Chi, che cosa, dove, quando, come, perché PDF Stampa E-mail
Sabato 31 Luglio 2010 12:05 | Scritto da Alberto Coltorti
 
 "Il nocciolo del problema è la deificazione del coach e la fiducia nel coaching a fondo pedana. Promuove la dipendenza nei tiratori. Insomma, ma che ca...volo? Il tiratore è sulla pedana di fronte al suo avversario. E' sua la responsabilità di "preparare gli assalti" e dovrebbe essere capace di tirare senza "suggerimenti." La scherma non la si fa a comitati. E se "non hai nemmeno l'idea di come tirare" contro un avversario, la colpa è solo tua, xxxxxxx! Trova una soluzione tu! Questa è la scherma.
E' sempre comodo avere qualcun altro cui dare la colpa quando perdi, ma nessun altro penserà che sei una persona seria quando lo fai.
Prendi e incassa (e impara)."
 
"Un atleta di livello olimpico ha veramente bisogno di un suggeritore di tattica a bordo pedana?"
 
"Comunque la scherma non è neanche guerra. Non c'è una grande "strategia" che richieda un generale che prenda decisioni, pianifichi i movimenti ed emetta ordini da dietro le linee. L'atleta è colui che è responsabile per vincere o perdere un assalto, non il suo coach, non i suoi compagni di squadra che gli gridano consigli o incoraggiamenti, non l'armiere o il preparatore atletico della squadra. Il tiratore e solo il tiratore. E' ridicolo che un tiratore si lagni di aver  perso perché lui o la sua squadra non sapevano come tirare contro l'avversario e il suo coach non l'ha preso per la sua manina e guidato durante la gara.
Io mi assumo la totale responsabilità quando perdo i miei assalti. Beh, certe volte la condivido col mio avversario e magari con l'arbitro. Ma non dò nessuna colpa al mio coach. La colpa è mia e solamente mia. E questo non cambia nemmeno al livello di un Grand Prix."
 
 
 
coltortiSpesso ricorre, anche da noi, in Italia, il termine "coach". Ho un certo imbarazzo a usare lo stesso termine e i suoi derivati ("coaching") per la peculiarità dell'organizzazione del nostro sport in Italia. Cosa si intende per "coach"?
L'insegnante di scherma, il maestro, che segue l'atleta da bambino, dai primi passi sulla pedana fino all'età adulta? O l'allenatore che si occupa della specializzazione di un atleta già adulto e formato da altri?
O il Commissario Tecnico della nazionale, il cui ruolo, nel nostro paese, è confuso spaziando da quello di allenatore, a quello di selezionatore di atleti e collaboratori, a pianificatore, a psicologo, a comunicatore e così via. Il termine coach, nel nostro paese, è stato introdotto e imposto dal commissario tecnico Christian Bauer per cui, molti dei nostri giovani maestri, memori di quel periodo, lo usano ancora avvertendo, forse, un imbarazzo nel proferire un termine che non rispecchia la nostra cultura e tradizione.
Io, più appropriatamente, mi riferirei ai diversi ruoli in cui si divide l'attività di insegnante di scherma, in Italia, parlando di Istruttore di Scherma, di Maestro, di Allenatore, di Commissario Tecnico, di Direttore di Sala e così via.
Altrettanto, nel descrivere l'attività didattica in gara o in sala, non parlerei di coaching ma di insegnamento tecnico, tattico, strategico, di assistenza psicologica, motivazionale, a bordo pedana e così via.

Il discorso del sostegno a fondo pedana del maestro di scherma è complesso, non facilmente risolvibile in due battute.
Premessa essenziale è che l'assistenza debba essere richiesta e apprezzata dall'atleta, non imposta comunque.
Ci deve essere un feeling, una conoscenza reciproca, una stima professionale verso l'allenatore o il maestro.
Inoltre, da parte dell'atleta, anche una predisposizione all'ascolto che, al tempo stesso, non interferisca con la concentrazione necessaria ad affrontare l'assalto.

Ogni atleta è diverso, psicologicamente, dall'altro. C'è chi si sente esaltato da un tifo di tipo calcistico, caricandosi e affrontando l'assalto con sfrontatezza; chi ha bisogno di tranquillità; chi cerca lo sguardo dell'allenatore che condivida le sue scelte tecnico–tattiche; chi, ancora, nell'emozione del match segue pedissequamente le direttive che vengono dall'esterno come un automa, e così via.

Gli atleti più esperti, inoltre, riescono a leggere l'assalto nella maniera migliore, con distacco, come se fossero spettatori esterni della loro prestazione. Il consiglio, in questo caso, può essere superfluo, pleonastico.
toran-consigliaAtleti più giovani, invece, spesso traggono giovamento dalle notazioni di un osservatore esterno, esperto e intelligente che, conoscendo pregi e difetti degli avversari, riesca a inquadrare la strategia da seguire nello specifico assalto, a concordarla con il tiratore prima ed, eventualmente, correggerla durante il match.
Da parte dell'insegnante è fondamentale la consapevolezza del proprio ruolo. Il lavoro dell'insegnante è indirizzato all'esterno, alla crescita e al successo dell'atleta; in tal senso non c'è niente di più altruistico. L'obiettivo viene centrato se, in conseguenza di questa collaborazione, l'atleta raggiunge, nel più breve tempo possibile, il massimo dei risultati che le sue caratteristiche psico fisiche gli consentono.

Il maestro o l'allenatore non deve sempre essere presente a bordo pedana, durante un assalto, per ruolo istituzionale. Con esperienza, umiltà e responsabilità deve capire se il suo intervento è utile, gradito, richiesto, oppure se il compito di assistenza, se pure esclusivamente psicologica, è assolto più efficacemente da altri membri dello staff. In questo caso deve farsi da parte.

La deviazione da questa interpretazione virtuosa dal ruolo si manifesta in quelle occasioni in cui l'allenatore fa di tutto per essere presente, per far sentire il suo intervento, indipendentemente dalla sua efficacia, assurgendo alle luci della ribalta, magari saltando sulla pedana per andare ad abbracciare l'atleta prima di qualsiasi altro personaggio. Egli si vuole mettere in mostra, il suo ruolo è autoreferenziale.

In conclusione, l'assistenza di un allenatore a bordo pedana può essere positiva nel caso in cui egli renda l'atleta consapevole dell'andamento del match, lo aiuti a inquadrare il proprio avversario, a sfruttare al meglio le proprie caratteristiche e cogliere i difetti dell'opponente. In tal senso aiuta l'atleta a essere cosciente e, quindi, indipendente.

Non si tratta più di aiuto, naturalmente, quando il reiterato intervento rischia di creare dipendenza, necessità della presenza a bordo pedana dell'allenatore. Il maestro, in tal senso, dovrebbe avere il buon senso di un genitore che non si sostituisce al proprio figlio nell'affrontare e superare gli ostacoli ma, con il suo intervento misurato, con la sua etica, lo aiuta a divenire autonomo.
Tutto ciò comporta, oltre che una notevole perizia, anche una profonda consapevolezza dell'etica del proprio ruolo.

Alberto Coltorti (dixit)

 

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