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Che rapporto ci potrà mai essere fra lo sport e la democrazia? La vera aristocrazia non è forse figlia del merito? Di questo ed altro si discusse nel precedente convegno dell'Accademia Nazionale di Scherma (Ans), che si tenne a Pozzuoli nel 2005, di fronte ad uno splendido scenario naturale. Ricordo, fra gli altri, la partecipazione di Gianni Rivera e Oliviero Beha, e la dimostrazione di scherma storica dei ragazzi di Aldo Cuomo. Con le relazioni dei due precedenti convegni, e certo in futuro anche dell'ultimo, in ordine di tempo, l'Ans ha realizzato due pubblicazioni ("Sport e democrazia" e, nel 2003, "Dall'onore del gentiluomo all'onore del cittadino"), che sarebbe interessante far conoscere per intero. Proveremo a recuperarle. Intanto, vi propongo la mia. Buona lettura.
G.T.
23 gennaio 2010
Convegno "Sport e democrazia"
Accademia Nazionale di Scherma
Pozzuoli, 10 giugno 2005
Dopo le parole di Oliviero Beha sulla durata dell'attenzione del pubblico sono alquanto preoccupato. Come sesto ed ultimo, dovrei collegare i discorsi fatti e le dimostrazioni di scherma antica e moderna che vedremo fra poco. Temo di apparirvi, anziché come ciliegina sulla torta, come il torero che dà il colpo di grazia alla vittima predestinata, ovviamente con la spada...
Prima di proseguire, desidero ringraziare l'Accademia Nazionale di Scherma di Napoli per l'invito. Non capita spesso di poter parlare di scherma a persone che ne apprezzano anche gli aspetti culturali e formativi: in un periodo in cui pare, al di là delle belle parole, che contino solo le medaglie, i successi sportivi, indipendentemente da come sono stati ottenuti.
La scherma, fortunatamente, per sua natura, è abbastanza estranea al fenomeno più eclatante di perversione sportiva: mi riferisco al doping. Estranea per sua natura, perché il delicato equilibrio psicofisico necessario per vincere, tra espressione atletica esasperata e assoluto autocontrollo, rende il doping, almeno fino ad oggi, più dannoso che utile: nella scherma le categorie di peso non servono, perché l'intelligenza rende più della forza. Ma sono convinto che la scherma sia estranea a tale triste fenomeno anche perché permeata dai principi di lealtà e correttezza della sua antichissima tradizione.
Darsi la mano, sempre; riconoscere il valore dell'altro; non esaltarsi nella vittoria né deprimersi nella sconfitta; rispettare le regole; accettare il giudizio di un arbitro che può sbagliare: non c'è spazio per tentazioni insane, che farebbero perdere immediatamente, nei confronti di se stessi prima che degli altri, il proprio status di schermitori. A ben vedere, questi principi ci derivano dall'etica del duello, fissata in numerosi codici cavallereschi. Riportando le parole di un insigne socio dell'Accademia, Athos di San Malato, all'inizio del '900, "... l'onore ... non può assumere atteggiamenti vari: è o non è.... Si possono compiere atti o fatti che ledano il proprio, non l'altrui onore".

Il duello, in origine, non era legato a questioni d'onore. Serviva, piuttosto, a evitare sacrifici maggiori, in termini di vite umane, e a mettere in evidenza il proprio valore. Talvolta gli schieramenti contrapposti si accordavano per una sfida tra i rispettivi campioni, che avrebbe determinato l'esito della guerra, salvaguardando molte vite. Si pensi al duello riferito nell'Iliade, quando Menelao e Paride affidano all'esito del loro scontro le sorti della guerra. Poi gli Dèi dispettosi si misero di mezzo, ma questa è un'altra storia. E al mitico duello fra Oriazi e Curiazi che, secondo la leggenda, sotto il Re Tullo Ostilio, decise la guerra tra Roma e Albalonga.

Nell'Iliade è anche il primo accenno ad un duello sportivo: 
durante i giochi per la morte di Patroclo, Aiace e Diomede si affrontano per un premio offerto da Achille. E ancora più antico del racconto di Omero è il bassorilievo egiziano che mostra, alla presenza del Faraone e della corte reale, atleti intenti alla lotta, e alla scherma: armi che sembrano sciabole, col bottone in punta, e maschere legate alla parrucca, mentre l'arbitro, attento, è pronto a fermare l'incontro, e le scritte inneggiano al valore del campione. I romani, prima dell'avvento dei giochi gladiatori, non conoscevano il duello per cause private: il valore si dimostrava in guerra, e a dirimere le questioni pensava la magistratura. Poi, tutto cambia, arrivò il momento del "panem et circenses" per addomesticare le folle. I gladiatori si esibivano nei circhi, i lanisti, parola imparentata con dilaniare, erano i tristi maestri di scherma di allora, per metà tecnici e per metà commercianti di carne umana.

La scherma, come il duello, rimase sostanzialmente legata alla guerra, e le sue tecniche mutarono, come è logico, col mutare della tecnologia produttiva, armi e armature, e delle tattiche militari. Ma non solo: il corredo difensivo e offensivo del viandante era altrettanto importante, e determinava un ragionevole compromesso fra capacità offensiva delle armi e la loro trasportabilità. Il modello della spada e brocchiero accompagnò l'uomo per lunghi secoli, con una tradizione ben più antica e ricca di quella orientale (il Giappone è uscito dal suo Medio Evo solo alla fine dell'altro secolo, noi molto prima), sebbene, proprio per questo, più facilmente dimenticata. Per fortuna, a ricordarcela ci vengono in aiuto i trattati di scherma, dai primi manoscritti noti, dell'inizio del 1300, ai sempre più numerosi trattati che hanno accompagnato l'evoluzione della scherma, dall'invenzione della stampa in poi.
Di importazione barbarica, si affermò nel Medio Evo il cosiddetto duello giudiziario: utile, in origine, in società non fortemente strutturate, per dirimere le più varie questioni, sostenendo, forse più per convenienza sociale che per convinzione, che Dio mai avrebbe permesso la sconfitta di un innocente: selezionando, in questo modo, i forti e i prepotenti. Cosa che, in quelle epoche dure e buie, doveva presentare qualche vantaggio, evidentemente.
L'ultimo duello giudiziario, per la cronaca, avvenne nel 1547, in Francia, fra La Châtaigneraie, grande dignitario di corte di Francesco I, e Chabot, il figlio del barone de Jarnac, che fu costretto a sfidarlo quando seppe che il primo aveva messo in giro voci di una sua tresca con la suocera. Le previsioni erano tutte a favore del suo avversario, celebre schermitore, ma Chabot si addestrò col suo Maestro di scherma italiano, tal Caizo, che gli insegnò un colpo "segreto". Il duello, all'ultimo sangue, si concluse con la perfetta riuscita del colpo: forse una finta alla testa, che costrinse l'altro ad alzare lo scudo, e due rapidi colpi alla gamba. Caduto il suo avversario Chabot si rifiutò di finirlo, mentre i sostenitori dello sconfitto, che poi si lasciò morire per la vergogna, sostennero che il colpo era stato sleale e vennero a rissa con gli amici di Chabot. E sebbene il Re, Enrico II, da poco succeduto a Francesco I, avesse dichiarato, come i giudici, che il colpo era stato corretto, il colpo di Jarnac è passato alla storia, e nel linguaggio comune, come simbolo di slealtà. La rivalità italo francese trovava spazio ed espressione anche nei dizionari...

Mentre spariva il duello giudiziario, si affermava quello cavalleresco: che ci riporta a giostre e tornei, dame e cavalieri, ma anche difesa dei deboli e degli ideali di giustizia. Il duello e il torneo servivano ad addestrare la gioventù, a rafforzare l'ideale della fedeltà al sovrano, e a difendere l'identità religiosa: con i fatti ed anche i misfatti che la storia ci ha tramandato, e di cui ancora ci presenta il conto. Come diceva Bertrand Russel, gli errori in fatto di filosofia sono ridicoli, ma quelli in fatto di religione sono tragici.
L'avvento della polvere da sparo, l'arma nera, portò alla progressiva perdita di importanza dell'arma bianca in ambito militare, con l'eccezione della sciabola, che durò a lungo, per le epiche cariche della cavalleria. Ma la spada si rafforzò come simbolo, la pratica del duello si sviluppò, e con essa si consolidò e si precisò il concetto di onore. L'onore offeso esigeva riparazione. Ma, soprattutto, il coraggio di battersi determinava l'appartenenza ad una classe sociale, quella dei nobili.
La spada si trasformò: non doveva più rompere corazze ma, in quanto simbolo, doveva restare al fianco del cavaliere. Leggera, ma sempre mortale. Fu il Re Sole, Luigi XIV, a dare un forte impulso a questa trasformazione, inurbando i nobili a Versailles, ed imponendo una divisa di corte, di cui la spada più leggera, lo spadino, divenne parte integrante. Ci si allenava, con quella spada, nelle sale d'armi della nobiltà: i bravi maestri, si diceva, prima o poi finivano col rimetterci un occhio. Ma i nobili dovevano essere salvaguardati. Nacque così la convenzione moderna, che ancora vige nel fioretto e nella sciabola sportivi. Un insieme di regole tese ad evitare l'incontro, o colpo delle due vedove: a chi tocchi, nelle varie situazioni, secondo la logica del duello, tirare il colpo, o difendersi. E tutto andò bene finché il duello restò confinato ad una classe sociale. Ma venne la rivoluzione, ed anche i borghesi si appropriarono di questo "diritto". E quando i primi e i secondi, sempre più spesso, dovevano confrontarsi sul terreno, esplodevano le contraddizioni: la convenzione, strumento utile in allenamento, e comunque condiviso all'interno della nobiltà, si dimostrò drammaticamente inadeguata alla prova del terreno, se l'altro non la rispettava. Nacque così, da una rivoluzione tecnica, la spada moderna, distinta dal fioretto, arma da allenamento, con cui prima quasi si identificava.

Si era ormai alle soglie del movimento sportivo moderno, e delle prime Olimpiadi. La scherma sportiva, come gli altri sport, fu regolamentata, fissando la situazione esistente: spada, sciabola e fioretto, per l'appunto. E mentre lo sport progrediva, verso le conquiste e gli eccessi moderni, il duello decadeva, lasciando nelle cronache del tempo gli ultimi esempi da ricordare. E i più numerosi, credo, fra gli ultimi epigoni del duello, furono i giornalisti: che avevano il privilegio di poter e saper offendere con maggiore efficacia l'onore altrui, per la crescente diffusione della carta stampata. Qualcuno, per la penna, ci rimise le penne, come l'onorevole Cavallotti, ucciso, dopo 32 duelli andati a buon fine, almeno per lui, dal due volte collega, giornalista e deputato, Ferruccio Macola.
Altri, più avveduti, sfruttavano il duello per accrescere prestigio e reputazione, come Adolfo Cotronei, che sfidava anche i campioni della scherma sportiva: il duello più noto è quello contro Aldo Nadi, ma già c'era stato il precedente contro Giorgio Santelli, campione olimpico e figlio del famoso Maestro Italo, anche lui argento olimpico, e veicolo vincente ed efficacissimo della nostra sciabola in Ungheria.

Una notizia interessante, a proposito dei giornalisti, l'ho appresa proprio dal precedente convegno dell'Accademia, dalla relazione del giornalista Enzo Marzo, del "Corriere della sera": nel 1877 l'onorevole Pierantoni, avvocato e parlamentare, schiaffeggiò, sfidò a duello e ferì con una sciabolata Fedele Albanese, giornalista del "Fanfulla", reo di aver insinuato che il suo comportamento, in una causa, non era stato dei più limpidi. I direttori dei quotidiani romani si riunirono in assemblea, insieme ai corrispondenti dei giornali esteri presenti in città, e decisero di scrivere una lettera al presidente della Camera, per sollecitare misure a difesa della libertà del giornalista. Da una successiva assemblea nacque l'Associazione della Stampa periodica di Roma, di cui fu primo presidente Francesco De Sanctis. Dal duello alla libertà di stampa, dunque.
Ma la democrazia, cosa c'entra in tutto questo?
Anche lo sport dei primi tempi, quando la partecipazione alle Olimpiadi era limitata a pochi - a chi se lo poteva permettere – con la democrazia aveva poco a che fare. Ma il processo era ormai innescato, ed era solo questione di tempo: il passaggio, intendo, dall'aristocrazia per diritto di nascita, e di censo, a quella basata sui meriti. La vera aristocrazia, figlia della democrazia, è (sarà?) la meritocrazia. Una meritocrazia, direi, "schermistica": in cui al riconoscimento del valore del vincitore si associa, indissolubilmente, la mano tesa verso lo sconfitto, che potrà essere il vincitore di domani.
Non siamo tutti uguali, certo. E non lo siamo neppure davanti allo sport: ma dobbiamo coltivare l'illusione, e la speranza, che la volontà e l'impegno, e quella mano tesa da parte di chi riconosce e apprezza il valore, possano colmare le differenze.
Ma perché lo sport ci affascina tanto, inducendoci a consumare incredibili quantità di energie, se lo pratichiamo, o a tenerci incollati davanti ad un televisore, per vedere altri praticarlo? Perché è tanto importante arrivare primi, o salire in una graduatoria?
La mia formazione naturalistica mi ha portato ad una risposta, che mi pare valida, e desidero comunicarvela. In tutte le specie animali (anche la nostra) che hanno vita sociale, esiste quello che gli etologi, riferendosi ai polli, chiamano "l'ordine di beccata". Si forma naturalmente, grazie alla competizione, una gerarchia sociale, che determina chi si nutrirà per primo, e chi per ultimo. Quando il cibo scarseggia, gli ultimi soccombono, mentre i primi sopravvivono e si riproducono: e trasmettono ai figli i loro geni, e la loro predisposizione e abilità a competere. Provate a immaginare milioni di anni di selezione, e provate a pensare ad una gara che ognuno di noi ha vinto, con un solo vincitore e alcune centinaia di milioni di partecipanti. Non ce la ricordiamo più, ma l'abbiamo vinta, quella gara, o non saremmo qui a parlarne...
Quella stessa formazione naturalistica mi porta sempre a considerare, senza atteggiamenti fideistici, le possibilità e i rischi dell'evoluzione, che può portarci a vicoli ciechi, e al fallimento. Anche la democrazia, credo, è una creatura delicata, di cui non è affatto certa una felice e duratura evoluzione. La sua sopravvivenza, o la sua evoluzione in qualcosa di meglio (o meno peggio...) è affidata a noi, alle nostre scelte e alla nostra responsabilità.
Da schermitore, addestrato a farmi carico delle mie responsabilità, a soppesare i rischi, e a decidere rapidamente nell'incertezza, sono convinto che le soluzioni non debbano venirmi dall'esterno. Credo nella responsabilità personale, nell'inevitabilità dell'errore, strumento di progresso, nel primato della coscienza. La scherma, come ha detto qualcuno prima di me, è una metafora della vita: una delle tante, forse, ma anche una delle migliori. Credo che la scherma sia uno straordinario strumento educativo, se ben utilizzato, per i valori che può trasmettere. Mi auguro che, tra una medaglia e l'altra, i dirigenti federali presenti e futuri non lo dimentichino.

Pozzuoli, 10 giugno 2005. Nella foto in alto, da sinistra: Maurizio Fumo, allora segretario dell'Ans, il consigliere Fis Luigi Campofreda e Giancarlo Toran, allora presidente Aims, sullo splendido sfondo al di là di Posillipo |