sembra che ci sia molto affezionato". E l'antiquario: "Mi dispiace, ma quel piattino lo tengo come portafortuna. Mi ha già fatto vendere 45 gatti!".

Smile

Sono il primo degli eliminati!

carloalice

 
Sport e democrazia PDF Stampa E-mail
Sabato 19 Maggio 2012 05:09

Che rapporto ci potrà mai essere fra lo sport e la democrazia? La vera aristocrazia non è forse figlia del merito? Di questo ed altro si discusse nel precedente convegno dell'Accademia Nazionale di Scherma (Ans), che si tenne a Pozzuoli nel 2005, di fronte ad uno splendido scenario naturale. Ricordo, fra gli altri, la partecipazione di Gianni Rivera e Oliviero Beha, e la dimostrazione di scherma storica dei ragazzi di Aldo Cuomo.
Con le relazioni dei due precedenti convegni, e certo in futuro anche dell'ultimo, in ordine di tempo, l'Ans ha realizzato due pubblicazioni ("Sport e democrazia" e, nel 2003, "Dall'onore del gentiluomo all'onore del cittadino"), che sarebbe interessante far conoscere per intero. Proveremo a recuperarle. Intanto, vi propongo la mia. Buona lettura.

G.T.

23 gennaio 2010

 

ans-pozzuoli2005Convegno "Sport e democrazia"

 Accademia Nazionale di Scherma

Pozzuoli, 10 giugno 2005

Dopo le parole di Oliviero Beha sulla durata dell'attenzione del pubblico sono alquanto preoccupato. Come sesto ed ultimo, dovrei collegare i discorsi fatti e le dimostrazioni di scherma antica e moderna che vedremo fra poco. Temo di apparirvi, anziché come ciliegina sulla torta, come il torero che dà il colpo di grazia alla vittima predestinata, ovviamente con la spada...

Prima di proseguire, desidero ringraziare l'Accademia Nazionale di Scherma di Napoli per l'invito. Non capita spesso di poter parlare di scherma a persone che ne apprezzano anche gli aspetti culturali e formativi: in un periodo in cui pare, al di là delle belle parole, che contino solo le medaglie, i successi sportivi, indipendentemente da come sono stati ottenuti.

La scherma, fortunatamente, per sua natura, è abbastanza estranea al fenomeno più eclatante di perversione sportiva: mi riferisco al doping. Estranea per sua natura, perché il delicato equilibrio psicofisico necessario per vincere, tra espressione atletica esasperata e assoluto autocontrollo, rende il doping, almeno fino ad oggi, più dannoso che utile: nella scherma le categorie di peso non servono, perché l'intelligenza rende più della forza. Ma sono convinto che la scherma sia estranea a tale triste fenomeno anche perché permeata dai principi di lealtà e correttezza della sua antichissima tradizione.

Darsi la mano, sempre; riconoscere il valore dell'altro; non esaltarsi nella vittoria né deprimersi nella sconfitta; rispettare le regole; accettare il giudizio di un arbitro che può sbagliare: non c'è spazio per tentazioni insane, che farebbero perdere immediatamente, nei confronti di se stessi prima che degli altri, il proprio status di schermitori. A ben vedere, questi principi ci derivano dall'etica del duello, fissata in numerosi codici cavallereschi. Riportando le parole di un insigne socio dell'Accademia, Athos di San Malato, all'inizio del '900, "... l'onore ... non può assumere atteggiamenti vari: è o non è.... Si possono compiere atti o fatti che ledano il proprio, non l'altrui onore".

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Il duello, in origine, non era legato a questioni d'onore. Serviva, piuttosto, a evitare sacrifici maggiori, in termini di vite umane, e a mettere in evidenza il proprio valore. Talvolta gli schieramenti contrapposti si accordavano per una sfida tra i rispettivi campioni, che avrebbe determinato l'esito della guerra, salvaguardando molte vite. Si pensi al duello riferito nell'Iliade, quando Menelao e Paride affidano all'esito del loro scontro le sorti della guerra. Poi gli Dèi dispettosi si misero di mezzo, ma questa è un'altra storia. E al mitico duello fra Oriazi e Curiazi che, secondo la leggenda, sotto il Re Tullo Ostilio, decise la guerra tra Roma e Albalonga.

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Nell'Iliade è anche il primo accenno ad un duello sportivo: sport-demo-Vasogreco2

durante i giochi per la morte di Patroclo, Aiace e Diomede si affrontano per un premio offerto da Achille. E ancora più antico del racconto di Omero è il bassorilievo egiziano che mostra, alla presenza del Faraone e della corte reale, atleti intenti alla lotta, e alla scherma: armi che sembrano sciabole, col bottone in punta, e maschere legate alla parrucca, mentre l'arbitro, attento, è pronto a fermare l'incontro, e le scritte inneggiano al valore del campione. I romani, prima dell'avvento dei giochi gladiatori, non conoscevano il duello per cause private: il valore si dimostrava in guerra, e a dirimere le questioni pensava la magistratura. Poi, tutto cambia, arrivò il momento del "panem et circenses" per addomesticare le folle. I gladiatori si esibivano nei circhi, i lanisti, parola imparentata con dilaniare, erano i tristi maestri di scherma di allora, per metà tecnici e per metà commercianti di carne umana.

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La scherma, come il duello, rimase sostanzialmente legata alla guerra, e le sue tecniche mutarono, come è logico, col mutare della tecnologia produttiva, armi e armature, e delle tattiche militari. Ma non solo: il corredo difensivo e offensivo del viandante era altrettanto importante, e determinava un ragionevole sport-demo-spada-brocchiero_crcompromesso fra capacità offensiva delle armi e la loro trasportabilità. Il modello della spada e brocchiero accompagnò l'uomo per lunghi secoli, con una tradizione ben più antica e ricca di quella orientale (il Giappone è uscito dal suo Medio Evo solo alla fine dell'altro secolo, noi molto prima), sebbene, proprio per questo, più facilmente dimenticata. Per fortuna, a ricordarcela ci vengono in aiuto i trattati di scherma, dai primi manoscritti noti, dell'inizio del 1300, ai sempre più numerosi trattati che hanno accompagnato l'evoluzione della scherma, dall'invenzione della stampa in poi.

Di importazione barbarica, si affermò nel Medio Evo il cosiddetto duello giudiziario: utile, in origine, in società non fortemente strutturate, per dirimere le più varie questioni, sostenendo, forse più per convenienza sociale che per convinzione, che Dio mai avrebbe permesso la sconfitta di un innocente: selezionando, in questo modo, i forti e i prepotenti. Cosa che, in quelle epoche dure e buie, doveva presentare qualche vantaggio, evidentemente.

L'ultimo duello giudiziario, per la cronaca, avvenne nel 1547, in Francia, fra La Châtaigneraie, grande dignitario di corte di Francesco I, e Chabot, il figlio del barone de Jarnac, che fu costretto a sfidarlo quando seppe che il primo aveva messo in giro voci di una sua tresca con la suocera. Le previsioni erano tutte a favore del suo avversario, celebre schermitore, ma Chabot si addestrò col suo Maestro di scherma italiano, tal Caizo, che gli insegnò un colpo "segreto". Il duello, all'ultimo sangue, si concluse con la perfetta riuscita del colpo: forse una finta alla testa, che costrinse l'altro ad alzare lo scudo, e due rapidi colpi alla gamba. Caduto il suo avversario Chabot si rifiutò di finirlo, mentre i sostenitori dello sconfitto, che poi si lasciò morire per la vergogna, sostennero che il colpo era stato sleale e vennero a rissa con gli amici di Chabot. E sebbene il Re, Enrico II, da poco succeduto a Francesco I, avesse dichiarato, come i giudici, che il colpo era stato corretto, il colpo di Jarnac è passato alla storia, e nel linguaggio comune, come simbolo di slealtà. La rivalità italo francese trovava spazio ed espressione anche nei dizionari...

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Mentre spariva il duello giudiziario, si affermava quello cavalleresco: che ci riporta a giostre e tornei, dame e cavalieri, ma anche difesa dei deboli e degli ideali di giustizia. Il duello e il torneo servivano ad addestrare la gioventù, a rafforzare l'ideale della fedeltà al sovrano, e a difendere l'identità religiosa: con i fatti ed anche i misfatti che la storia ci ha tramandato, e di cui ancora ci presenta il conto. Come diceva Bertrand Russel, gli errori in fatto di filosofia sono ridicoli, ma quelli in fatto di religione sono tragici.

 

L'avvento della polvere da sparo, l'arma nera, portò alla progressiva perdita di importanza dell'arma bianca in ambito militare, con l'eccezione della sciabola, che durò a lungo, per le epiche cariche della cavalleria. Ma la spada si rafforzò come simbolo, la pratica del duello si sviluppò, e con essa si consolidò e si precisò il concetto di onore. L'onore offeso esigeva riparazione. Ma, soprattutto, il coraggio di battersi determinava l'appartenenza ad una classe sociale, quella dei nobili.

La spada si trasformò: non doveva più rompere corazze ma, in quanto simbolo, doveva restare al fianco del cavaliere. Leggera, ma sempre mortale. Fu il Re Sole, Luigi XIV, a dare un forte impulso a questa trasformazione, inurbando i nobili a Versailles, ed imponendo una divisa di corte, di cui la spada più leggera, lo spadino, divenne parte integrante. Ci si allenava, con quella spada, nelle sale d'armi della nobiltà: i bravi maestri, si diceva, prima o poi finivano col rimetterci un occhio. Ma i nobili dovevano essere salvaguardati. Nacque così la convenzione moderna, che ancora vige nel fioretto e nella sciabola sportivi. Un insieme di regole tese ad evitare l'incontro, o colpo delle due vedove: a chi tocchi, nelle varie situazioni, secondo la logica del duello, tirare il colpo, o difendersi. E tutto andò bene finché il duello restò confinato ad una classe sociale. Ma venne la rivoluzione, ed anche i borghesi si appropriarono di questo "diritto". E quando i primi e i secondi, sempre più spesso, dovevano confrontarsi sul terreno, esplodevano le contraddizioni: la convenzione, strumento utile in allenamento, e comunque condiviso all'interno della nobiltà, si dimostrò drammaticamente inadeguata alla prova del terreno, se l'altro non la rispettava. Nacque così, da una rivoluzione tecnica, la spada moderna, distinta dal fioretto, arma da allenamento, con cui prima quasi si identificava.

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Si era ormai alle soglie del movimento sportivo moderno, e delle prime Olimpiadi. La scherma sportiva, come gli altri sport, fu regolamentata, fissando la situazione esistente: spada, sciabola e fioretto, per l'appunto. E mentre lo sport progrediva, verso le conquiste e gli eccessi moderni, il duello decadeva, lasciando nelle cronache del tempo gli ultimi esempi da ricordare. E i più numerosi, credo, fra gli ultimi epigoni del duello, furono i giornalisti: che avevano il privilegio di poter e saper offendere con maggiore efficacia l'onore altrui, per la crescente diffusione della carta stampata. Qualcuno, per la penna, ci rimise le penne, come l'onorevole Cavallotti, ucciso, dopo 32 duelli andati a buon fine, almeno per lui, dal due volte collega, giornalista e deputato, Ferruccio Macola.

 

 

 

 Altri, più avveduti, sfruttavano il duello per accrescere prestigio e reputazione, come Adolfo Cotronei, che sfidava anche i campioni della scherma sportiva: il duello più noto è quello contro Aldo Nadi, ma già c'era stato il precedente contro Giorgio Santelli, campione olimpico e figlio del famoso Maestro Italo, anche lui argento olimpico, e veicolo vincente ed efficacissimo della nostra sciabola in Ungheria.

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Una notizia interessante, a proposito dei giornalisti, l'ho appresa proprio dal precedente convegno dell'Accademia, dalla relazione del giornalista Enzo Marzo, del "Corriere della sera": nel 1877 l'onorevole Pierantoni, avvocato e parlamentare, schiaffeggiò, sfidò a duello e ferì con una sciabolata Fedele Albanese, giornalista del "Fanfulla", reo di aver insinuato che il suo comportamento, in una causa, non era stato dei più limpidi. I direttori dei quotidiani romani si riunirono in assemblea, insieme ai corrispondenti dei giornali esteri presenti in città, e decisero di scrivere una lettera al presidente della Camera, per sollecitare misure a difesa della libertà del giornalista. Da una successiva assemblea nacque l'Associazione della Stampa periodica di Roma, di cui fu primo presidente Francesco De Sanctis. Dal duello alla libertà di stampa, dunque.

Ma la democrazia, cosa c'entra in tutto questo?

Anche lo sport dei primi tempi, quando la partecipazione alle Olimpiadi era limitata a pochi - a chi se lo poteva permettere – con la democrazia aveva poco a che fare. Ma il processo era ormai innescato, ed era solo questione di tempo: il passaggio, intendo, dall'aristocrazia per diritto di nascita, e di censo, a quella basata sui meriti. La vera aristocrazia, figlia della democrazia, è (sarà?) la meritocrazia. Una meritocrazia, direi, "schermistica": in cui al riconoscimento del valore del vincitore si associa, indissolubilmente, la mano tesa verso lo sconfitto, che potrà essere il vincitore di domani.

Non siamo tutti uguali, certo. E non lo siamo neppure davanti allo sport: ma dobbiamo coltivare l'illusione, e la speranza, che la volontà e l'impegno, e quella mano tesa da parte di chi riconosce e apprezza il valore, possano colmare le differenze.

Ma perché lo sport ci affascina tanto, inducendoci a consumare incredibili quantità di energie, se lo pratichiamo, o a tenerci incollati davanti ad un televisore, per vedere altri praticarlo? Perché è tanto importante arrivare primi, o salire in una graduatoria?

La mia formazione naturalistica mi ha portato ad una risposta, che mi pare valida, e desidero comunicarvela. In tutte le specie animali (anche la nostra) che hanno vita sociale, esiste quello che gli etologi, riferendosi ai polli, chiamano "l'ordine di beccata". Si forma naturalmente, grazie alla competizione, una gerarchia sociale, che determina chi si nutrirà per primo, e chi per ultimo. Quando il cibo scarseggia, gli ultimi soccombono, mentre i primi sopravvivono e si riproducono: e trasmettono ai figli i loro geni, e la loro predisposizione e abilità a competere. Provate a immaginare milioni di anni di selezione, e provate a pensare ad una gara che ognuno di noi ha vinto, con un solo vincitore e alcune centinaia di milioni di partecipanti. Non ce la ricordiamo più, ma l'abbiamo vinta, quella gara, o non saremmo qui a parlarne...

Quella stessa formazione naturalistica mi porta sempre a considerare, senza atteggiamenti fideistici, le possibilità e i rischi dell'evoluzione, che può portarci a vicoli ciechi, e al fallimento. Anche la democrazia, credo, è una creatura delicata, di cui non è affatto certa una felice e duratura evoluzione. La sua sopravvivenza, o la sua evoluzione in qualcosa di meglio (o meno peggio...) è affidata a noi, alle nostre scelte e alla nostra responsabilità.

Da schermitore, addestrato a farmi carico delle mie responsabilità, a soppesare i rischi, e a decidere rapidamente nell'incertezza, sono convinto che le soluzioni non debbano venirmi dall'esterno. Credo nella responsabilità personale, nell'inevitabilità dell'errore, strumento di progresso, nel primato della coscienza. La scherma, come ha detto qualcuno prima di me, è una metafora della vita: una delle tante, forse, ma anche una delle migliori. Credo che la scherma sia uno straordinario strumento educativo, se ben utilizzato, per i valori che può trasmettere. Mi auguro che, tra una medaglia e l'altra, i dirigenti federali presenti e futuri non lo dimentichino.

 

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Pozzuoli, 10 giugno 2005. Nella foto in alto, da sinistra: Maurizio Fumo, allora segretario dell'Ans, il consigliere Fis Luigi Campofreda e Giancarlo Toran, allora presidente Aims, sullo splendido sfondo al di là di Posillipo

 
Istruzione, educazione… PDF Stampa E-mail
Sabato 19 Maggio 2012 05:09

Vorremmo che la Scuola prendesse in considerazione Sport Educazione.

 

Definizione di educazioneCesareBarioli

Qualcuno ha detto che il futuro è un drammatico confronto tra l'educazione e il caos. Io non amo le citazioni, che spesso coprono una falsa cultura, ma vorrei far presente che una civiltà si misura in qualità e durata. La vita ha ricevuto il comandamento di continuare e la civiltà, che della vita è espressione, può essere valutata dall'attenzione dedicata nel preparare i propri cuccioli al futuro.

Educazione... parola travisata, sapientemente mistificata dall'etimologia. Di solito i liceali citano il latino condurre fuori e ai classici è dato di alternare il greco nutrire (che è poi mettere dentro). Così il latino-latinorum riesce a sfoggiare saggezza. E queste due etimologie suonano un po' come gli opportunistici proverbi popolari: "chi fa da sé fa per tre" oppure: "l'unione fa la forza".
Noi (la presuntuosa casta dei judoisti) definiamo educazione come: insegnare ad affrontare la realtà, attribuendole un'etimologia sanscrita dal radicale edh: "crescere, accrescersi, aumentare; prosperare, riuscire". La semplicistica storia dell'e-ducere non ci convince, con questo dux (ancora una volta dal sanscrito duh) che conduce fuori... da cosa? Dall'infanzia? Vorremmo chiedere un supplemento di indagine per rintracciare un derivato indo-europeo di edh-duh, "condurre a crescere"?
Ma chi siamo, per argomentare?

Certamente se vogliamo progettare l'azione pratica di educare, gli educatori dovranno metterci d'accordo. Bisognerà formulare alcune definizioni, e discuterle, fino a condividerne una. Quello che intendiamo per educazione deve riscuotere una larga approvazione, e su questo fondamento comune poi ci sarà modo di erigere civettuole personalizzazioni.
C'è una certa urgenza, abbiamo poco tempo. Ora che la donna lavora la famiglia, che costituiva la principale agenzia di educazione, è poco presente. Maestri e professori tendono sempre di più a dichiararsi lavoratori-insegnanti. Il servizio militare viene abolito. E la professionalità di educatore viene sempre più di frequente attribuita agli operatori della disabilità, del disagio giovanile, del recupero tossici. Tra non molto la realtà mostrata ai bambini sarà televisiva e la preparazione dei nostri figli alla vita sarà informatica.
Avremo perso un'occasione, che collettivamente costituisce un dovere e individualmente ci nobilita perché, tra tutti i mestieri possibili, gli effetti di una buona educazione possono manifestarsi anche a distanza di secoli.

 

Le radici dell'educazione

I mammiferi (il gatto, il cane, il topo...), insegnano ai loro piccoli a vivere. A procurarsi il cibo, a coltivare una corretta attenzione, ad agire nel pericolo; trasmettono il loro sentimento nei confronti dell'ambiente (cosa che fa la differenza tra domestici e selvatici). In qualche maniera inducono anche nozioni di igiene e medicina.
Gli esseri umani fanno altrettanto, ma con una visione più ampia.
Questa visione ce la siamo conquistata (e talvolta costruita) attraverso decine di millenni.
Ai nostri cuccioli servono doti positive: intelligenza, coraggio, prudenza, attenzione, determinazione, perseveranza, solidarietà, rispetto per l'ambiente... bellezza interiore e profondità di sentimento... intuizione e fiducia in se stessi... Dobbiamo trasmettere loro tutta questa esperienza, in sintesi naturalmente. Oltre alla capacità di inserirsi costruttivamente nella realtà sociale e nel processo produttivo.

L'umanità è evoluta, si è potenziata, ha una storia. Siamo diventati diversi, e oggi non celebriamo più i sacrifici umani del tempo della Bibbia. Possiamo trasmettere la sintesi dell'esperienza che abbiamo fatto (la rinunzia ai sacrifici) ai bambini, ai ragazzi e ai giovani perché, nella successione delle generazioni, è una cosa che abbiamo vissuto, sperimentato sulla nostra pelle; prima nell'evoluzione e poi nella storia.
Abbiamo vissuto, come umanità, in corpo mente e cuore (il nostro cuore è quello che altri chiamano spirito o anima).
Mentre possiamo capire (con la mente) materie come storia della filosofia, automi cellulari, o matematica... dobbiamo comprendere, in corpo mente e cuore il coraggio, la resistenza, la perseveranza. Possiamo esibire le nostre nozioni e applicarle; ma se serve uno sforzo, se attacca il nemico, se perseguiamo un ideale, o ci accingiamo a un'impresa, ci tornano utili quelle doti e l'armoniosa coordinazione di tutto l'essere.
Proprio come gli esempi che emergono dal passato storico, le grandi personalità. Oltre che dei progressi ottenuti nella tecnica, nella scienza e anche nelle discipline umanistiche, dovremmo poterci ritenere soddisfatti di risultati altrettanto grandi realizzati nella formazione dell'essere umano.

 

Insegnamento ed educazione

Allora: c'è l'insegnamento, doverosamente impartito ai giovani perché si inseriscano nel processo produttivo che ci sta a cuore. Spieghiamo loro l'ultima versione del codice della strada, le formule scientifiche, il come-fare, come gestire, come amministrare. Questo insegnamento si avvale di professori che parlano alla mente da dietro una cattedra e fanno capire.
Poi c'è l'educazione che si rivolge all'essere e propone l'intelligenza per risolvere le situazioni, il coraggio e la prudenza per affrontarle, la generosità di dare se stessi, l'attenzione sull'altro, l'equilibrio nel distribuire le forze, l'attenzione per valutare le conseguenze dell'azione... Soprattutto insegna una morale: che il miglior impiego dell'energia richiede di essere tutti insieme a crescere e progredire.
Questo può avvenire attraverso un'attività che comincia dal corpo, coinvolge la mente e interessa il cuore. In questo caso parliamo di comprendere: l'essere, che è l'oggetto dell'educazione, affronta con metodo l'universo che lo circonda e prende con sé l'esperienza dell'esperto che guida l'avventura.
Un professore di materie intellettuali può far capire alla mente i suoi argomenti; ma un insegnante di educazione fisica, o un istruttore sportivo, possono armonizzare mente corpo e cuore in quelle doti che l'esperienza ci raccomanda per affrontare la realtà.

Questo risultato lo possono ottenere i professori di educazione fisica e gli istruttori sportivi preparati e motivati, che gestiscono attività motorie senza concedere al tifo, al campionismo, all'aggressività; ma comunicando l'esperienza di dare se stessi (oggi a un'attività giovanile; domani al lavoro, alla ricerca, alla famiglia, o a un obiettivo liberamente scelto) nello spirito che oggi ci confrontiamo per crescere, ma domani saremo insieme a costruire un mondo migliore.
Cimentarsi in gara prepara ad affrontare le prove della vita. Fa vivere un'emozione e propone qualità ideali; rappresenta un allenamento a circostanze più complesse e decisive. Non per imitare i Maradona, i Tyson, i Pantani, ma per essere un giorno come Sabin, quello che ha donato all'umanità il vaccino anti-polio; o un Muhammed Yunus, ideatore della Banca Etica in Bangladesh.
Dare tutto se stessi a un avvenimento di gara è solo una fase educativa appropriata alla condizione giovanile, dato che forse la vita ci proporrà di dare di più.

L'attività motoria ha per fine: essere sani per essere utili. Deve contribuire a creare uomini e donne che valorizzino il corpo, coltivino la mente e liberino lo spirito verso un ideale che è al servizio dell'umanità.
Il teatro dell'educazione è l'universo che ci circonda, in cui agiscono l'educatore e l'educando. In questa visione se il bimbo impara a correre chi lo sorveglia lascia che si sbucci le ginocchia, ma interviene se si avvicina a un precipizio; così un conto è andare in montagna e un altro cercare imprese estreme; la danza celebra la bellezza, ma il desiderio di primeggiare sfida l'anoressia-da-specchio. Lo sport non dovrebbe essere fine a se stesso, ma comunicare la generosità del dare.

 

Lo sport

Lo sport dovrebbe sostituire quello che è stata l'avventura (educativa) nella natura; dovrebbe recuperare i benefici che sono stati sacrificati alla vita tecnologica e sedentaria; dovrebbe conferire le qualità nobili del passato, minimizzando i rischi e formando la personalità.
Ancora una volta lasciamo perdere l'etimologia che fa derivare sport dall'italiano diporto, suggerendo l'attività motoria come un rimedio allo stress mentre, almeno per i giovani, deve rappresentare essere sani per essere utili.
A questo punto chiediamoci se il nostro sport va riformato, cominciando proprio dalla definizione. Quando mi è capitato di criticare il comportamento di una semi-finalista olimpica (che esultava per la vittoria dopo aver rotto la gamba all'avversaria), un giornalista mi ha rimproverato: "Tu non sai cosa vuol dire per una ragazza di vent'anni vincere una medaglia!". E' verità. Con tutto quello che la donna ha dovuto sopportare nel corso dei millenni, ci mancherebbe altro che io non comprendessi questa liberazione dai freni inibitori nel momento di successo.

E lo sport fa sfogare tanti repressi: quelli dell'hockey che si colpivano a bastonate, la pattinatrice che ha fatto sparare alle gambe della concorrente, i tifosi accoltellatori e peggio, gli adolescenti-ritardati che si dopano perché non li comprendiamo... Ma la mia critica non era rivolta a quella specifica persona malata di vincere ad ogni costo, invece che ad essere sana per essere utile agli altri; era rivolta alla nostra concezione dello sport, che potrebbe essere visto in chiave formativa e non campionistica, ai nostri Dirigenti, ai nostri allenatori, ai nostri tifosi e spettatori.

Lo sport deve riguardare l'alba della vita, non esserne il tramonto per cui molti sportivi vanno in pensione quando cessano l'attività. Quella ragazza non ha colpa; ma vorrei che il sistema offrisse una migliore opportunità alla sua giovinezza e soprattutto che non apparisse ai coetanei come campione da imitare.
Una volta ho proposto a una testata sportiva, un articolo su sport-educazione. Amici giornalisti mi hanno risposto: "Non ci interessa. Tu scoraggi i Maradona, i Tyson e i Pantani, pilastri del nostro lavoro!". Tale esemplare coscienza civica porta le avventure del doping in cronaca, perché la redazione sportiva le ignora.

 

La proposta

Forse potremmo abolire la legge istituzionale del CONI (del 1943) per dare vita:

· a un'agenzia per lo sport professionistico i cui iscritti (maggiorenni e maturi psicologicamente) conoscono le conseguenze del doping e sono liberi di gestirsi; sulle loro prestazioni possiamo basare i giochi di scommesse se non abbiamo altre risorse per finanziare il Comitato Olimpico e lo Sport-Educazione;

· a un Comitato Olimpico Italiano che si occupi di selezionare le rappresentanze nazionali, chiedendo a chi vuole partecipare solo il passaporto, il certificato medico, e l'assicurazione;

· al movimento di Sport-Educazione gestito dalla Scuola con la collaborazione del volontariato sportivo (associazioni dilettantistiche e mamme che portano le torte al termine delle gare).

Potremmo utilizzare l'agonismo fino a un certo livello, perché vincere (e perdere) un confronto è senz'altro un avvenimento positivo per i giovani, soprattutto quando il "come si vince" viene posto prima del "vincere ad ogni costo", nello spirito che: oggi siamo a sfidarci per i colori della nostra scuola, ma domani saremo insieme a costruire un mondo migliore. Nell'occasione l'insegnante di educazione fisica o l'istruttore sportivo devono creare un clima che faccia nascere amicizia, come accade naturalmente ai ragazzi che si sfidano a raggiungere per primi la fermata del tram.


Immaginiamo una competizione, importante e celebrata dai media, che raccolga gli studenti dell'età a rischio, con fasi eliminatorie che selezionano chi ha ottenuto un risultato medio. Alle finali di questi Giochi partecipano solo una percentuale sorteggiata casualmente, che dimostrerà di aver effettivamente raggiunto il risultato.
Mentre i ragazzi si godono la trasferta con i riti della gioventù e ricevono magari un computer portatile per la partecipazione, salgono sul podio per la medaglia, l'inno il vessillo e, speriamo, le lacrime i Ministri, i consiglieri, gli assessori, insomma gli amministratori dello sport nazionale, regionale o provinciale.

Mi permetto un esempio: immaginiamo il salto in alto; la prova è riservata a ragazzi e ragazze tra 15 e 18 anni. La finale nazionale italiana conta 40 maschi che saltano 1,90 e 30 femmine che saltano 1,75. La Germania (naturalmente) rispettivamente 60 e 50; la Francia come noi; l'Olanda...
Alla finale, diciamo a Marienbad o a Merano cittadine adatte ai giovani, si svolge la finale europea a cui partecipano, sorteggiati a caso 4 maschi e 3 femmine italiane; altrettanti francesi; 6 e 5 per la Germania; l'Olanda.... Quasi tutti dimostrano di raggiungere lo standard che la loro federazione nazionale ha annunciato e, in base a questi successi e insuccessi e tenendo conto la popolazione globale di quel Paese, viene formulata una classifica che ne riflette la sportività, non l'esistenza di qualche fenomeno atleta-militare semiprofessionista e potenziato dalla scienza...     

Di conseguenza viene premiato il Ministro dello Sport (o chi ha la delega per lo sport): podio, lacrime, inno e vessillo per quell'uomo o donna illuminato che ha saputo trascinare lo sport di massa nel suo Paese.
A tali competizioni sono ammesse le discipline sportive che riconosciutamente favoriscono valori come: la difesa, la socializzazione, l'assistenzialismo, l'ecologia, la protezione civile.

Fonte: judo-educazione.it

cesare-barioli

 

 

 

Cesare Barioli, educatore, maestro di judo e scrittore, ha avuto tra i suoi allievi il grande pediatra e pedagogista Marcello Bernardi.

 

 

 

 

 

L' avventura del judo
di C. Barioli - Vallardi Industrie Grafiche - 2004

Marcello Bernardi e il judo
di  C. Barioli - Vallardi Industrie Grafiche - 2003

Corpo, mente, cuore. Manifesto per una nuova educazione
di M. Bernardi, C. Barioli - Luni

Il kung fu
di C. Barioli - De Vecchi - 1998

Il grande libro del karate
di C. Barioli - De Vecchi - 1988

Il libro del judo
di C. Barioli - De Vecchi

 


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