Chiedi al maestro. Misura, tempo, velocità PDF Stampa E-mail
Giovedì 15 Aprile 2010 08:13 | Scritto da redazione web
Toran-seminarioIusmCagliari Dear Maestro Toràn,

Le scrivo a proposito dei suoi tre articoli sulla misura, tempo e velocità:  Dove guardare, come guardare, Scelta di tempo e La misura. Dal punto di vista concettuale (teorico) sono ottimi, ma per me sollevano un numero di domande la maggior parte delle quali concernono i tre elementi critici della scherma: tempo, misura, velocità.

Toràn: Grazie per l'apprezzamento. Anche io preferisco sempre coniugare l'approccio teorico con quello pratico: devono procedere insieme. Mi mancava, però, una base teorica da cui partire e perciò ho tentato, e ancora tento, di provvedere da solo.

 

La lettura del suo esercizio-stimolo verso tempo di reazione (distanza d'affondo, tiratore A estende per colpire mentre B para appena vede A che si muove... etc.) mi ricorda un altro esercizio simile che mi è stato insegnato. In questo esercizio A trova la sua distanza d'affondo e B senza muoversi para appena vede l'attacco di A; lo scopo dichiarato è di dimostrare che se A è a una distanza sufficiente ed ha buona tecnica + velocità, B non riuscirà mai a difendere con successo dato che è troppo vicino ad A, in altre parole la distanza non è quella buona per la difesa di B. Non credo che la distanza sia il fattore pricipale per il successo di A in questo esercizio, anche se questo è quanto mi è stato insegnato.

Dopo aver letto del suo esercizio sul tempo di reazione mi chiedo se la distanza sia il fattore più importante. Sicuramente si ha meno tempo per reagire in difesa da una distanza ravvicinata, ma se l'avversario che attacca dà dei segnali premonitori tipo spostando il corpo o facendo estensioni un po' goffe è più facile captare questi movimenti come un segnale che si deve parare perchè l'avversario ha svelato per fortuna dell'altro le sue intenzioni. Penso che non sia tanto la distanza che renda un'azione indifendibile, ma il problema del semplice tempo di reazione al tiratore che attacca in modo corretto: più lontano si trova l'attaccante, più difficile è dissimulare l'attacco. Cosa ne pensa?

Toràn: Non mi è del tutto chiaro il senso della sua domanda. L'esercizio descritto, nella sua versione più semplice, serve proprio ad addestrarsi a ridurre al minimo i segnali anticipatori: niente finte, quindi, e partenza dall'immobilità; anticipo del movimento del braccio armato rispetto a quello del corpo. La distanza si fissa in base alle capacità: se io devo parare, e il mio avversario non è bravo, lascerò che si metta un po' più vicino, in modo da rendere l'esercizio difficile, ma possibile (buone probabilità di farcela, o non farcela, per entrambi), per tutti due. La scelta della distanza, quindi, è frutto della valutazione fatta, per le finalità stabilite.

 

Inoltre nella scherma un colpo lo si può realizzare solamente quando c'è un cambiamento nella distanza. Sia uno che l'altro che entrambi i tiratori possono esser responsabili per il cambiamento nella distanza. Nella maggior parte dei casi la distanza cambia solamente quando uno o entrambi i tiratori cambiano il tempo, o accelarando o decelerando, arrestandosi e riprendendo immediatamente, o in qualsiasi combinazione di queste tre situazioni. Avanzando, indietreggiando, colpendo da fermi, o arrestandosi e riprendendo subito dopo...

Toran: Direi così: nella scherma si può toccare solo se la distanza (condizione necessaria, ma non sufficiente) lo permette. La conquista della distanza giusta è una cosa fondamentale, ma da sola non basta ad assicurarsi il colpo. A parte le capacità tecniche, e la contraria scelta (l'azione da opporre a quella dell'avversario), il movimento di entrambi è finalizzato a raggiungere le condizioni di distanza (tra l'altro) necessarie all'esecuzione del colpo (o dell'azione difensiva, o controffensiva). Generalmente, sono condizioni diverse.

Altre volte, entrambi vogliono lo stesso tempo, e ci si confronta sull'azione scelta: ad esempio, entrambi vanno avanti, uno per attaccare, l'altro per parare e rispondere. Il tempo scelto è lo stesso, ma l'esito (riesco a parare; oppure l'altro riesce a toccare) dipende dalla scelta giusta.

Quando le condizioni sono diverse (uno vuole realizzare un'azione, l'altro ne cerca una diversa), l'opportunità si presenta per un tempo molto ridotto (circa due decimi di secondo), e riesce ad approfittarne chi era pronto: cioè chi ha previsto il presentarsi delle condizioni, e può agire "in tempo", e non dopo il tempo di reazione (quando i due decimi di secondo sono già trascorsi).

 

"Entrambi i tiratori controllano la misura tenendosi appena fuori dalla zona critica in cui entrare mentre cercano di rompere il controllo dell'avversario; questo lo si può ottenere

  •  
    • variando il ritmo,
    • cambiando direzione improvvisamente,
    • spingendo l'avversario alla fine della pedana,
    • provocando o traendo vantaggio di ogni lapsus nella sua concentrazione."

Toràn: Le quattro modalità sopra descritte richiedono, ciascuna, un addestramento specifico.

 

Esiste un iter pedagogico per insegnare ai principianti a capire questi tre fattori?

Toràn: Questo è un argomento molto complesso. Ognuno ha il suo iter ed è convinto della sua efficacia. Pochi si confrontano, purtroppo.

 

Mi sembra che ci dovrebbe ben essere un diagramma tattico sul tempo/lavoro di gambe/distanza che però io non ho mai visto. Come insegna lei ai suoi studenti perchè capiscano cosa'è il tempo, la velocità e la misura (distanza) non in teoria (come ha fatto nei suoi articoli) ma nel contesto di una lezione pratica? Come "sentire" il momento giusto per partire; per attaccare, per difendere, per fare la contraria senza rimanere bloccato mentre stai pensando cosa devi fare sulla pedana?

Toràn: Beh, in questa domanda c'è quasi tutta la scherma!

Io uso spiegare (parlando) e mostrare, con esempi pratici, collegandomi all'esperienza di quel particolare allievo. Gli allievi sono diversi l'uno dall'altro. Sull'attenzione, ad esempio (ma anche sugli altri fattori), si può lavorare direttamente o indirettamente. C'è chi si annoia a sentire spiegazioni teoriche (e quindi non bisogna volergliele dare per forza), e c'è chi non accetta di lavorare se non ha inquadrato il problema dal punto di vista concettuale (in genere, gli adulti). Io dico che c'è un approccio più sintetico (con i primi) o più analitico (con i secondi).

Ma poi gli allievi crescono, cambiano, maturano. Capita che il primo tipo di allievo incominci ad apprezzare le spiegazioni; o che il secondo, credendo di aver capito quanto basta (o avendo compreso che la teoria, da sola, è insufficiente), si concentri sull'esercizio, mettendo da parte ogni ulteriore richiesta di spiegazioni.

Da un lato c'è il dato da apprendere (che l'insegnante deve conoscere correttamente: e anche qui, i dubbi e le interpretazioni possono essere tanti); dall'altro lato c'è l'allievo, con le sue capacità, e le sue motivazioni ad apprendere (che possono essere ulteriormente stimolate). L'insegnante, poi, con la sua personalità (siamo tutti diversi) deve riuscire a favorire questa fusione fra le due cose.

Ma c'è chi non è d'accordo neanche su questo: l'allievo, soprattutto quello creativo, deve essere aiutato a tirar fuori anche le proprie soluzioni, che possono essere diverse da quelle note all'insegnante, cui si richiede, evidentemente, grande sensibilità, apertura e cultura.

Ma la domanda ha finalità diverse: mi chiede esempi pratici. Su quelli teorici, fermiamoci per ora al contenuto dei miei articoli.

Io credo che tempo e misura siano compito della parte destra del cervello, mentre l'analisi e la scelta sono compito della parte sinistra. I due emisferi cerebrali tendono a prevalere l'uno sull'altro. Io penso che debbano collaborare, e non solo nel senso della integrazione dei compiti: anche nel senso di sapersi far da parte quando il compito è di competenza dell'altro. Fuori misura, ad esempio, è l'emisfero sinistro che valuta, analizza, elabora. In misura, l'emisfero sinistro è troppo lento, e deve lasciare il campo al destro.

I giochi basati su un ritmo, per fare degli esempi pratici, aiutano molto a capire e sentire, sperimentando, questi fatti. In sala di scherma utilizzo spesso i giochi con la corda. Prendiamone uno: due operatori (che possono essere i ragazzi, a turno) fanno girare la corda scegliendo un ritmo adeguato alle capacità degli altri. I ragazzi devono passare in mezzo: in una direzione basta passare; in quella opposta occorre saltare. Osserviamoli mentre si preparano:

  •  
    • ••• a che distanza si mettono,
    • ••• quante volte devono osservare prima di passare,
    • ••• i movimenti anticipatori che fanno con la testa mentre imparano il ritmo,
    • ••• la necessità di controllare mentre passano.

Quest'ultima cosa porta facilmente al fallimento: è il momento in cui la parte sinistra deve cedere il passo alla destra, fidandosi!

Dopo una buona esperienza con giochi del genere, sempre più difficili e complessi, l'allievo è pronto, per analogia, a capire che il movimento dell'avversario (come quello della corda) non va "seguito", ma deve essere previsto, anticipato, per essere eseguito "in tempo." E si può insegnargli ad eseguire il controtempo (l'azione che neutralizza il contrattacco, con una parata e risposta) parando quasi prima di vedere, dopo aver provocato il contrattacco. Se c'è un'esperienza cui collegarsi, capire e trasferirla ad altri campi è più facile.

 

Questo proviene da un altro coach che ha scritto in maniera molto più chiara quello che sto cercando di esprimere:

Secondo me la cosa più difficile che un tiratore deve imparare non è la scherma gambe o il lavoro col ferro, ma l'integrazione del lavoro col ferro con il movimento delle gambe. Si può notare come tanti coaches dilazionino il più possibile questa integrazione mano-piede a detrimento dei loro studenti (mia opinione).

Toràn: Sì, sono d'accordo. La coordinazione braccio gambe può essere resa più veloce. Io utilizzo quella che ho chiamato "lezione coordinativa" nel mio libro "Introduzione alla tattica schermistica."

 

Ovviamente quello che sto cercando sono—in un certo senso e con scopi ragionevoli—delle vaste over-semplificazioni. Quando un coach si trova davanti uno studente per la prima volta la quantità di informazioni che deve impartire allo studente è quasi soffocante/travolgente.

Toràn: Anche gli antichi maestri insistevano su questo punto: all'inizio, poche spiegazioni, ma chiare e concise!

 

La maggior parte dei coaches si riducono a insegnare ai loro studenti novelli azioni col ferro con molto poco movimento. Oppure il coach si muove avanti e indietro sulla pista mentre lo studente lo segue. Il coach si ferma e dà [così] un segnale. Lo studente esgue un'azione. Il coach ritorna a eseguire movimenti più a casaccio. Queste lezioni dovrebbero insegnare allo studente come "tirare" ma non toccano mai la parte più difficile della scherma: quella di integrare il movimento sulla pista con l'azione del ferro. Un coach mi ha detto semplicemente che questo è impossibile da insegnare e che lo studente deve impararlo facendo pratica di assalti e in gara.

Toràn: Non sono d'accordo con quel coach. La coordinazione è importante: si può e si deve insegnare. Vero è che non ci sono testi su cui imparare. Bisogna osservare, chiedere, sperimentare. Ma si può fare, e si fa.

 

Nemmeno io sono d'accordo con questo. Quanto più efficace sarebbe una lezione se il coach potesse identificare situazioni tipiche/frequenti di distanza/tempo [i tre fattori critici] e richiedesse che lo studente crei tali situazioni durante la lezione e [se il coach] usasse tali situazioni come una sfida/provocazione per lo studente? Qualcosa insomma un po' più sofisticato di "fa' l'affondo quando io faccio un passo in avanti". Questo è il nocciolo della mia speculazione: esistono dei modelli/esempi tipici di distanza/misura e se sì come integrarli in una lezione?

Toràn: Dopo aver appreso l'azione da eseguire, il passo successivo è insegnare all'allievo a provocare nell'avversario l'azione cui applicare la contraria scelta. La guida, per così dire, passa dall'insegnante all'allievo, ma su un tema ristretto.

Esempio: Voglio insegnare ad un allievo una contrazione sulla linea di terza.

Questa è una delle "uscite in tempo" della scherma italiana, talvolta tradotte in inglese, meno precisamente, counterattacks.

Anziché parare, sul finale di una qualunque azione dell'avversario si tira un colpo sulla stessa linea (e bersaglio) che, se ben eseguito, cioè con la giusta posizione di coccia, ha l'effetto di deviare quanto basta la lama dell'altro. E' un tirare sul tirare, che richiede molta arte e precisione, ma è anche molto efficace.

Prima gliela spiego, così lui ne impara la tecnica esecutiva. Quando sa fare bene il movimento necessario (quello col braccio), la guida passa a lui.

Nel caso più semplice, entra in misura legando quarta.

Nota: I legamenti, per la scherma italiana (per quella francese le cose sono differenti), sono posizioni in cui il proprio ferro si poggia (non è un urto, quindi, ma un contatto dolce e prolungato) su quello dell'altro, dominandolo, e quindi con vantaggio dei gradi (il che vuol dire che il punto di incontro è più vicino alla coccia di chi lega che a quella di chi subisce il legamento). La lama da un punto di vista descrittivo era divisa in gradi. Oggi si usa dividerla in tre parti, o gradi: deboli, vicini alla punta; medi; forti, vicini alla coccia.

♦ Io (il Maestro) posso allontanarmi, e allora

••• l'allievo può tornare indietro anche perchè quando inizia la sua preparazione, sa cosa si aspetta che   succeda. Se succede una cosa diversa, non è prudente continuare con lo stesso programma, o da più vicino. Il suo indietreggiare è quindi solo una misura di prudenza, e in lezione serve a rincominciare l'esercizio, costringendo ○ l'allievo a stare attento: la reazione del maestro non è scontata;

••• l'allievo potrebbe semplicemente non avanzare ancora, e poi, dopo una pausa, rincominciare con la sua preparazione.

 Oppure io (il Maestro) posso tentare una cavazione (dal ferro, cioè dopo il contatto e la successiva deviazione fuori dalla linea, o in tempo, cioe' subito prima) sulla linea esterna:

••• l'allievo continerà ancora a sciogliere la misura finché non gli è chiaro come io reagisco (quali segnali anticipatori gli dò, come dò il ferro nell'eseguire la cavazione), oppure

••• quando lui ha capito, conclude con la contrazione sulla linea di terza in affondo, o con un passettino: dipende da quel che faccio io.

Cerchiamo di visualizzare l'azione.

Stando noi due in guardia più o meno normale, entrambi destri, con la coccia un po' a destra, e con la punta un po' più alta della coccia, cioè siamo entrambi sull'invito di terza.

Nota: Gli inviti e i legamenti hanno pressappoco la stessa posizione della mano e della lama, con la differenza che nei primi non c'è contatto di ferro.

L'allievo "lega di quarta" spostando il proprio ferro verso la sinistra, fino a spingere il ferro del Maestro fuori dalla linea del bersaglio.

Quando il Maestro (dal legamento oppure in tempo) esegue la cavazione, per sottrarre il proprio ferro al legamento facendo fare alla sua punta un movimento semicircolare sotto il pugno dell'allievo alla sinistra del Maestro, normalmente il suo colpo terminerebbe sul petto dell'allievo (noi diciamo "sul bersaglio esterno") a sinistra del ferro dell'allievo se visto da chi esegue la cavazione; a destra del ferro dell'allievo se visto dall'allievo che subisce la cavazione.

Ma se l'allievo che ha effettuato il legamento di quarta, invece di parare, o di non far nulla,

••• tira una botta dritta (con leggera opposizione—spostando leggermente la sua coccia verso il ferro del Maestro—alla destra di dove ha fatto l'invito o il legamento di terza: quindi, sulla linea d'offesa di terza) insieme alla cavazione (in realtà, anticipandola un tantino), l'allievo ottiene l'effetto sperato, cioè

••• il suo colpo arriva a bersaglio, e

••• la cavazione del Maestro viene deviata (la leggera opposizione rende la deviazione più ampia, quindi più sicura). In altre parole, mentre il Maestro tira la sua botta, l'allievo tira la sua chiudendo la strada per cui il Maestro vorrebbe passare: contrazione.

L'allievo ha eseguito così una contrazione sulla linea di terza, perché è da quel lato che si fa la parata o il legamento o l'invito di terza.

Quando l'allievo è bravo a far questo, potrà farmi anche la stessa provocazione sul mio passo avanti (mentre lui inizia ad arretrare): e la sua conclusione avverrà invertendo la direzione del suo movimento con l'affondo, o con la flèche.

Questo vuol dire che chi esegue l'affondo o la flèche insieme alla contrazione, prima avrà spostato indietro il piede posteriore (mezzo passo) e poi farà l'affondo o la flèche, da una posizione di guardia più aperta, invertendo bruscamente il movimento.

 

E' vero che non ogni colpo può essere pianifcato e/o simulato. Penso però che ci sono delle situazioni più comuni che dovrebbero essere identificate e inserite in una lezione. Non affronto questo da un punto di vista totalmente riduttivo, ma piuttosto con l'idea di metter la scherma in un contesto di scherma gambe. Penso che questo renderebbe la lezione molto più utile.

Toràn: Ha ragione: ed è proprio quello che si deve fare, e si fa.

 

Grazie!

Jake "Iago" Gertz

 

Toran-maestrobig

 

 

 

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