| Signori maestri, signori arbitri, qualche domanda |
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| Venerdì 24 Giugno 2011 16:12 | |
![]() E' inevitabile chiedersi:
- della natura delle nostre e delle altrui azioni - del fine/del loro scopo - se in quella situazione, in quel momento, si possa - del Destino ultimo. E. L.
Gentili signori, in questi ultimi giorni qui, su schermaonline.org e su fencing.net si è parlato di regole e di arbitraggio; tali discussioni, per alcuni contenuti, hanno stimolato commenti di interesse internazionale.
La parte del maestro E. Di Ciolo è tratta da schermaonline. "esatto Giuseppe, la difesa di misura non da diritto a nessuna risposta....andrebbe detto agli arbitri di sciabola e di fioretto...che sbagliano di frequente e danno la ragione a chi si difende a prescindere dal fatto che attacchino prima di chi aveva effettuato il primo attacco che risultava corto...in teoria posso fare molti affondi e il mio avversario evitarli indietreggiando...ma la ragione rimane SEMPRE a chi attacca per primo..
PS no avrei un altro di quesiti:
- A avanza e minaccia il bersaglio valido di B mentre con la gamba avanti tocca terra.
- B nel frattempo va a parare a vuoto la minaccia di A. Poi i due atleti tirano insieme.
Di chi è la ragione?
gli arbitri dicono B...
io mi adatto e convinco i miei allievi a fare le finte in "volo" (cioè prima di toccare terra) ma questa è una violenza inaudita per chi conosce la scherma e in futuro vorrei evitare ai ragazzi queste "oscenità"...
che dite?
c'è un arbitro in grado di dirmi se c'è stata una convenzione tra arbitri sulla convenzione?"
Downunder commenta così: "Mr Di Ciolo or the referees clearly haven't been lectured by Marco enough. The attaque composée is a pretty standard part of the Siesto seminar." "Il signor Di Ciolo o gli arbitri ovviamente non hanno fatto sufficiente attenzione alle lezioni di Marco. La parte concernente l'attaque composée è parte standard nel seminario di Siesto."
Mi è sembrato di capire che non ci sia qualcosa di scritto che spieghi chiaramente questo attaque composée affinché possa essere correttamente insegnato dai maestri, correttamente appreso dagli atleti e correttamente ed uniformemente giudicato dagli arbitri. Quel che mi chiedo e vi chiedo è: . di fronte a lacune o in mancanza di aggiornamento del Regolamento di un'arma, l'arbitro può giudicare, in un certo senso per analogia, ossia dando un'interpretazione nella necessità di dover offrire una valutazione, magari utilizzando dei principi generali? . Quell'interpretazione, accettata, potrà/dovrà evolvere in norma? . Quali sono i passaggi per aggiornare un regolamento arbitrale con norme scritte che non siano ancora state codificate? Per finire: chi possiede la conoscenza della scherma? I maestri che la insegnano o gli arbitri che la giudicano? E se entrambi ed insieme, come? Grazie E.L.
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Commenti
- le prime tre, da un punto di vista tecnico e direi abbastanza specifico, offrono numerosi spunti di riflessione alimentando al contempo altrettanti punti interrogativi
- le ultime due, quelle “per finire”, prese alla lettera sfiorano, direi, un ambito quasi “metafisico”!
Personalmente vorrei provare a rispondere proprio a queste, dove ti interroghi su chi possieda la conoscenza della scherma, domanda che, posta così, apre un bel dilemma la cui soluzione può coinvolgere anche sfere più specifiche dei vari soggetti da te nominati, sfere che cercherò di descrivere in questo testo (diviso in due parti per questioni di spazio concessomi dal portale) che, spero, possa diventare a sua volta spunto per trovare delle risposte future, perché no, utili anche alle prime domande da te formulate.
Le sfere di cui parlo riguardano alcuni processi di genesi schermistica, in particolar modo quelli riguardanti le relazioni che legano i soggetti che tu hai nominato (maestri e arbitri) cui io aggiungerei anche la figura dell’allievo sì da formare un triangolo importantissimo (tutto ciò anche per restare sulla scia delle tue personali, belle parole, impiegate per introdurre l’argomento).
Credo che sia necessario innanzitutto chiarire alcuni concetti concernenti la dimensione d’insegnamento ed apprendimento all’interno della quale Maestri ed allievi vengono a trovarsi e che sono da considerare a mio avviso basilari.
Ritengo importante partire da tre concetti: PROGRAMMA, PROGRAMMAZIONE e REGOLAMENTO grazie ai quali, spero, risulterà più chiaro il succo del mio discorso in una attenta lettura step-by-step.
Quando si parla di programma si intende il piano di lavoro che l’insegnante (ad esempio nella scuola) o il Maestro (nella scherma) e via dicendo si propongono di svolgere/realizzare e che le autorità, scolastiche o “schermistiche” (spiegherò poco oltre questo particolare concetto), stabiliscono venga svolto nei vari ordini di scuole (programma scolastico, programma della scuola media, del liceo ecc) o, se vogliamo, di categorie sportive (dal GPG all’U20 agli Assoluti). L’autorità scolastica, dunque, obbliga in un certo senso gli insegnanti a illustrare i contenuti del programma ai discenti ed il tutto in un determinato periodo stabilito; nella scherma non esiste una figura autoritaria assoluta che obblighi allo stesso modo i Maestri, perché ognuno è fondamentalment e libero di scegliere le modalità da lui preferite. Se volessimo tuttavia individuare una forma di autorità schermistica, noi Maestri potremmo ritrovarla nei nostri trattati, dai quali ognuno apprende specifici concetti schermistici, tecniche, definizioni, ecc … e che costituiscono l’essenza della scherma stessa grazie alla quale negli anni, si è formato un cospicuo numero di Maestri italiani di fama internazionale.
Detto questo la PROGRAMMAZIONE diventa il naturale processo di sviluppo delle molteplici forme di attività didattiche agite nei relativi contesti d’apprendimento , partoribili attraverso l’applicazione di quei contenuti “obbligatori” che il programma porta in seno; tale processo prende forma e vita in maniera individuale, personale, in due concetti che tutti conosciamo: metodo e didattica (così, quando a settembre suona la prima campanella, il professore chiude la porta ed a propria discrezione attua la programmazione in funzione dell’obiettivo rispettando il programma, cosa che allo stesso modo ognuno di noi fa all’inizio della stagione schermistica).
Detto ciò, il REGOLAMENTO che è competenza necessaria per l’arbitro, disciplina l'attività schermistica sportiva e agonistica (di cui noi siamo promotori ed insegnanti da un punto di vista “trattatistico” e metodologico individuale nonché di fatto) con l’impiego di molteplici concetti, convenzioni del combattimento, terminologie, sanzioni, regole, termini tecnici, giudizi delle stoccate ecc … Però, mentre il corpo magistrale ritrova tutto ciò almeno in parte, già all’interno dei propri “totem” di appartenenza, l’arbitro (credo, ma correggetemi se mi sbaglio) non ne ha tangenza diretta se non addirittura, come avviene in parecchi casi ne sono sicuro, ALCUNA.
A supporto di quanto detto, dunque, ogni attore schermistico (maestro, arbitro, allievo ecc) è funzionale alla strutturazione dell’ambiente SCHERMA che però vive sia nel praticare il proprio ruolo, sia anche in compiti meno specifici, più vari, differenti dal ruolo stesso;. Prendiamo ad esempio la figura dell’allievo. Io credo che i nostri ragazzi abbiano importanti doveri sia nei confronti dei Maestri che nei propri:
-verso i primi hanno il dovere di affidarvisi, perché questi nell’esercizio del loro lavoro fan di tutto per metterli nelle condizioni migliori, vivere l’esperienza in senso positivo, conseguire la più alta realizzazione di sé nei contesti agonistici
- verso se stessi sono invece tenuti ad interessarsi via via sempre maggiormente delle dinamiche delle cose e delle faccende che riguardano direttamente la loro attività, fra le quali, esempio non a caso, la conoscenza delle regole del gioco ed il regolamento (quanti ragazzi, atleti professionisti e non, conoscono almeno in parte il LORO regolamento??? Ovviamente chiaro o meno chiaro, giusto o meno giusto che sia secondo ognuno di noi).
1) l’ATLETA apprende (e NON si “informa” o “studia”) i contenuti di un programma di sala tramite la programmazione del proprio MAESTRO impegnandosi a sua volta nella relazione sì da imparare, fra le tante cose, le regole del proprio sport (con domande, attivismo, manifestazione d’interesse proprio e comune) che il maestro stesso, dal suo canto, cercherà di spiegargli.
Da questa prima analisi già sorge un dubbio: le spiegazioni in termini di regole che il Maestro deve fornire all’allievo da che fonte provengono? Dai principi di un trattato o dai principi del “regolamento”? Oppure da tutti e due? (ma vanno d’accordo o meno?). L’esempio del Maestro Di Ciolo è abbastanza eloquente quando lui dice che, a questo punto, si ADATTA, insegnando ai ragazzi l’esecuzione delle finte al volo, anche se il trattato parla di parata col ferro/risposta e difesa di misura che non dà diritto ad alcuna risposta ma prolunga l’azione… Effettivamente qui l’errore in termini verbali e di ricostruzione può portare a discussioni/incomprensioni importanti da un lato e meno da un altro. Il mio primo Maestro ad esempio, Arnaldo Terenzi, parlava continuamente un linguaggio che oggi qualcuno potrebbe definire “arcaico” quando insegnava la parata di misura, “check”, o di ferro, “mezzo check”, ma vi garantisco che era così pignolo nel puntare alla nostra comprensione della dinamica e del fine di quelle azioni (il check per “parare” mandando a vuoto rubando subito l’iniziativa oppure la parata per rispondere) che il linguaggio passava in seconda linea; con ciò non voglio assolutamente comprovare un certo tipo di linguaggio da quell’altro punto di vista (il primo), certo è che lui giustificherebb e oggi molto bene un’obiezione “linguistica” a riguardo, mossagli da chiunque, in ambito schermistico (e sarebbe, immagino, felicissimo di discuterne!!!), mentre alcuni arbitri invece no… continuando, credo, a parlare di parata di misura perché convinti che esistano davvero tale concetto ed esecuzione pratica di esso: errore grave!
Teniamo inoltre conto che il trattato si sviluppa nel tempo; partendo da varie tematiche quali la posizione di guardia quando si è bambini, fino a giungere (a titolo d’esempio) alle uscite in tempo, la flèche , passando per concetti di convenzione e di regole in esso contenute, e costituisce il programma di un’intera carriera; il regolamento invece è un vero e proprio testo continuamente aggiornato e modificato, non dai maestri, contenente delle regole (a cui bisogna attenersi) le quali, motivo per cui ne stiamo discutendo, sono spesso poco chiare a noi insegnanti ed ai nostri allievi poiché soggette ad applicazioni considerate spesso dubbie.
2)L’ARBITRO applica un regolamento, nel suo lavoro, che se dal suo canto non è visto né concepito come funzionale al programma di ogni MAESTRO (in quanto figura estranea alla palestra ed esclusivamente giudicante) può però inficiarne molto una buona riuscita dal punto di vista del risultato (che è poi considerato una sorta di feedback fondamentale all’aggiustamen to e miglioramento del proprio mestiere) nel caso in cui vi siano delle incomprensioni (vogliamo chiamarle così? Proviamoci….)
E quindi, in conclusione: se il mio allievo in gara si vede ricostruire una stoccata in una maniera diversa da quella che il suo apprendimento in sala gli ha fornito, cosa fa? A chi domanda spiegazioni? All’arbitro certamente, almeno in quella circostanza… senza “fossilizzarsi” e “cambiando azione” come il maestro non potrà far altro che fargli notare per provare a salvare l’assalto, ma quando la gara è finita (vincitore o meno)??? Quando torna in sala ad allenarsi, come si risolverà la situazione? Ha ragione il Maestro che continua a vederla in un modo o ha ragione l’arbitro che applica il regolamento così come la conosce?
Alla luce di quanto detto, chi è detentore dunque del sapere vero? Io penso che oggi nessuno possa esser personificato in una sorta di “sfinge schermistica” che conosce la verità, penso invece che entrambe le figure istituzionali (maestri ed arbitri) siano oggi da vedere come figlie della stessa madre, la scherma, nate però in periodi differenti (da padri differenti) e ancora non consapevoli, per forze maggiori (o non volenti…..) di essere necessariamente legate e tenute a confrontare in maniera aperta, ed alla luce del sole, le tematiche che portano in seno. Cito a riguardo una frase del Maestro Bonsanto riportata su schermaonline: “Il confronto tecnico deve essere fatto con la commissione arbitrale, perchè i maestri la pensano tutti allo stesso modo e cioè da trattato!!”. Devo dire che Michele, a modo suo, non ha tutti i torti sotto questo punto di vista.
Se non si guarda la faccenda sotto il profilo del confronto DIRETTO, a quattr’occhi, si peccherà sempre di presunzione, di tuttologia e di saccenterie varie che troppo spesso ci portano a vedere scene pietose durante le gare dove poi chi ci rimette (sia in termini di risultato che in termini di confusione) sono solo loro: i nostri ragazzi.
Dunque termino in maniera netta e breve (lo so, ho parlato fin troppo) dicendo che sono d’accordo con coloro che individuano, almeno nel dialogo aperto e nell’informazio ne, una prima forma di soluzione, aspettando però di vedere che accadrà da qui in avanti….. e su ciò, per ora, non mi pronuncio.
Alessio Bonino
ho molto apprezzato il tuo feedback.
E’ vero, la strada da percorrere è sempre quella del dialogo, della volontà di confrontarsi prima su proposte concrete e poi sulle scelte.
Non è possibile insomma, non basta, che sia solo una parte – gli arbitri – a scrivere le regole. Ma c’è pure da chiedersi perché l’altra, finora, non abbia avuto la determinazione di cercarsi e compararsi per creare finalmente un trattato internazionale della scherma sportiva moderna; ciò potrebbe spiegare come mai la Fie non abbia mai avuto una commissione di insegnanti di scherma.
Citazione:
Ebbene sì, sono una discepola di Leibniz!
PS: Un piccolo indizio sul riferimento a Gottfried W. Leibniz, matematico, filosofo, logico, precursore dell'informatica...
Una volta che "il fondamento della verità" si sia realizzato "quando sorgeranno delle controversie, non ci sarà maggior bisogno di discussione tra due filosofi [qui l'arbitro e il maestro] di quanto ce ne sia tra due calcolatori - sarà sufficiente, infatti, che essi prendano la penna in mano, si siedano a tavolino, e si dicano reciprocamente (chiamato, se loro piace, un amico): 'calcoliamo' "
Da una lettera di Leibniz a Nicolas Remond, primo consigliere del duca di Orléans, 1714