Un'occhiata al conto profitti e perdite PDF Stampa E-mail
Venerdì 28 Maggio 2010 15:45 | Scritto da mochicraft

graficoCominciamo col valutare i numeri del GPG.

La prima cosa che salta agli occhi è che i numeri delle varie armi e nelle varie frazioni di età rispettano un andamento piuttosto costante, con un ipotizzabile passaggio di atleti dal fioretto alla spada nelle età superiori.

Per l'anno in esame l'ingresso annuo totale (maschietti/bambine) è stimabile per le tre armi in circa 1000 nuovi atleti. Questo numero, guardando gli atleti degli anni successivi fino agli allievi, viene confermato per le varie categorie.

Se tale numero si dovesse mantenere stabile per il passaggio dal GPG ai cadetti, si dovrebbe prevedere per i tre anni in questione un numero totale di circa 3000 atleti.

E' evidente che ciò non avviene avendo un numero di cadetti pari a circa 1300 unità, il che ci dà la precisa indicazione che nella categoria cadetti abbiamo una perdita secca di 2000 unità sulle 3000 previste. Una perdita secca del 66 % circa.

Qualche cosa quindi non funziona, non si riesce a far mantenere al sistema un numero accettabile di abbandoni.

Questo è un bel problema da porre all'attenzione dei maestri.

 

Commenti 

 
0 # esedra 2010-05-30 10:35
Forse, bisognerebbe sapere cosa avviene negli altri sport. Se, in percentuale, il numero degli abbandoni sia lo stesso, o quasi.

Credo, infatti, che il problema di maggior peso sia connesso al complesso periodo di 'trasformazione' dell'individuo nell'adolescenza.

Quando arrivano nuovi interessi e si prospettano per i giovani atleti nuovi campi di ‘divertimento’, lo sport, specie se si pratica da tempo e non ha dato i successi sperati o intravisti nel periodo iniziale (gli anni del GPG, nella scherma), rischia di configurarsi come una pesante 'limitazione' o una fonte di frustrazione.
E questo provoca il decadimento della motivazione nell'atleta adolescente. Egli perde, cioè, la speranza di poter raggiungere la meta ambita e inizia a percepire l’allenamento come ‘dovere’ fine a se stesso, o come imposizione da parte dei genitori, un tormento quasi e un sacrificio che tolga occasioni per altri svaghi e imponga, inoltre, modalità e tempi allo studio troppo faticosi.
E così, anche la noia e la monotonia, legati alla ripetizione esasperata del gesto motorio, possono apparire oppressive e contribuire a spegnere il suo interesse.

Insomma, io penso che questo fenomeno dell’abbandono precoce, più che dipendere strettamente dall’attività sportiva, possa essere legato alla sfera della “crescita” del ragazzo come individuo. E sia inevitabile.

Tentare, forse, di agire sul livello di autostima dell’atleta, su una sua sufficiente fiducia in sé e nelle proprie capacità, potrebbe diminuire questo pesante fenomeno di drop-out.
Sebbene io creda che l’autostima di un atleta, di un uomo, si costruisca in molte aree esistenziali, dipendendo, cioè, anche dalle sue ‘prestazioni’ e ‘relazioni’ in altri campi: dalle sue capacità intellettive, dal successo e dalla popolarità tra i compagni e gli adulti (amicizie, rapporti affettivi e sessuali), dai rapporti familiari (autonomia, accettazione e valorizzazione delle capacità da parte dei genitori), dal rapporto col proprio corpo e con l’ambiente (capacità di determinare gli eventi e libertà di autodeterminazi one); dal suo livello culturale ed economico; dalla sua emozionalità (ricchezza e profondità di sentimenti) e dalla presenza di valori che diano forma all’esistenza (idee, convinzioni, ideali).

Non è semplice, dunque.

E se certe consapevolezze sui problemi dell’adolescenz a appartengono per esperienza al bagaglio umano di un Maestro di scherma, e col tempo si affinano un po’ in tutti gli educatori, credo andrebbero 'segnalate' anche ai giovani istruttori, inserite cioè in un quadro di formazione di base, perché appartengano alla 'cultura di partenza' in chi si appresta a ricoprire certe responsabilità.
 
 
+1 # Ella 2010-05-30 11:52
Sentite cosa dice questo neuropsichiatra e psicologo dello sport

www.youtube.com/watch?v=1ITWfAY1vI4
 
 
0 # esedra 2010-05-30 12:08
Perfetto.
 
 
0 # Sergio Brusca 2010-05-30 16:41
Le varie motivazioni credo che più o meno le intuiamo noi tutti, ma la domanda posta ai maestri è : come limitare i danni ? Come fare a livello di sala e di federazione per limitare la fuga di atleti ? Un maestro una volta mi disse che servirebbe anche incentivare una fascia non agonista giovanile, alla stregua dei Master, ragazzi che vengano in sala anche solo per il gusto di tirare tra di loro, sul tipo "ci andiamo a fare una partita a tennis ?" o "andiamo a fare una partita a calcetto ?"
 
 
0 # esedra 2010-05-30 17:40
"Qualche cosa quindi non funziona, non si riesce a far mantenere al sistema un numero accettabile di abbandoni."

Mi sembrava stessi lanciando un’analisi sul problema degli 'abbandoni'. Ed esattamente nel passaggio (da te numericamente analizzato) dal GPG alla ctg. Cadetti.

Dunque, parlare velocemente delle possibili cause – “più o meno da noi tutti intuite” – era solo un modo, da parte mia, per introdurre l’attesa ricerca di soluzioni.
Sebbene, forse, a qualcosa avrei accennato anch’io, ma - mi rendo conto - non nella direzione da te auspicata.

Evidentemente non desideravi promuovere un concorso di idee per soluzioni che agissero sulla demotivazione degli atleti giovani bensì… sulle casse delle società.

Beh… non l'avevo capito, o forse non avevi completato la formulazione della richiesta.

Ora è più chiaro.
Per uno che va via, un altro deve entrare, magari a giocare con la spada nel tempo libero.
E i Maestri dovrebbero occuparsi anche di questi allegri ritardatari, curandone il lucroso (per la società) passatempo.

E su questo, effettivamente, non ho granché da dire.

La risposta ai Maestri.
 
 
0 # Ella 2010-05-30 18:33
Citazione Sergio Brusca:
Le varie motivazioni credo che più o meno le intuiamo noi tutti, ma la domanda posta ai maestri è : come limitare i danni?"

Lavorando sulle motivazioni. Scusa se insisto, ma secondo me è necessario compiere un lavoro introspettivo ed analitico molto attento sui messaggi che passano ai ragazzi.

Se hai pazienza ascolta anche qui: www.youtube.com/watch?v=jXkrUExdcq0

Ma scusa, io non sono una maestra...
 
 
0 # Sergio Brusca 2010-05-30 18:21
Il problema non è solo per i club è anche per la federazione perchè significa che non si riesce a far crescere il movimento.

Hai esasperato la mia costatazione, visto che ad entrare gli atleti non mancano, il problema è come non perderli dopo, e ti parlo anche di atleti che hanno vinto titoli italiani.

La mia non era una costatazione di carattere economico.
 
 
0 # Giovanni 2010-05-30 23:20
Scusate se mi intrometto ma credo che il lato economico non sia del tutto da sottovalutare e parlo da maestro di scherma e non da dirigente sportivo, anche se in molti casi, scusate la mia crudezza le cose vanno di pari passo.

Insegnare scherma per mero divertimento ad un adoloscente è si difficile ma non impossibile, credo che anzi cercar di farlo competere con dei ragazzi + portati di lui, in un'età altamente competitiva come quella adolescenziale sia un errore, quindi se in molti casi si rifiutano o se a malavoglia affrontano assalti o gare facilmente pronosticabili per loro, a mio modesto avviso occorrerebbe non soffermarsi troppo sui motivi dei loro insuccessi, ma credo sia opportuno per chi fa della scherma un lavoro, cercar di intrattenere il + possibile il ragazzo nella propria sala, questo non vuol dire smettere di isegnare scherma ma almeno di impostare un rapporto in maniera differente rispetto ad un ragazzo che invece si sta giocando l'ingresso in un gruppo sportivo militare.

Quello che dico lo dico per esperienza personale la maggiorparte dei ragazzi/quote che perdiamo nel nostro club sono ragazzi che iniziano l'università e che a fronte del nuovo carico di studi e di impegni che si accingono ad affrontare abbandonano il nostro club, in alcuni casi dopo l'università e dopo aver trovato una sistemazione sono anche tornati a tirare con i master.

Il rapporto tra adoloscente "non agonista" e maestro deve riguardare in particolar modo il dialogo extraschermisti co senza tralasciare ovviamente l'aspetto tecnico, altrimenti si ruberebbero soldi alle famiglie, anche se un buon e sano dialogo con un adulto che non rientri nella sfera familiare delle volte è assai costruttivo per dei ragazzi che spesso hanno dei punti di riferimento sbagliati.

Concludendo direi che l'abbandono precoce sia dovuto ad una non diversificazion e degli obbiettivi che variano da individuo ad individuo. Per fare questo lavoro occorre conoscere benissimo il ragazzo che ti sta di fronte, cosa che purtroppo almeno a livello personale non sempre è facile fare per una serie di questioni che spaziano dalla sfera familiare del individuo al fatto di non aver intrapeso studi di psicologia pediatrica sportiva al di là dei link che mi avete fatto visitare ;-).
 
 
+1 # Sergio Brusca 2010-05-31 07:00
Il maestro ha espresso esattamente ciò che credo sia fondamentale, l'agonismo estremo ed i fattori ambientali possono essere una della cause di abbandono, bisognerebbe modulare l'approccio alla scherma in modi meno esasperati, dando la possibilità ai meno performanti di divertirsi ugualmente.

Continuiamo a dire che all'età del GPG la scherma deve essere un divertimento, ma nella realtà diventa un confronto per un titolo.
 
 
0 # esedra 2010-05-31 09:57
Mi sembra si stia parlando di più aspetti del problema, ma che questo richieda pur sempre un approfondimento di tipo psicologico che badi a riflettere sulle cosiddette ‘motivazioni'.

Sergio Brusca suggerisce di attirare e trattenere ragazzi già adolescenti nella sala scherma, in quanto, come sostiene anche il Maestro Giovanni, l’aspetto economico andrebbe considerato, e molto.

Nulla da obiettare.

Si era, però, partiti dalla valutazione di dati che mettono in evidenza il fenomeno dell’ 'abbandono precoce’.
Cioè il problema di ragazzi già agonisti che - facilmente, a quanto pare - perdono la ‘motivazione’.

E questo mi sembra tutt’altro aspetto.

Giovanni parla di quei giovani atleti che non riescono ad avere risultati e che dovrebbero essere trattenuti in sala con altre motivazioni (ed ecco che si rientra nell’argomento… ), magari - così mi pare di capire – avviando un discorso “extra schermistico” con l’allievo, proponendogli cioè un rapporto col Maestro (e con la scherma?) di più ampio respiro.

E qui entrerebbe in gioco la competizione tra i ‘riferimenti’ che si creano all’interno della sala, per questo tipo di ragazzi, e le sollecitazioni provenienti dall’ 'esterno'.

Ma ci sarebbe, forse, da chiedersi per quanto tempo, e fino a che età, potrebbe funzionare un approccio di questo tipo con l’atleta sfiduciato. Non essendo, poi, così facile ‘convincere’ un agonista a cambiare il proprio obiettivo, soprattutto se, nel periodo del GPG, abbia avuto dei buoni risultati non confermati, però, subito dopo.

D’altra parte, nella nostra società così fortemente competitiva, che premia il successo e il risultato trascurando la ‘normalità’ e l’importanza della partecipazione (e che ‘volge lo sguardo altrove’ di fronte alle trasgressioni etiche e perfino criminali da parte di chi, alla fine, ne esca vincente…), l’ambito sportivo ne risulta inevitabilmente coinvolto, tant’è che esso vive soprattutto di ranking, medaglie e classifiche di società.

Allora, come può un ragazzo abituato a minacciare carneficine in pedana (non uso la terminologia reale...), accettare di uscire dal gruppo degli agonisti, rimanendo a guardarli?
Vi sembra possibile trattenerlo in sala proponendogli di far divertire i neofiti e di allenare i più forti, in cambio di qualche sfogo confidenziale col Maestro o di qualche serata tutti insieme in pizzeria?

E’ dura.
E risulta necessario conoscere i meccanismi psicologici e sociali che intervengono nell’emotività e nella progettualità di un adolescente, e di quell’adolescen te in particolare, per riuscire a penetrare nel suo mondo di idee e di sentimenti, per assecondare certe sue caratteristiche e frenarne delle altre, aiutandolo comunque a trovarsi. E migliorando, nello specifico, anche la sua resa agonistica.

Parlavo di questo, e dell’importanza di una formazione in tal senso per il Maestro di scherma: non soltanto 'conti di profitti e perdite', ma vero interesse per la crescita di questi confusissimi ragazzi.

Con l’opportunità conseguente, per un Maestro, di acquisire una professionalità , diciamo, più completa e influire beneficamente… anche sui bilanci societari.

Per migliorare la produttività, bisogna investire sulla formazione.
Lo dicono gli economisti, Sergio!
 
 
+1 # Sergio Brusca 2010-05-31 10:14
Problematiche perdita atleti

1- La Scuola - Sicuramente tra le cause principali inserirei l’impegno scolastico che sicuramente può incidere negativamente a causa dell’organizzaz ione dello sport schermistico agonistico. La scherma comporta un impegno settimanale sicuramente rilevante in considerazione della frequenza in sala richiesta di 3/4 giorni settimanali ed in considerazione dell’elevato numero di gare alle quali si può partecipare. Le gare così come oggi sono organizzate comportano spesso la necessità di assentarsi dalle lezioni dal venerdì, quando addirittura dal giovedì, e per gare lontane dalla propria sede con un rientro la domenica in tarda serata, quindi anche con possibili assenze il lunedì. Questo tipo di attività sicuramente può creare problematiche con gli insegnanti che non sempre sono disposti a tollerare l’elevato numero di assenze che si vengono a cumulare. Ovviamente tale situazione può indurre le famiglie a decidere di far praticare altro sport, meno agonistico ed a carattere più cittadino o regionale.

2- I Costi – Anche i costi possono essere un’altra causa della disaffezione verso questo sport. Passando dalla categoria GPG ai Cadetti l’incremento della possibilità di gare è elevato, e più aumenta se l’atleta ottiene qualche risultato. In considerazione anche dell’età dei praticanti è dall’alta frequenza dei genitori che li accompagnano ancora alle gare, ho stimato che una trasferta con pernotto difficilmente resta, mediamente, al di sotto di 250/300 euro. Si fa presto quindi a fare i conti, una decina di gare l’anno vengono a costare ad una famiglia intorno ai 2500 euro. Alla cifra delle trasferte va sommata la retta annuale e l’attrezzatura necessaria. Si può stimare quindi che il costo annuale si aggiri intorno ai 4000 euro per un cadetto di media classifica.


3- Le Gare – Come ho detto nei punti precedenti incidono fondamentalment e se fuori regione e per il loro numero.


4- Disaffezione – Oltre alle tre problematiche precedenti si somma anche la disaffezione a questo sport dovuto all’alto tasso di agonismo che non permette ai meno performanti di rimanere nel circuito con sufficienti motivazioni ed ad un livello di semplice amatore che quindi porti a praticare la scherma più per puro divertimento che per il conseguire risultati agonistici.


5- Altre Cause – Vi possono essere di volta in volta altre cause dovute alla mancanza di spazi idonei ed all’organizzazi one dei singoli Club.
 
 
0 # Davide Lazzaroni 2010-06-01 11:26
Bella discussione su un argomento tanto delicato, quanto importante.

Torno ora da settimane di estenuanti impegni agonistici (e non solo) che mi hanno tenuto lontano anche dal nostro amato forum dell'Accademia.

Mi prendo un paio di giornate per recuperare e leggere tutto con calma, poi prometto di inviare anche il mio commento in proprosito.

Un abbraccio a tutti.
 
 
-1 # Sergio Brusca 2010-06-01 12:15
Sono contento per l'accoglienza che il mio post ha avuto, un ringraziamento a tutti, e credo che assieme ai maestri si potranno trovare ed indicare delle possibili soluzioni a questa problematica.

Sergio Brusca
 
 
0 # Ella 2010-06-03 10:07
Grazie a te a nome di tutti, torna quando vuoi!
 
 
+4 # Rapier 2010-06-02 07:16
Mi permetto di aggiungere un elemento che l'attuale sistema schermistico italiano, esclusivamente basato sull'agonismo non considera, ovvero l'aspetto filosofico marziale e culturale della scherma: i campioni, gli atleti che vincono sempre o quasi sono un numero molto esiguo e, ovviamente, se l'unica soddisfazione tangibile data dalla pratica schermistica è la medaglia è naturale che si verifichi un abbandono così consistente.

Immaginiamo al contrario un sistema ufficializzato di riconoscimento del merito, sia per i ragazzi che per gli adulti, non basato sul risultato agonistico, ma su quello tecnico e culturale, insomma, le cinture del judo, per fare un esempio, che portano lo schermidore, attraverso un percorso di formazione, a gratificarsi nel fare scherma per il puro gusto di farla, a prescindere dalla vittoria o dalla sconfitta in combattimento.

I maestri di ciascuna società avrebbero la facoltà di istituire e presiedere le sessioni di esame annuale, secondo i programmi federali, e di conferire, dopo appositi esami formali presso le sale stesse, i singoli gradi ai propri allievi (questa potrebbe essere un'ulteriore prerogativa dei maestri rispetto agli IN).

La "cintura nera" potrebbe infine coincidere con il titolo di Istruttore Regionale.

Tra l'altro, questo porterebbe alla preparazione di futuri insegnanti di scherma in modo molto più efficace e soprattutto progressivo, rispetto all'attuale modalità di conseguimento delle qualifiche tecniche.

Nella Compagnia della Spada, da ormai 15 anni utilizziamo con successo il meccanismo dei gradi, ispirandoci alle carte tradizionali italiane, dal 2 di spade all'Asso di spade, conferendo le giarrettiere di 10 diversi colori da indossare sotto il ginocchio corrispondente al braccio armato.

Ovvio che se la federazione istituisse dei gradi ufficiali la cosa sarebbe ancor più efficace e permetterebbe anche a chi non vince di sentirsi gratificato e spinto a continuare il proprio percorso di formazione, sportiva e culturale.
 
 
0 # Sergio Brusca 2010-06-02 08:19
Sono molto d'accordo con quello che scrivi è evidente una mancanza di fidelizzazione e di gratificazione, mi sono molto dispiaciuto anche quando fu eliminata la premiazione degli 8, e non tiriamo in ballo il discorso Fie.

La tua idea mi sembra possa sortire anche i risultati che si vanno cercando, altra ipotesi e di tornare ad un discorso di qualificazioni ove le gare regionali diventino viatico per quelle nazionali, so che la cosa da molti non è gradita e che si sollevano molte difficoltà, ma credo che sarà in futuro un passaggio obbligato se vogliamo gestire numeri di atleti in gara più consistenti.

Ma questo è un'altro discorso da dover affrontare.

Quindi l'obiettivo in futuro dovrà essere fidelizzazione e gratificazione, abbiamo ristretto il campo !
 
 
+3 # Rapier 2010-06-02 12:49
La cosa interessante nell'esempio delle arti marziali orientali è data dal fatto che l'autorità è data dal grado, quindi dall'esperienza e dagli anni di pratica piuttosto che dal risultato agonistico.

Una cintura nera di karate è rispettata anche se non ha mai disputato o vinto una gara, mentre un'abile cintura verde, per quanto possa aver talento e vincere competizioni, rimane sempre un "bocia" rispetto alla blu o alla marrone.

Tutto ciò significherebbe che, pur senza risultati agonistici, uno schermidore sarebbe tenuto in considerazione e gratificato per la sua semplice (si fa per dire) esperienza, pratica pluriennale, cultura e passione.

Sarebbe una sorta di rivoluzione culturale nel mondo della scherma, che peraltro permetterebbe di riportare in auge il valore umano dell'atleta, prima che quello sportivo, ridando alla vittoria e alla sconfitta, per dirla con Kipling, il ruolo che meritano, ovvero pure e semplici menzogne.

Mi permetto di aggiungere una personale opinione: la scherma è l'arte marziale della nostra millenaria cultura e tradizione e come ogni arte marziale dev'essere una forgia di uomini e donne di valore umano e spirituale, non un semplice medaglificio.
 

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